Senza ambage io confesso che la Vanità non possa torsi via, come quella che sostiene presso l'anima nostra lo ufficio, che fa la vena porta al cuore: sopprimerla torna lo stesso che soffiare su la vita, e spegnerla a un tratto: come poi, ancorchè si potesse, non si avrebbe a togliere, io mi apparecchio ad esporre.
Prendi la Vanità, e recatela sul trespolo, quivi valle attorno con amore, e con due sgorbiate, e un po' di scuffina scemala del soperchio; ora mirala: che ti par'ella diventata? Orgoglio. Bene, e questo ti hai a figurare essere avanzo, ed ecco come: la Vanità vacua essendo tanto va a sbalzi che tu non la puoi tenere, e talora cacciasi su per le gole dei camini, agguanta il fumo suo cognato, e incavallatacisi sopra galoppa a sfregiare il sereno dei cieli finchè si sperperino in dileguo ambedue: tale altra si arrampica ai campanili e scala le banderuole, si erpica su le croci, e con l'estrema punta del piede sta sul vertice dell'asta perpendicolare dandosi in balìa alla intera rosa dei venti che la travolgono in giro vertiginoso, finchè, colta dal capogiro caschi a sbrizzarsi sopra una nuvola che passa; dall'altra parte guarda l'Orgoglio, come inceda aggrondato, a muso tosto da disgradarne un metodista inglese: costui quando non fa dolere fa pensare; e dove arriva a intromettere un dito, ficca la mano. Anche l'Orgoglio non è fattura che approfitti; però da capo piglio agli arnesi; scalza di qua, costà arrotonda, eccoti fatto; che ne usciva? la Superbia. Lucifero per lei guastò le sue faccende; tuttavolta, benvenuta, imperciocchè la esperienza dimostri la Superbia essere balsamo, che in difetto di meglio preserva l'anima dalla putredine. Così gli Egiziani adoperavano profumi preziosissimi per imbalsamare i corpi; mancando i profumi ricorrevano all'arena arsiccia del deserto, e nel sottosopra conseguirono lo intento medesimo, che fu di felicitare i longinqui nepoti con le care sembianze delle mummie loro. Ma non cessiamo l'opera; compiuto il lavoro della raspa, adesso usiamoci la lima, la pomice e l'osso di seppia. Guarda, che n'esce? Ecco con maraviglia pari al contento tu miri avere cavato dalla Superbia l'Alterezza; ed io in verità ti dico, che per un poco più ti ci assottigli arriverai a scuoprire il nobilissimo dei sensi umani, la Dignità. Dunque non ti perdere a volere la Vanità soppressa; la quale, oltrechè ti resisterebbe invitta, tu, se sai, puoi accomodare ai nostri bisogni: con peggiori denti si mastica il pane.
E dell'Albo, di questo figliuolo della Vanità, che cosa abbiamo a fare noi? Dobbiamo lasciarlo perire come i parti mostruosi, o piuttosto, legatogli per filo e per segno il suo bellico, darassi a balia, e tirandolo su nel santo timore di Dio gl'insegneremo a leggere, a scrivere, e, come si dice, a procedere da galantuomo? Questo secondo fie il partito migliore, molto più che a levarlo dal mondo non ci si trova verso; nè egli dimostra indole tanto incocciata nel male, che con un po' di tempo e di pazienza e' non si possa ridurre in termini comportabili, anzi lodevoli.
