[3.] Ecco il passo, che volgarizzo dalla Catilinaria: «In ballare e saltare perita più che si convenisse ad onesta, ed in altri esercizii parecchi per lei arnesi di lascivie, e però da lei oltre la fama e la pudicizia amatissimi: se più del decoro fosse prodiga o del danaro, pendeva incerto; libidinosa così, che non pure ricercata facile acconsentiva, ma ella stessa gli uomini ricercava.»

[4.] Dante, — Inferno.

[5.] Nella raccolta dei Proverbi toscani del Giusti ampliata ed ordinata per cura del marchese Gino Capponi questo proverbio viene riportato in due altre diverse maniere; «Chi mena la sua moglie ad ogni festa, e dà bere al cavallo a ogni fontana, in capo all'anno il cavallo è bolso, e la moglie p.....» Si accosta meglio al riferito da me il secondo, ch'è veneziano, e predica così: «Tre calighi fa una piova, tre piove una brentana, e tre festin una p.....» Ma io l'ho inteso dire come l'ho contato.

[6.] Ode a Silvia.

[7.] Dante, — Inferno, C. XVII.

[8.] La Gazzetta di Savoia smentisce quella di Ginevra, e nega il fatto; però uno avulso non deficit alter. La Gazzetta di Fionia racconta nel 26 agosto 1856 essersi giustiziato ad Asten un Olsen masnadiero famoso: sgorgando il sangue del capo reciso, due giovanette di 15 e 17 anni averne raccolto il caldo sangue in bicchieri, e bevuto. Condotte dal Magistrato, e da questo riprese rispondono: non meritare rimbrotto, perchè circa a prendere il sangue ne avevano la licenza (e qui buttano su la tavola un foglio firmato dall'Olsen, che regalava loro tutto il suo sangue, scapezzato che fosse); e intorno al berlo, egli Giudice, doveva sapere, che preserva dalla epilessia, dalla apoplessia, e da molti altri mali.

[9.] Divitiacus multis cum lacrymis Caesarem complexus. — C. J. Caes de Bel. Gal.

[10.] Ut sentiat se mori. — C. Tacit., Hist.

[11.] Rassicurinsi i pedanti, che si sono gittati su la bella Firenze come su bestia morta, e colà parlano di lingua a mo' che i dannati ragionano delle glorie del paradiso: per giustificare il palpitante per siffatta guisa adoperato, ci sovviene l'autorità del Bembo negli Asolani.

[12.] Per bene intendere questa oda, è mestieri che il lettore ricordi come gli Inglesi, cui premeva assai che la Spagna sostenesse la guerra contro la Francia, mandarono in aiuto degli Spagnuoli sire Giovanni Moore, generale di buona reputazione, con 30,000 uomini. Intento il governo inglese, secondo il vecchio costume, a fare il maggior guadagno possibile con la minore posta possibile, lasciò Castanos e Palafox avventurarsi soli su i piani di Tudela, dove furono disfatti; allora il Moore, il quale non si era inoltrato tanto da soccorrerli efficacemente, nè tanto poco da ritirarsi senza pericolo, stretto da Napoleone e da Soult, disegnò, traversata la Gallizia, ridursi in Corogna dove lo aspettavano le navi onerarie. Comecchè parecchi gesti illustrassero questa ritirata, ella fu disastrosa oltremodo, avendoci perduto gl'Inglesi meglio di diecimila uomini, e fu anco infame, avvegnadio inaspriti dalla sventura eglino commettessero a danno degli Spagnuoli di ogni ragione eccessi. Sopraggiunto dalle forze del generale Soult, il Moore conobbe che non poteva effettuare lo imbarco eccettochè in virtù di capitolazione, o per forza di arme: scelse l'ultimo partito, e bravamente combattendo fu colpito a morte, mentre animava i montanari del quarantesimosecondo reggimento con le parole: «Rammentatevi dello Egitto, dove mancando i cartocci adoperaste le baionette.» Lo seppellirono su i baluardi, e intanto che gli uni ributtavano i Francesi, gli altri s'imbarcavano. L'oda poi non fu composta dal Byron come il Medwin sospetta, bensì da Carlo Wolfe.