La fortuna allora continuò a mostrarcisi avversa: dopo la giornata di Novara null'altro avanzava che salvare quante più reliquie si potessero della libertà. La mente del Governo toscano allora fu questa: con ogni provvidenza, fosse anco estrema, si tentasse mettere il paese in istato di difesa; poi procurare che l'assemblea costituente statuisse: veruno avere bandito il principe; il principe tornasse a patto, mantenesse lo Statuto, e la patria da qualunque occupazione straniera preservasse. Se si asserisse che questo partito era per riuscire di certo, sarebbe iattanza e presunzione; solo ne sia lecito affermare che sembrava di esito credibile. Si consideri che le cose dell'Austria procedevano tuttavia avviluppate; la guerra ferveva in Ungheria, durava Venezia, a Roma oscuravasi il tempo, la Francia tentennante dava sospetto: e concorrendo tutti in un volere, la difesa poteva farsi. Per altra parte non erano stati ommessi gli uffici, perchè potentissimi mediatori si togliessero il carico di comporre il negozio in termini comportabili, ed entrassero mallevadori dello adempimento dei patti. Sir Giorgio Hamilton ministro d'Inghilterra (della benevola mente del quale verso la patria i Toscani dovranno conservare grata memoria) non si tirò punto addietro, e promise assumere il trattato, e si ripromise menarlo a bene; se l'egregio suo fratello Carlo lo confortasse alla impresa non è da dire; solo desiderava per più sicurezza pigliarsi a collega il ministro di Francia, e questo si giudicava non sarebbe per mancare: disdetta volle che dimorando alquanto a venire il signore conte Walewski, nuovo oratore di Francia a Firenze, l'opera sua non si potesse avere: giunse tardi, e giusto in quel punto che sprofondava ogni cosa. Però cotesto signore non pretermise ogni maniera di onesto officio, affinchè molti guai non succedessero; non essendosi presentato il destro fin qui allo scrittore di queste pagine farne testimonianza, parrebbe a lui meritarsi taccia d'ingrato se lasciasse correre questa occasione senza porgergliene le debite grazie[18].
Se bene o male il Municipio di Firenze e la Commissione aggiunta operassero non torna opportuno cercare, nè importa al fine del mio ragionamento; il quale ha dovuto chiarire che il granduca non ebbe ragione di percotere il paese per colpe che il Governo provvisorio non commise; ad ogni modo, se fu in peccato il Governo provvisorio, certo non avevano demeritato presso lui il Municipio fiorentino e la Commissione aggiunta, della quale il fallo fu appunto quello di aver fatto col principe troppo a fidanza. E se pure in essi trovò ad appuntare qualche cosa, perchè mai flagellarne la intera cittadinanza?
Invano si metterebbe in campo Livorno come pretesto: certo, non si può celare; allora (non so per quale maledizione di Dio) così procedevano gli spiriti ciecamente appassionati, che parve onesto e savio apporre ai Livornesi di ogni ragione misfatti, e metterli in mala fama presso l'Europa, esagerando con malignissimo intento qualche trascorso vero, e apponendone loro molti di falsi; e tutti ne furono puniti anche troppo. Se rammento questo, lo faccio affinchè d'ora innanzi biasimino o lodino meno i Livornesi secondo che il vento tira e torna comodo, o gli studino di più; rispetto ai Livornesi, calde, spensierate e generose nature, non portano rancore; offendili pur quanto vuoi, voltati in là, non è più nulla: anzi per la dolcezza di fare alla pace, quasi quasi ti vogliono bene per avere loro cagionato del male. Badiamo però ve'; ogni pesce ha la sua lisca, e a me non garbano idillii. Tuttavolta, malgrado lo sbottoneggiare della impronta e stemperata setta, che dei moderati si appella, Livorno si mostrava di facile composizione, e il motto partorito dallo impeto popolare volgeva al termine: certo fu colto pretesto alla chiamata dei Tedeschi in Toscana; ma quando vidersi distendere da per tutto, allora ne apparve intera la fallacia. Si buccinava eziandio: ciò essere senza il consenso, all'opposto contro la volontà del granduca, il quale si sarebbe messo in quattro per non ce li pigliare; anch'egli pagava il fio della guerra bandita all'Austria, quando agli affetti privati antepose la carità patria, e via e via con altre melansaggini siffatte, spifferate dai moderati a cui la dissimulazione parve sempre rimedio; se non tutti la trangugiavano, nè anco mancavano baggiani a crederlo: finalmente il generale D'Aspre, soldato tagliato con l'accetta, stizzito per siffatti tranelli, buttò carte in tavola, e da Empoli mandò fuori un bando col quale fece sapere: che veniva in Toscana perchè ce lo avevano chiamato; e chi ce lo chiamò era il granduca.
