«Della tenera altrui moglie a te cara!

Conchiudo pertanto che volendo tôrre via dagli animi la ferocia, onde altri desume la necessità di conservare la pena di morte, bisogna per lo appunto come esempio supremo di educazione abolirla, e con essa removere dalla mente del popolo lo spettacolo d'iniquità e di contraddizione, pel quale chi ordina la morte dell'uomo si pretende onorato, chi mette a compimento il comando si dà in balìa alla pubblica esecrazione.

Rimarrebbe, e questo massimamente importa, a discorrere qual sistema di pena possa surrogarsi affinchè un reo non aggravi più di dieci innocenti, e come il suo lavoro possa tornare proficuo alla società ed alla famiglia offese; quali opere dovrieno affidargli, dove, in che termini; con altre assai più ricerche che ometto. Questo dipende da studiare le isole, le maremme, le miniere, e simili argomenti; ed io non ho modo, nè tempo di farlo. —

Con ben'altra scienza ella persuaderà altrui l'abolizione della pena di morte; e lo ha già mostro col suo trattatello stampato a Venezia l'anno scorso; ma per diverse vie si giunge a Corinto, dicevano gli antichi. Mi piacerebbe le tornasse grato lo scritto, ma questo o non importa, o poco; quello che preme si è che duri ad esserle gradito lo scrittore, che la saluta, e le si raccomanda.

Affezionatissimo
F. D. Guerrazzi.

Genova, 5 marzo 1861 — Villa Giuseppina.

RITRATTO MORALE
DI
LEOPOLDO II

Leopoldo II ha sempre aborrito qualunque limite alla sua potestà assoluta, o sia che tale gli persuadesse la propria natura, o la indole ricevuta; e quantunque mostrasse diversamente nel 1848, esse furono lustre per parere, onde molte volte la memoria mi ha riportato il caso che adesso dirò. Nel 1831, quando la Italia commossa dalla rivoluzione di Francia e dalla belgica desiderò sollievo al dispotismo, non mancarono personaggi dabbene, i quali, amici al principe e non avversi al popolo, colto il destro, si attentarono suggerire a Leopoldo II temperasse gli ordini dello Stato; egli accolse questa entratura con torbida faccia, e, comecchè pacatissimo, tanto non seppe frenarsi, che rizzatosi in piedi, e scorrendo con passi agitati la stanza non prorompesse in queste parole: — I Toscani vogliono la costituzione; non la darò, io voglio prima che mi mettiate a pezzi. — Questo riportava a quei tempi un marchese Pucci in casa del generale Colletta: presenti erano a cotesto discorso il marchese Capponi ed io scrittore; se altri con essi non rammento ora.

Nel 1848, tardi, a rilento, e sopraffatto dal turbine, concesse lo Statuto, e dichiarò la guerra all'Austria: secondato dai ministri, fingeva andarci di buone gambe; in sostanza l'attraversava; di ciò potrei allegare molteplici fatti e dicerie; me ne basti uno: certo mio fidatissimo amico, sollecito meritamente per due suoi figli accorsi volontarii al campo, si condusse alla capitale per conferire col ministro, a quei tempi in delizia del principe, intorno alle faccende della guerra. Ora il ministro reputando l'amico mio persona da potercisi sfogare, come quegli che apparteneva a non so quale amministrazione regia, così gli disse: — La stia tranquilla, signore Lionardo, che per me i suoi figliuoli moriranno di scarlattina, se ne hanno voglia; di palle tedesche no davvero[14].