LETTERA
A
PIETRO ELLERO
(Estratta dal primo fascicolo del Giornale per l'abolizione della pena di morte.)
Mio riverito signore ed amico,
La pena di morte è una questione intorno alla quale si sono piuttosto affaticate, che esercitate le menti degli uomini; e con quanto frutto non so; certo se ne dovessimo giudicare dal resultato, dovremmo dire poco; imperciocchè i Governi che in ogni altra cosa peccano del gretto, in questa poi procedono liberali, anzi spreconi; massime il Piemontese, che per la morte a piene mani nel suo codice largita si acquistò meritamente fama di munificentissimo.
Voi avete richiesto il mio parere su questa materia, e poichè non bastò a dispensarmene la scusa che l'autorità mia, in ogni altro argomento scarsissima, in questo poi non aveva importanza veruna, io antepongo espormi piuttosto ad essere reputato da altri di poco discorso, che da voi di poca cortesia. Esporrò parco e liberissimo quello che io ne sento; e voi nella discretezza vostra ne farete il caso che merita.
La quistione della pena di morte, per mio avviso, non si approfitta niente, anzi scapita mescendosi co' dommi della religione, e avviluppandosi con le astrattezze della filosofia. Di fatti supponendo che il nostro consorzio sia stato primitivamente composto per via di contratto, s'inferisce da ciò che veruno abbia potuto cedere diritti che non aveva: ora l'uomo manca per l'appunto del diritto di essere violento contro la sua vita. Pitagora prima, poi Platone, in seguito i padri della Chiesa, Ambrogio di certo, ed Agostino, parmi, uno dopo l'altro vanno ripetendo l'uomo essere quasi sentinella messa di guardia, a cui non lice disertare dal suo posto senza il comando del superiore. E qui noto innanzi tratto che le sentenze dei primi per noi cristiani hanno pregio come apotegmi morali: unicamente i santi Ambrogio ed Agostino valgono come autorità religiosa. Torno poi a considerare (però che io l'abbia avvertito altrove) come i ragionatori, quando messo da parte il modo dimostrativo danno mano alle similitudini, mi cadono in sospetto; ciò per ordinario significa che di ragioni si trovano proprio al secco. Valga il vero, o che ha che fare la sentinella con l'uomo? Alla prima furono trasmessi ordini chiari e precisi, e assieme con gli ordini le facoltà per eseguirli. Ma quali furono gli ordini dati all'uomo nell'uscire alla vita? Chi gli udì, chi gli lesse? Certo nessuno: ma, si dice, che bisogna argomentarli: e sia così; ma allora sapete voi che mormora il cuore se ci apponete l'orecchio pacato? Provvedi alla tua felicità; il fine della vita è il piacere; non già il turpe o volgare piacere, chè cotesto proviamo gravezza ed affanno, bensì l'uso delle facoltà nostre per procurarci la maggiore copia di diletti onesti quanto al fisico, e di diletti divini quanto allo spirito. Lasciate pur dire gli spigolistri essere questa dottrina epicurea, chè Epicuro non nocque mai, bensì Aristippo; e se questa dottrina ai nostri dì vediamo professata da chiarissimi e piissimi uomini, quali sono gli onorevoli amici miei barone Vito D'Ondes e cavaliere Emerico Amari, giudico non mi rechi disdoro a chiarirmene parziale ancora io. Quando pertanto le angoscie superino le gioie, massime poi allorchè le angoscie sole si accampino contro la tua esistenza in acie ordinata, come scrive il re David, e in modo irremediabilmente perenne, le ragioni del vivere ti verranno meno, o vogli pei fini della natura o vogli eziandio pel fine figurato dai filosofi e dai santi padri: imperciocchè lo sprofondato nei mali così del corpo come dell'anima, a che cosa abbia a fare la sentinella davvero non si comprende.