Il libretto dell'Austria e della Toscana, delle immanità toscane incolpa l'Austria e Radetzky, come quelli che violentemente avevano usurpata l'autorità sovrana tra noi: questo è falso e dannoso: falso, imperciocchè al principe piacque cavare la castagna dal fuoco con la zampa del gatto; dannoso, perchè purgava il granduca delle sue colpe; e di sacrificatore voleva farsi comparire vittima agli occhi dei popoli ingannati: ma forse cotesta arguzia si reputò spediente, prima per non inciampare nelle Murate, e poi per mantenere in buona reputazione la stirpe, che pur si voleva continuasse a reggere la Toscana, e fu tempo perso, perchè a Belvedere la si scoperse da sè. Nuovo e non volgare esempio della inanità di dire le cose a mezzo, nelle faccende politiche. Quando il debito dello ufficio, che tieni, non te lo vieti, allora solo gioverai alla patria, se presa la balla pei pellicini, la scolerai per quanto ti bastino le braccia.
Ho dubitato se avessi dovuto scrivere quello che segue, ed, anco scritto, sono stato in forse di cancellarlo; poi mi vinse il pensiero di lasciarlo correre, perchè, o m'inganno, o meglio di molto discorso basterà a dipingere la natura dell'uomo. Il granduca portava tra i ciondoli dell'orologio una girella composta di tre pietre dure co' colori bianco verde e rosso; ogni volta che veniva in Consiglio recavasi il libretto dello Statuto sotto il braccio, ed assettatosi se lo apriva davanti sul tavolino dicendo sempre, talchè riusciva sazievole: — Siamo nuovi in questa via; mettiamoci la falsariga dinanzi agli occhi per non isbagliare: questo abbiamo giurato, questo vogliamo mantenere, e non vorrei che, per inavvertenza nostra, ci pigliassero in fallo. — Che più? Nel libro delle orazioni, ch'ei leggeva assistendo alla messa stavano attaccati, per segni, nastri verdi, rossi e bianchi, orlati in cima con un po' di trina di oro, e questi un giorno mostrando allo scrittore gli diceva, le sue figliuole avergli fatto quel gentile lavoro.
Questo rammenta la famosa preghiera con la quale Luigi XI si raccomandava alla sua diletta madonna di Embrun, e tenuto conto della differenza dei tempi la rassomiglia.
Mettete quel poco, che ne ho riferito, insieme al berretto di cotone tirato su gli occhi, nel quale arnese si fece trovare dal conte Chigi, dal cavaliere Peruzzi e dal presidente Montanelli; impastatelo col bocconcino che diceva mangiare prima di partirsi lasciando il paese, che tanto lo aveva amato, nella desolazione, e giuoco Roma contro uno scudo, se anco di qui a mille anni gli storici, i romanzieri non lo dipingeranno a capello.
