Parecchi libri di storie moderne hanno stampato certa lettera, che si affermò scritta dal maresciallo Radetzky, con la quale s'invitava il granduca a fuggire di Toscana; anco il Montanelli nelle sue Memorie la riporta; io non omisi pratica per arrivare a conoscere se la fosse vera, e non ci sono riuscito, o piuttosto sono riuscito a confermarmi nel dubbio che mai sia stata; però ne scopersi un'altra a mille doppi più rea; se mi appongo, altri giudichi. Vi rammentate della festa del settembre 1847? Certo nessuno può averla messa in oblìo. Da tutta Toscana movevano i popoli ebbri di gioia, a cui pareva che il principe, per avere alquanto rimosso il freno, avesse donato il sole. Da per tutto era un drappellare bandiere, un abbracciarsi, un baciarsi, un piangere di allegrezza; e tra canti e suoni tutta cotesta gente pigliava la via del palazzo Pitti, dove affermavasi giacere infermo l'ottimo principe; e lui benediceva, e il cielo con fervide preci supplicava che quel caro capo salvasse. Come fu giunta sotto i balconi del palazzo, ecco si ode che il granduca, malgrado la infermità, vuole godersi lo spettacolo tanto diletto al suo cuore paterno dei figli esultanti: ora viene, ora non viene; ma non pigli disagio; chi può trattenere quello spirito avvampato nell'amore dei suoi sudditi? Di repente si aprono le finestre del terrazzo, ed ecco apparisce il granduca vestito da generale di guardia nazionale, circondato dalla moglie e dai figli (questi non so se con la stessa assisa) e rispondere ai saluti, e agitare anch'esso la bandiera italiana. I babbi recavansi i figliuoli a cavalcioni sul collo, perchè mirassero quel paterno volto, e ai figliuoli loro più tardi lo descrivessero; le mamme sollevavano fra le braccia i pargoli perchè con le manine infantili plaudissero: per poco non ci fu piena in Arno per la copia del pianto. Or bene, cotesto principe cortese, il giorno dopo, mentre il popolo lo reputava tuttavia convulso dalla commozione, egli, proprio lui, scriveva in Germania, non già all'imperatore, bensì alla sua figliuola maritata in Baviera. Mandare a lei per buoni rispetti la lettera, affinchè facesse ufficio presso l'imperatore, assicurandolo del suo inalterabile attaccamento alla sua persona e agl'interessi della casa: avere saputo come gli si apparecchiasse una manifestazione rivoluzionaria al teatro della Pergola, per evitare la quale si era dato per infermo; ciò non avergli giovato, perocchè il popolo si fosse volto al palazzo: allora avere reputato spediente mostrarsi, e fingere tenere per gradita cotesta baldoria: passerebbe presto, e ogni cosa sarebbe tornata allo aspetto primiero.

Anche ci era noto per relazioni particolari, che il granduca manteneva continuo carteggio con Vienna spedendo costà le lettere a un tale Bottaro, o Bottero, che assunse poi qualità pubblica di agente granducale. Queste lettere potevano sorprendersi e di lieve; non fu fatto, un po' per rispettare la lealtà della posta, e un po' per non iscatenare un temporale, che non si sarebbe saputo a qual modo attutire[15].

Ho accennato altrove come fino dall'agosto del 1848 dal granduca si richiedesse l'Inghilterra di alcune navi che gli facilitassero la fuga, e le ottenne e se ne valse più tardi.

Rammenteranno, forse, i Toscani certo processo a carico del governo provvisorio toscano del 1849; pochi, dubito, di cotesto processo compresero i fini a quei tempi; giova adesso chiarirli: prestando il granduca facile credenza a cui esercitando onoratamente l'ufficio[16] glielo consigliava, pensò che dove si provasse davvero che se non tutti, parte almeno dei Toscani avevano congiurato contro la sua autorità, forse contro la sua vita, si sarebbe potuto far perdonare le abolite libertà e la occupazione austriaca; però dopo un tentennare di più anni comandava condannassero. Facile il comando, più facile ancora l'essere servito subito: più difficile assai avere ragione. — Così fu provato che il ministero del 26 ottobre non gli veniva imposto, bensì eletto liberissimamente da lui, e non prima di essersi consultato col marchese Capponi e col ministro inglese. Se da altri la Costituente accettò, ad altri ancora ei la fece accettare: non mancarongli avvisi intorno ai pericoli di quella, e siccome rispose: — averli previsti, e se la sua deposizione dovesse tornare di benefizio al popolo, anche a questo lo troverebbero disposto — così l'uomo a cui egli si spiegava a quel modo non patendo che cuore di principe vincesse in generosità cuore di popolo, non senza tremito replicò: — sè essere parato a tutto, persistere nella opinione che egli non avesse meditato troppo codesto disegno: ad ogni modo avvertirlo che dove, o per mutate voglie o per impacci non preveduti, lo avesse preso in uggia, glielo manifestasse che egli avrebbe provvisto perchè senza scapito della sua riputazione si potesse mutare. —