Che vuolsi a ciò? Io l'ho già detto altrove; un po' d'imitazione di Cristo, ma di quella buona, veh! Pongansi giù le burbanze e gli spregi: fra i proverbii haccene uno, che si vorrebbe scrivere in oro, ed è questo: amor fa amore Ognuno si metta con animo grato a lavorare intorno a questi Albi: io lo so bene, a dissodare di siffatta maniera campi costa sudori di acqua e di sangue, ma non ti hai a confondere, il cento per uno tu non lo puoi raccattare che dalla sementa della virtù. Invano tu ti affaticherai a trovare industria, la quale tanto valga a innamorarci di una creatura, o vuoi scienza od arte, quanto le accoglienze benevole, il soave conforto, e il conto che mostrano fare di noi gli uomini illustri e i maestri dell'arte. Di questo, come gentile spirito, si accorse il Ghirlandaio, il quale costumò raccomandare ai suoi scolari tenessero bene edificati coloro, che si mostrassero alla pittura inchinevoli, epperò non rimandassero indietro dalla bottega persona, fosse anche fantesca da paniere, ma si tutti con lieto volto accogliendo, le opere commesse accettassero senza troppo attendere se alla mercede corrispondesse la fatica. Laonde inestimabili crebbero in cotesti tempi presso l'universale l'amore delle arti, e nei maestri la conoscenza e la dignità di quelle. Bellissimo esempio di tale umanità somministrava ai tempi dei padri nostri Messer Marcello, uomo, secondochè attesta Giovambattista Gelli nei Capricci del Bottaio, non solamente buono ma la stessa bontà, il quale ad ogni fanciullino, che lo avesse domandato di qualchecosa arebbe risposto tutto quanto egli medesimo sapeva; desiderosissimo com'era di comunicare le virtù sue. E nè manco io vo' tacere, che sarebbe proprio peccato, della urbanità egregia di Messer Francesco Vettori, che leggendo filosofia, e veggendo talvolta venire a udirlo il capitano Pepe, il quale non intendeva la lingua latina, subito cominciava a leggere in volgare, perchè potesse intendere egli. Della quale urbanità, ond'io non paia perpetuo morditore dei tempi miei, giusta il costume di cui invecchia, io vo' pur dire, che in mezzo a molti malanni n'è rimasta la traccia in Firenze: appunto come, bevuto il vino, ne resta nella boccia l'odore.
Animo dunque, Pittori famosi, non isdegnate richiesti di ritrarre sopra i domestici Albi le immagini dei vecchi di casa, non mica perchè a me estraneo calga troppo contemplare la effigie delle madri, e molto meno quella delle ave defunte, ma sì perchè mi preme moltissimo penetrare se la persona, con la quale intendo stabilire amichevole commercio o vincolo altro più prossimo, sia ricordevole dei suoi morti e con pietoso affetto proseguendoli si dimostri divota alla religione della famiglia, dopo i parenti per sangue ponga il Pittore i ritratti degli illustri italiani, parenti in ispirito a tutte le anime bennate: certo io temo che pochi avranno ad effigiarne dei felici, e per converso abbonderanno coloro a cui mancò la fortuna non la virtù, onde sperando, e pure aspettando, meglio da questi trarremo presagi per le prove, che hanno ultimamente a riuscire avventurose; conciosiachè quello che Popolo vuole Dio vuole, a patto però che forte ei voglia.
E voi, Letterati, vergando le carte dell'Albo badate a non inquinarle con la loda della bellezza della donna, che a voi le presenta, però che spesso ella questa bellezza non abbia, e ad ogni modo suoni corrompitrice piaggerìa per colui che la fa, e fatua inverecondia in lei che la ostenta: può lodarsi la bellezza, meritamente essendo ella fiore caduto dai giardini celesti ad avvizzire sopra la terra, ma guardisi alle occasioni e ai termini: tuttavolta il meglio fie sempre lodare taluna delle virtù, e sia qual vuolsi fra loro; imperciocchè nella maniera medesima che le Ore dinanzi al Tempo menano il ballo tondo, tutte le virtù, come tutte le libertà, mani intrecciate a mani, girano intorno al soglio dello Eterno, che di sè balenando le innamora. O menti divine, o sacri ingegni, o tutti voi altissimi letterati e poeti, verbo di Dio fatto carne, attendete che come dai rami dell'olibano stillano lagrime d'incenso, delizia dei numi, così caschino dalle vostri mani sopra coteste carte ammonimenti per le diverse fortune, conforti alle moltiplici languidezze, lode ai felici, compianto ai miseri, onore a tutti: e, ciò che sta in cima ad ogni altra cosa, sensi immortali di amore, anzi pure di furore di Patria; — imperciocchè gli antichi nostri sapienti definissero il patrio entusiasmo una spezie di furore ispirato da Dio.