Occorre un'altra ragione, la quale è questa, che io chiamerò di ritorcimento. La legge vecchia come la nuova, base della nostra credenza, nell'Esodo, nel Levitico, e nei Numeri, e nel Vangelo stesso la morte o prescrive, o attesta come pena all'omicidio: ciò messo in sodo come possiamo supporre che la mente divina ordinasse all'uomo quello che per istituto di natura gli è vietato di fare?
Inoltre hassi ad avvertire che, favellando della umanità, non si hanno a confinare le ricerche dentro una parte più o meno numerosa della medesima, bensì a tutta. Quindi importa desiderare, e giova sperare che il cristianesimo un dì raccolga nel suo grembo le divise famiglie degli uomini, ma per adesso egli è mestieri dire che nè tutti nè la più parte degli uomini si confessano cristiani, invece neppure la frazione maggiore segue la dottrina di Cristo, bensì di Budda. Nell'Asia, che senza fallo fu cuna della razza umana, i sacrifizi di sè durano ancora, non mica abborriti; all'opposto dalla religione persuasi, e dai costumi promossi. Non è antico esempio quello del Bengala, dove avendo il Bentink, che vi governava presidente per la Compagnia delle Indie, voluto sopprimere le Souttie, a scanso di sommosse, ebbe a dire alle donne indiane: — poichè così vi piace, arrostitevi quanto volete, chè non dobbiamo guastare per questo la nostra amicizia.
Innanzi al cristianesimo (postochè questo vietasse la pena di morte come sequela del principio, che all'uomo non è dato disporre della propria vita) furono religioni di cui talune scomparvero, altre durano tuttavia. I Greci non pensavano fare cosa contraria alla religione uccidendosi: ho letto che i violenti contro a sè non potessero passare lo Stige; ma questo non sembra vero, però che Ulisse incontrava nell'Averno tanto Achille che rimase ucciso, quanto Ajace che si ammazzò; ed Ercole dal rogo sorse fra i Semidei: ad ogni modo coll'attaccare due fantocci ad una corda e dondolarli per un pezzo all'aria si rimediava a tutto. Rispetto ai Romani, non riputavano commettere peccato, uccidendosi; e taciuto ogni altro esempio, basti a persuadere quel mite e gentile Pomponio Attico, di cui la morte volontaria e i ragionamenti agli amici, che ne lo voleano rimovere, riferisce Cornelio Nipote con elegantissima narrazione. A Marsiglia si conservava nel pubblico tesoro certa composizione venefica, deliziosa al gusto, la quale largivasi a qualunque giustificasse dinanzi al Senato dei Seicento le cause che lo consigliavano a morire, e queste si cavavano così dalla prospera come dalla iniqua fortuna; ciò narra Valerio Massimo, ed afferma altresì, come cosa di cui fu testimone insieme con Sesto Pompeo, avere veduto nell'isola di Ceo praticato un siffatto costume; dove certa matrona, respinti i prieghi dei congiunti e dello stesso Pompeo, libò il veleno propiziando a Mercurio, che con lene viaggio la conducesse agl'Inferi. Io non ho letto i libri sacri degl'Indus, bensì trovo in parecchi luoghi affermato che s'incontrano non che vietati descritti vari modi violenti per lasciare la vita o col morir di fame, o col bruciarsi mercè il letame di vacca, o col seppellirsi nelle nevi del Tibet, o col farsi divorare dai caimani, o col fiaccarsi il collo sulle rive del Gange. Da Plutarco si ha di Calano, che molestato di dolori di ventre si bruciò secondo il patrio costume; e attesta che lo stesso pure fece un altro indiano in Atene dov'era insieme con Cesare. Apertamente poi ricaviamo che tale avesse ad essere la dottrina dei Bramani, quando narra che Alessandro avendo interrogato uno dei Ginnosofisti: fino a quando fosse buono vivere; n'ebbe in risposta: fintantochè non reputi il morire migliore del vivere. —