La Costituente di vero increbbe più tardi al granduca, in guisa che negò sempre firmare il decreto da presentarsi alle Camere, e il giorno stesso che ne ricorreva la discussione non era sottoscritto. Partivasi il presidente del Consiglio dalla udienza regia senza conclusione, e disposto a resignare l'ufficio, quando il principe ridottosi a consiglio col ministro dello interno, questi in sostanza gli disse: — Prossima a rompersi la nuova guerra coll'Austria: ora di queste due cose succederebbe l'una, dacchè nella guerra di rado s'impatta, che l'Austria o vincerebbe, o perderebbe; nel primo caso, di Costituente ne verbum quidem, e bazza se potessimo conservare lo Statuto; o perderebbe, e allora pensasse quale sarebbe la condizione sua senza l'appoggio materiale e morale dell'Austria: gli rinfaccerebbero ad ogni movere di foglia la sua qualità di tedesco, gli torrebbero il credito, gli converrebbe rannicchiarsi, farsi piccino, e nè anche gli basterebbe: allora avrebbe l'Italia il suo servo dei servi di Dio davvero, e questo servo sarebbe lui. In tanto estremo non poterlo salvare che la Costituente, con essa si difenderebbe, con essa si commetterebbe in balia del popolo italiano che, memore della sapienza dell'avo, della mitezza paterna e grato alla benignità sua, lo tutelerebbe dalle cupidità altrui, e farebbe comportabile la sua condizione, ampliandogli lo Stato, da metterlo in equilibrio co' vicini ingranditi. — Rispose il principe: dello altrui non essere stato mai vago; ma gli fu fatto notare, come questo non fosse puntuale, dacchè avesse preso Massa, Carrara, la Garfagnana, con altri paesi, al che il granduca oppose: avere ricevuto cotesto bene in deposito per renderlo ai suoi legittimi padroni: e questo pure gli fu chiarito inesatto, imperciocchè col decreto del 12 maggio 1848 avesse aggregate coteste provincie assolutamente alla Toscana. Il principe dopo riflettuto alquanto, disse: — Qui dentro c'è del vero, ma il ministro inglese si oppone. — Forse, soggiunse, il ministro sir Hamilton non considera la faccenda sotto questo aspetto; dove lo conceda, andrò a conferirne con esso. — Non occorre andare, riprese il principe, egli è qui, di là nel salotto giallo. — Tanto meglio, permetta che io vada. — Anzi glielo raccomando. — Il signor Carlo Hamilton rimase, o parve al ministro rimanesse sorpreso, quando vide comparire lui invece del principe; sorrise alquanto; poi, udite le ragioni, gli parvero buone, e tali da determinarlo a consigliare la presentazione del decreto. Riferita la cosa al granduca, fidandosi poco, volle accertarsi da sè, e lo fece; quindi, piuttosto acceso che bene disposto, si dette a rovistare in un monte di carte il poco anzi odiato decreto, e quello presto presto segnando rimise in mano al ministro dicendogli: vada dunque, e procuri che il Parlamento lo voti.

Ma l'esitanza cacciata dalla porta tornava dalla finestra, e di questo accortosi il ministro dell'interno, avuto serio ragionamento col presidente del Consiglio e col ministro inglese, persuase il primo a rinunziare l'officio, e quegli sempre amante della patria, non di sè, ponendo il proprio bene nel bene comune volentieri acconsentiva; sir Hamilton prometteva appoggiare la pratica; e la pratica fu fatta presso il granduca, e nella medesima insistito per quanto la decenza comportava. Riformato il ministero, la malgradita Costituente sariasi messa da parte. Il granduca accolse la proposta con liete parole, ma circa a mandarla ad effetto gli parve bene differire. Indi a pochi giorni insalutato ospite andava a Siena, nè faceva le viste di volersi movere; alla ressa frequente del ministero di tornare, rispondeva fingendosi ammalato; alla proposta di accogliere la sua risegna replicava con la preghiera: restasse, non si potere comandare alla natura, tornerebbe appena sanato.

