Io non so, nè altri, io dubito, sanno, quando e come questo consorzio umano accadesse, ma di sicuro quando per prova dolorosa gli uomini conobbero che con le forze riunite si potevano meglio difendere dalle ingiurie degli elementi, o tuttavia discordi o impazienti della frasca concordia, delle belve feroci, e da quelle dei loro simili non meno paurose: in questo periodo di tempo l'uomo sbigottito di sè poca cura doveva avere; affetto primo il tremore; e sotto il perpetuo spavento il pensiero impietrito. A paragone di vita così infelice poco più amara la morte; gl'Iddii quali potevano insegnare i terremoti, i diluvi o i vulcani; i sacrifizi conformi alle Deità; e poi, dalle proprie carni, che altro possedevano allora gli uomini da offerire sugli altari? Di qui i sacrifizi di sangue, e la truce fede, che quanto più caro a cui l'offeriva, tanto più accetto a cui era offerto, onde il proprio accettissimo. E questa fede come domina i primordi delle religioni, così s'insinua nei processi, quando la cresciuta civiltà le ammansisce. Il sacrifizio di Gesù figlio per placare la vendetta di Dio padre scende giù diritto da cotesta premessa di sangue: il medesimo mistero della Messa che adombra un Dio, il quale consentì ad essere sagrificato, anzi cibato mille volte il dì per isconto dei peccati degli uomini, non deriva da altro principio. Ben' è il sacrificio incruento, ma attesta il sangue; la spiga venne sostituita alla carne, ma la spiga è simbolo della carne. Ora riesce difficile sostenere che l'uomo non possedesse, o non estimasse possedere diritto sopra la propria vita nei primordi della società umana; se lo cedesse non so; so bene che al volere non gli avria fatto impedimento il non potere.
Considera altresì, che se all'uomo manca la potestà di consentire che la sua vita si disperda per modo subitaneo, molto meno avrà volere e potere di concedere che gli si tormenti con una sequela di dolori. Adesso io vorrei sapere che cosa mai sia la pena se non tribolazione? Lascio dei carceri penitenziali nella rigidità della prima invenzione, trovato del Demonio infermo del male di fegato: imperciocchè per essi si pigliava l'anima, e, tempratala a punta di acciaio, si metteva in mano alla disperazione, affinchè ne trapanasse i visceri dell'uomo: favelliamo degli altri sistemi, tossico più o meno annacquato, e pigliamo il più mite, non pertanto tu vedrai in tutti il corpo intristirsi, le infermità frequenti, l'anima farsi selvatica; spirito guasto in corpo guasto. Pel cibo non abbastanza nutritivo il prigione scema di peso; per l'aere chiuso, e le molecole maligne, ch'emanano dalle lane o dalle canapi filate dentro le celle, si dispone all'etisia, e a questo contribuisce anco e più il sangue sferzato dalla lascivia: io ho esaminato questi prigioni, tutti malesci, dipinti in volto con le sfumature di quanti verdi presentano l'erbe putrefatte pei pantani; gli occhi vitrei; appena usciti di carcere vacillare all'azione dell'aria com'ebbri presi dal vino. Quanto alla miglioria dello spirito, questa la vicenda, non altra, o stupidezza, o ipocrisia spaventevole. Hanno provvisto a nuovi concieri; e' sono novelle. Il lavoro comune, ma in silenzio, sembra il supplizio di Tantalo. E parvi poca pena tôrre la parola all'uomo? E reputate voi che scarso sia il danno che ne deriva? Per emendare l'uomo parmi strano, che gli si abbia a tôrre o a scemare l'attributo per cui si differenzia dalle bestie. La parola è la umanità, anzi la parola è Dio.
Qui mi fermo, e conchiudo che se il consorzio umano ha facoltà di affliggere, e co' dolori alterare e scemare la vita dell'uomo, la possiede eziandio per toglierla; ovvero se manca del diritto di spegnerlo, difetta eziandio dell'altro di tormentarlo.
E non mi muove neppure la considerazione che la pena non si abbia a proporre per fine la vendetta, perchè anzi io giudico che se l'abbia a proporre. Che vi abbiano di più maniere vendette si accorda; e che l'uomo ridotto a vivere in comunanza civile deve cedere il suo diritto a vendicarsi in mano al magistrato s'intende; come si capisce altresì che vi hanno vendette ingiuste o per l'affetto che le partorisce, o pel modo e per lo eccesso co' quali vengono eseguite, e queste tutte condannansi; ma la vendetta giusta, pacata, correspettiva alla offesa non si può condannare. In tutte le religioni, segnatamente in quelle che più governano il vivere nostro, massimo attributo della Divinità è la vendetta delle opere prave; anzi per la vecchia e per la nuova legge si ordina espresso che la vendetta si lasci a Dio e ai magistrati; nel linguaggio o sia filosofico o poetico o comune occorrono perpetue la idea e la parola della vendetta: il Monti sacerdotale, e in Roma, diceva:
«Sicchè l'alta vendetta è già matura,
Che fa dolce di Dio nel suo segreto
L'ira.....
Le pubbliche e le private sventure si apprendono per ordinario come castigo di Dio. Insomma la vendetta costituisce un compenso al male patito ed una difesa, perchè a danno nostro non si rinnovi, e quanto è feroce appetirla immane, altrettanto abbietto non cercarla onesta, e tale sentenzia anco Cicerone. Infatti:
«. . . . . la sofferta ingiuria
Chiama da lungi la seconda offesa.