Barli, comandante di Piazza a Pisa, per telegrafo avverte: essersi presentato il signor Colonnello La Cecilia con una Circolare del Governatore di Livorno, che lo autorizza a presentarsi alle Autorità Civili e Militari, per essere assistito in ogni sua operazione a reclutare Volontarii, e cavalli per l'artiglieria nazionale; avergli domandato quanta cavalleria fosse disponibile in questa Piazza; domandare istruzioni per non intralciare le operazioni di cotesto Dipartimento.[345]

Sicchè quanto fosse vero, che Petracchi e Guarducci avessero inviato la Cecilia, e non il Governatore, di qui apparisce espresso. Per queste notizie accorgendomi come ormai volesse stabilirsi un Governo di fatto Repubblicano a Livorno, di cui Pigli avesse ad essere la mente, e La Cecilia la spada, mando al Governatore:

«Lo invio del La Cecilia è uno dei soliti spropositi; domanda artiglieria, cavalleria, e altro da Pisa. Tu hai azione dentro il tuo Dipartimento, fuori no; non puoi farlo senza mandare sottosopra ogni cosa. Per Dio, così rovina la impresa. Dite il vostro bisogno. Dite come potete provvedere per voi, e come deve aiutarvi il Governo centrale. — Manderemo ufficiali a posta. Il Comandante di Pisa, come è naturale, non sa che fare. Si richiami La Cecilia con bel garbo.[346]

Pigli per gratificarsi i Volontarii livornesi, promette di propria autorità venti crazie al giorno di paga. Avverto, che questo negozio sconvolge da cima in fondo lo esercito, imperciocchè tutti pretendono paga uguale; per rimediare, suggerisco far credere che la differenza della paga ricevano dal Municipio; scongiuro non prendano misure senza concerto nostro; altrimenti, quando più la disciplina e la organizzazione abbisognano, ci casca addosso il caos.[347] La Cecilia, apprendendo che l'ordine del Pigli intorno alla cavalleria non verrà eseguito, gli scrive parole concitate contro il Governo superiore.[348] Pigli risponde insistendo non avere egli inviato La Cecilia... «Che debbo farci?» egli aggiungeva: «gl'imbarazzi sono molti!»[349] Questa parevami, ed era, duplicità manifesta. Da lunga pezza io era informato delle disposizioni di Carlo Pigli ostili al Governo, dello studio posto da lui a radunare un partito gagliardo in Livorno, della sua professione nuovamente repubblicana, del suo accontarsi co' più ardenti di cotesta parte, non meno che dello agitarsi perpetuo del La Cecilia. Certo mio parente, che di me, troppo spesso fiducioso più che non conviene, prendeva amorevole cura, sorprende e mi reca lettere, inviate da un Frugoni di Lerici, capitano di mare, e proprietario di bastimenti, a La Cecilia, con le quali gli proponeva alla ricisa di ammazzarmi come traditore, e surrogare lui a me, Pigli a Mazzoni come uomo inetto; si lasciasse Montanelli, finchè non si trovasse meglio. Dai Documenti raccolti per opera dell'Accusa resultano le prove di questi fatti, i quali vengono per altri riscontri confermati in processo. Spedito Marmocchi a Livorno a investigare le cose, così riferisce nel 5 marzo: «Non ho scritto fino ad ora, perchè ora solamente ho un concetto preciso delle cose in questa città. Ho sentito molte persone di opinione diversa. Vado per la diagonale e vado bene. La cosa principale per la quale sono qua è una ridicolezza. Pigli è lo stesso amico di prima, sincero e ardente. La differenza è nella salute, perchè io l'ho trovato veramente decaduto. Si regge mercè lo spirito, e considererebbe siccome gran favore la sua licenza, o almeno una gita di riposo nel suo paese per un mese. Bisogna dare un collocamento conveniente a La Cecilia. In tutti i modi, subito. Non ha il seguito che credete, no, ma manca l'antica amicizia, e di gran cuore se ne andrebbe. Quel di Lerici è un fatuo; non è nulla; vorrebbe vendere al Governo Provvisorio alcuni bastimenti, ecco la chiave di tutto. Il Popolo livornese è sempre eroico e grande; è anche moderato. La Repubblica non è proclamata. Siamo qui come a Firenze su questo proposito, con la differenza, che Firenze è una selva di alberi, e qui non ve ne sono che tre o quattro soli. Volete si tolgano di Piazza, e si portino in Chiesa fino al giorno che l'Assemblea decreti definitivamente la Repubblica? Livorno aderisce, e Firenze non sarebbe così docile. Vedete dunque che cosa è Livorno.»[350]