Il granduca, appena arrivato a Ferrara, e non so in quale altro luogo, protestò e riprotestò intorno alla slealtà e alla violenza patite. Pare a me che violenza non si fosse usata, e quanto a slealtà sarebbe bene che le sue labbra disimparassero cotesta parola: infatti se la storia delle 4 ore è vera, e non apparisce causa onde noi l'abbiamo a reputare falsa, si ricava com'egli, licenziato l'antico ministero, commettesse al signore Neri Corsini di comporne un altro: questo gentiluomo vi si adoperò, ma non gli venne fatto; dacchè le persone ricercate da lui rifiutassero, se per condizione prima il principe non risegnasse la corona al figliuolo. — Io so anche la ragione che addussero, e fu: che veruno uomo onorato poteva accettare l'ufficio di ministro di Leopoldo II. — Gravissimo sfregio, e meritato. — Altro da lui indegnamente bandito gli faceva assapere: tanto sperare di vita da potergli un giorno dire in faccia ch'egli non era nè galantuomo, nè gentiluomo. — Ma la superba fortuna derise allora cotesta parola come sfogo di animo scorrucciato, e pure non era così, e adesso nell'avversa con ragione pari altri gliela confermano. Noi pur troppo agitano le sorti umane irrequiete e voltabili, pure a cui cammina per la sua via dritta, se incontra l'odio, non trova il disprezzo mai. E il disprezzo meritato è l'unica ferita che per rimedio non sana. Nè patì violenza dai soldati, imperciocchè questi negassero bene di sfolgorare Firenze con le artiglierie, ma gli si profferissero in ogni altra cosa devoti e pronti a mettersi in qualunque cimento per serbare incolume il capo di lui e della sua famiglia.
Circa a slealtà, giova assaissimo fissare la mente sopra un fatto riportato dalla storia delle 4 ore. Il signor marchese di Laiatico (della svisceratezza del quale verso il granduca veruno, che io pensi, ha dubitato giammai) narra come il suo augusto padrone anco nel 27 aprile si dichiarasse disposto a movere guerra all'Austria, a patto che i Toscani continuassero ad obbedirlo come sovrano; posto ciò ne scende sequela, o ch'egli nell'ora della disdetta si univa ai nemici della sua famiglia, o ch'egli si apparecchiava a sostenere la seconda volta la parte del 1848 e 1849. Nel primo caso era senza onore, nel secondo senza fede; sleale sempre. Dunque silenzio! La lealtà in casa d'Austria ci sta come i vescovi in partibus infidelium.
Riassumiamo. Il granduca senza ragione disertando dal paese lo espose agli orrori della guerra civile e dell'anarchia; e ciò nel punto in cui stava per combattere la seconda impresa italiana; pretesto la Costituente: causa vera, starsi a cavallo al fosso per vedere dove l'andava a parare, e godere i frutti così della vittoria come della disfatta; a cui salvò il paese dagli orrori a cui lo esponeva egli, dava in mercede l'esilio, la quinquenne carcere, l'oltraggio della condanna infamante, la inopia e l'avvilimento; cui troppo si fidò della sua giustizia espose al ludibrio delle genti, al rimprovero di avere condotto al macello la patria, all'amarezza di essersi in mal punto ingannati, e ad altre più cose che a noi fia bello tacere. Il paese innocentissimo funestò con le stragi, avvilì con la occupazione straniera, spiantò con gl'imprestiti per pagare il boia che lo frustasse, empì di miseria e di lutto con le frequenti condanne per cause politiche; tentò più volte consegnarlo in mano degli esosi gesuiti, le libertà calpestava, i giuramenti tradiva, insultava la cittadinanza toscana ostentando assisa austriaca senza bisogno alcuno, e predicandola stupida e ignorante al mondo; s'ingegnò fulminare con le artiglierie Firenze, spinse i nati di una medesima terra a sbranarsi. Alla perfine rifuggì presso il nemico, anzi nella sua medesima casa ei riparò: i figli suoi nello esercito austriaco comparvero solo per dimostrare che, rinnegato il paese dove pure avevano aperto gli occhi alla luce, quando avessero potuto, lo avrebbero con le proprie mani messo a pezzi.