Andarono allora il gonfaloniere di Firenze e il generale della guardia nazionale, e n'ebbero buone parole. Comparve loro infermo davvero; sicchè tornando, per commission del principe invitarono taluno dei ministri a recarsi presso la persona di lui; questo fece il presidente del Consiglio, che trovò giacente, col berretto tirato su gli occhi, affannoso, con una febbre da cavallo, emicrania da rompere le campane, e tanti altri malanni da consegnare in capo a un'ora al catafalco anche il Biancone di Piazza ch'è di marmo. Il presidente, per non dargli disturbo, pian pianino in punta di piedi se ne andò rimproverandosi la disonesta diffidenza. Durante la notte il ministro dello interno spediva dispacci fervidissimi co' quali raccomandava al collega la tutela del principe, che ad ogni costo anco suo malgrado si aveva a salvare. Il giorno appresso il presidente si conduce al regio ostello, e il cuore gli palpitava per tema di trovare l'augusto infermo aggravato. O prodigio! Il principe era sano come un pesce; accoglie festoso il presidente, gli dice che, dopo mangiato un bocconcino[17], giovandosi del cielo sereno, andrà a fare una giravolta in carrozza; al suo ritorno parleranno di negozi. Così il principe disertava dalla Toscana senza neanche lasciare a reggerla un vicario, non diceva in qual parte si sarebbe condotto; dai suoi scritti inferivasi non lo sapere neanch'egli, dacchè asseriva andrebbe dove la Provvidenza avesse voluto: intanto raccomandava i famigli al ministero, il quale per la sua assenza cessava de iure; aggiungeva, non volere per questo abbandonare la Toscana, e ciò sonerebbe contraddizione là dove non si avesse ad intendere, ch'egli alla corona non intendeva di renunziare. Pretesto alla fuga lo scrupolo di ratificare il decreto della Costituente, messogli in capo dal papa, l'aborrimento che per lui si versasse sangue umano; entrambi bugiardi: bugiardo il primo, dacchè da quanto si espose, e a lui fu contestato in forma pubblica e privata, e non contraddetto mai, si ricava come fosse in sua potestà negare la ratifica al decreto della Costituente: bugiardo il secondo per ismentita troppo più crudele, imperocchè dimostrava ben egli come dal sangue non aborrisse, quando il potesse senza paura versare: non aborrì dal sangue quando a buglioli pieni gliel'offerivano gli Austriaci assassini: non aborrì dal sangue quando a mani giunte, e piangendo di rabbia, quel suo figliuolo Carlo (che il popolo dabbene si reputava amico) supplicava gli artiglieri toscani ad eseguire l'antico ordine di soqquadrare con le palle Firenze.

L'operato del principe lo pose nelle condizioni medesime di Giacomo II; egli era il colpevole davanti alla legge, ed ogni cittadino avrebbe avuto il diritto di arrestarlo; all'opposto egli accusava, egli condannava, giudice e parte.

Causa di tradimento pur troppo era quella; bensì il traditore non istava davanti il tribunale; e poichè questo lo scrittore disse quando lo circondava forza austriaca, davanti coloro che avevano preso a cottimo di condannarlo, così non gli sia imputato a viltà ripetere adesso che il traditore senza rimorso, come senza vergogna, ha per interi dieci anni abitato il palazzo Pitti.

Ciò che dopo avvenne come preordinato alla salute del paese non poteva essere argomento di accusa; chè i paesi bene stanno e spesso anco benissimo senza principi, senza governo no, e le fazioni nemiche furiavano con ismisurato impeto agl'incendii alle rapine ed al sangue; e come se tanta rovina fosse poca, il principe, che non sapeva tenere nè lasciare, comandava ai soldati che abbandonando agli Austriaci le frontiere, voltassero le armi contro al paese per ricuperargli lo scettro ch'egli aveva buttato via; ma egli, che odiava tenerlo con la legge, intendeva ripigliarlo con la punta della spada: e questo fu visto. Ciò nonostante il Governo provvisorio pose studio affinchè ogni cosa, comechè minima, del principe rimanesse inviolata, e fedele al mandato volle che il paese intero con voti liberissimi decretasse il governo col quale intendeva essere retto.