Il Rapporto del Marmocchi non poteva persuadermi: comunque vogliasi tenere in poco conto la vita, pure sentirti dire, che il disegno di ammazzarti è cosa da nulla, non garba ad un tratto; e il successo venne dimostrando, che Marmocchi per soverchio di dolcezza neanche nelle altre cose si era apposto al vero. Ad ogni modo risposi: non potere offerire altro ufficio, che di secondo segretario a Parigi; però poco dopo aggiungevo, che se l'uomo meritava congedo, non capivo perchè si avesse a impiegare; ed avvertisse che la mansuetudine, quando è troppa, rovina.[351] Marmocchi replica: La Cecilia accettare; egli essermi ancora molto amico, ma disgraziato; non potere dirmi tutto per telegrafo; venire La Cecilia a Firenze: pregarmi riceverlo, in considerazione della lunga amicizia; nessuno credere a tradimento; quel di Lerici essere fatuo come lo scrittore della Frusta repubblicana; la passata intrinsechezza con La Cecilia avrebbe fatto vedere con dolore la presente severità; esultare gli amici ch'egli partisse, ma non derelitto da me; bene altri nemici avere il Governo; trovarsi chi traendo argomento dalla miseria corrompe la plebe; mi manderebbe nella notte uno di questi facinorosi incatenato a Firenze.[352] Qualche ora più tardi nello stesso giorno, aggiungeva avere veduto il Gonfaloniere, il quale si rallegrava col Governo per la misura presa relativamente a La Cecilia, e la opinione pubblica commendarla.[353]

Nonostante scrissi per via telegrafica: «desiderare non vederlo; fosse trattenuto, potendo, in Livorno[354] pure egli venne, ed io lo accolsi con volto sereno e mente pacata; e dopo avergli posta davanti gli occhi la lettera del Frugoni, lo interrogai, che cosa avrebbe fatto nel caso mio. Rispose non essere in sua potestà impedire allo stolto che favellasse secondo la sua stoltezza; e siccome questa mi parve convenevole scusa, tacqui; non ugualmente bene poteva scolparsi intorno alla guerra mossa contro il Governo per istrascinarlo di viva forza alla Unione con Roma, e a proclamare la Repubblica, o rovesciarlo. «Orsù via, partiti di Toscana,» gli dissi. «e tutto è posto in oblio.» Partì per Livorno menando a lungo la partenza, finchè crescendo le manifestazioni di anarchia, aombrate dal pretesto della Repubblica nel 14 marzo, contemporaneamente al richiamo del Governatore a Firenze per via telegrafica, scrissi a Livorno: «S'inviti La Cecilia a partire subito, anche per terra, per Genova, donde recarsi al suo destino. Qualora non volesse appagare questi nostri desiderii, noi l'avremmo per tradita amicizia. Gli si partecipi il Dispaccio.»[355] Allora si condusse a Genova; e quivi si andò indugiando sotto vario colore, finchè i successi della guerra gli dettero campo di presentarsi come utile alla difesa del Paese.

Da Genova nel 27 marzo mi scrisse La Cecilia la lettera che leggiamo a pagine 222 dei Documenti dell'Accusa; in questa ei parla di errori commessi dai Comandanti piemontesi nella battaglia di Novara; poi propone due mezzi di difesa, di cui il primo sarebbe stato plausibile per quello che in tempi antichi e moderni ne hanno scritto peritissimi uomini di guerra; il secondo avventuroso e impossibile. Di questa lettera giova riportare la frase che accenna al pertinace proposito di fare sempre a suo modo: «Insomma se nulla si conclude qui tra oggi e domani, io torno; mi metterai in prigione, ma devo, ma voglio dividere le vostre sorti.»

Non tali auxilio, nec defensoribus istis

Tempus eget! —

La Cecilia non era uomo da dire le cose e non farle; piuttosto prima le compiva, poi le diceva. Di vero il giorno seguente eccolo a Massa, donde m'invia la lettera in data del 28 marzo 1849, nella quale si propongono tre progetti: il 1º contenuto in altra lettera, che io non ricordo, ove non fosse taluno degl'indicati nella lettera del 27; il 2º di seppellirci tutti sotto le rovine delle nostre città; il 3º di fare offrire la corona al figlio del Granduca; questo ultimo mezzo repugna di molto, egli scrive, ma il Paese vorrà difendersi? E tanto basti per dimostrare come io provassi contrario La Cecilia nel periodo del Governo Provvisorio, da quando mi mostrai reluttante ad appagare i desiderii di parte repubblicana.