Io mi vado raffigurando un figliuolaccio del tempo nostro incamminarsi con pensieri obliqui alla dimora dell'amabile posseditrice di uno di questi Albi; suonare, aprirglisi, accogliersi e dirglisi tanto volere essere cortese di attendere alcun poco la signora in salotto: egli dopo avere scomposto e ricomposto le chiome, la barba e le vesti, come il capitano che ordina e arringa i suoi soldati prima d'ingaggiare l'assalto, facendosi lo indugio lungo e la pazienza corta, per fuggire la noia, visto il libro elegante, recaselo in mano, lo sfoglia e lo legge. Veramente a leggere non era venuto egli, ma tal bue, che crede andare a pascere, ara. La prima pagina, a quanto sembra, non gli va a fagiuolo, e la seconda nemmeno: schizza alla quarta, peggio: a mezzo, a due terzi, in fondo, sperpetua sempre: allora fattosi serio incomincia a pensare che e' potrebbe molto bene avere preso un granchio, non parergli cotesto terreno da piantare vigna, e, fatti i conti, tornargli meglio innanzi che trovarsi ridotto a riporre le trombe nel sacco, non le mettere fuori nè manco. In questa ecco uscire dalla camera la donna leggiadra, e sorpreso il giovane col libro in mano, commendarlo della occupazione e seco lui congratularsi, che di cotesti severi ammonimenti prendesse diletto, e poi pregarlo a crescere il tesoro della buona morale con qualche cosa di suo, e qui gli porge sorridente la penna invitandolo a scrivere. Oramai e' ci era, e sapendo che in compagnia dei lupi bisogna stridere, si mise come Saule, quando entrò in Rama, a profetare co' profeti. Tu l'avessi visto! con la penna in mano a scrivere sentenze di buona morale sopra a quel maledetto libro, pareva proprio il Diavolo condannato a recitare il confiteor. Ipocrisia! osserverà taluno; nè io vorrò negarlo, ma qualche volta la ipocrisia è omaggio del vizio alla virtù; anzi una volta ho sentito raccontare ai miei vecchi che la Ipocrisia si acconciò con la Virtù per battistrada, la quale le disse: «va, precorrimi se ti piace, purchè sia alla lontana, e la Vergogna ti seguiti.»
Io vorrei che l'Albo diventasse un Penate della famiglia; vorrei.... ma per fuggire la taccia dicendo parole non cose, di avere preso a nolo tutt'oggi la Rettorica, stringendo i miei voti in uno vorrei che l'Albo stesse depositato dentro le domestiche pareti come il Breviario della Virtù.
Da tale intenzione mosso, io non ho mai ricusato, comecchè talora mi sembrasse anzi che no fastidiosetto, scrivere quello che mi si affacciava alla mente negli Albi, i quali mi venivano di dì in dì presentati, e di leggieri confesso che altri mi avrà vinto nelle forme elette del dire, nella gravità delle sentenze; in amore di Patria veruno. Duolmi adesso averne disperso i ricordi, che assai costumo, come la Sibilla, sperperare i fogli, dato il responso: pochi me ne rimangono, e non so come superstiti a tanti naufragii. Se il mondo li conoscesse vedrebbe quanto nel cervello mi stava fitta e stia quella solenne verità: «che se la piena del torrente stianta in un attimo, e manda sottosopra ogni cosa, anco la stilla perenne ha virtù di sfondare il granito.»
Bastia, 15 settembre 1856.