Ora continuo esponendo i fatti attinenti a Carlo Pigli Governatore di Livorno; diventato, più che capitano, mancipio della Fazione demagogica, ormai egli non ha più potenza di fare il bene e d'impedire il male. Cotesta egregia Patria di cima in fondo compariva guasta. Il Governo, assentendo ai consigli del signor Marmocchi, pensa scambiare la Guardia Municipale di Livorno con quella di Firenze; e chiamata qui la prima, purgarla e spartirla in altre compagnie. Inoltre, ai suggerimenti del Ministro della Guerra Tommi compiacendo, accorda che il primo Battaglione di Linea si spedisca a Livorno, e quivi si riordini mediante un campo da stabilirsi nelle campagne littorane.[356] Annunziando io queste provvidenze a Livorno, aggiungo: «Il Popolo attenda vigilante le disposizioni del Governo ormai disposto a procedere con severa giustizia contro tutti i perturbatori, e nemici delle libertà, sia civili che militari.»[357] Queste parole ai caporali della Fazione erano savor di forte agrume; nell'anarchia confidando, per soverchiare il Governo, ecco s'industriano a lavorarlo di straforo, mettendo male biette tra il Popolo. «Badate, dicevano, a non lasciare partire la Guardia Municipale Livornese, e sostituirla dalla Fiorentina, però che questa sia qua mandata per opprimere la libertà.»[358] In quanto al Battaglione di Linea avviato a Livorno, si guardassero dal Colonnello Reghini, a cui avevano commesso di trarre a palla sul Popolo, come già aveva fatto sul Popolo pistoiese.[359] Il Popolo si commuove, e circondato il Palazzo del Governatore in numero di 4,000 persone, domanda a morte il Colonnello; altri urlano che si cacci in carcere. «Il Governatore, narra il signor Reghini nel suo Rapporto, si addimostrò sgomento, varii dei suoi spaventati, perchè circuito il Palazzo, e l'anticamera invasa da turbe, che esaltate chiedevano la mia persona in loro possesso, e i moderati gridavano venissi posto alle segrete.[360] Ed io, ben contento di secondare la volontà del Popolo indignato (non so perchè), esortai ad essere dal Popolo stesso condotto in segrete, dove giunsi molto a stento: ma coadiuvato dai buoni che mi fecero corona, mi restò lontano lo stiletto, nè si ottenne di gettarmi a terra.» Io rimasi fieramente percosso per tanto vituperio, imperciocchè il Governatore dovesse nel suo Palazzo, come in asilo inviolabile, custodirlo, nè mai consentire, se non che calpestando il proprio petto, cotesti furibondi giungessero al petto del Colonnello. Avvertito per telegrafo, adoperando la destrezza persuasa dalla gravità dello accidente, senza intermissione rispondo: «Importa grandemente sia fatto il processo ai soldati di cotesto reggimento che si ribellarono. A ciò è necessario il Rapporto del Reghini. Bisogna mettere il Reghini in libertà onde faccia cotesto Rapporto. Non accendasi il Popolo già acceso. Si lasci fare al Governo; ha i suoi fini, e vuole essere libero per il bene della libertà. Dicasi al Reghini, che il Governo penserà a lui. Si risponda subito.»[361] Il giorno seguente, soccorrendo al mal capitato Colonnello, insisto: «Esatte informazioni ci persuadono a conservare Costa-Reghini; però non si vorrebbe urtare la Popolazione. Il Governo vorrebbe formare un campo in prossimità di Livorno, e quindi riordinare il reggimento. Reghini rimarrebbe a riorganizzarlo, e sembra essere adattatissimo per questo. Procuri che la Popolazione applauda a questo progetto, e ci renda intesi dello effetto delle sue premure. Comprende la necessità della prestezza.»[362]
Ancora nel medesimo giorno 10 marzo: «Intorno al Reghini, sarà collocato. Del reggimento sarà fatto un campo. Forza, tranquillità, coraggio e gravità; — e forse riusciremo.... forse, perchè i tempi ingrossano; e disfacendo tutto, nulla si fabbrica.»[363]
Il Generale D'Apice, giunto a Firenze, scriveva al Governo Provvisorio la seguente lettera, la quale non abbisogna di comento:
«Ieri al mio arrivo in questa città, seppi che il signor Costa-Reghini Colonnello del 1º Reggimento Infanteria di Linea, fu immeritamente insultato dal Popolo di Livorno, e poi vilmente abbandonato ai suoi persecutori, dalla prima Autorità costituita in quella città, dal Governatore, presso cui il detto signor Colonnello si era rifugiato. — Un tal fatto è talmente grave, che io lo considero come una vera offesa fatta allo esercito, che ho in questo momento l'onore di comandare. Come capo dunque di questo esercito, e nell'interesse del servizio, credo mio stretto dovere dirigermi alla giustizia del Governo, perchè un'ampia e pubblica soddisfazione sia data allo esercito, e al signor Colonnello Costa-Reghini, elevando questo al posto di Generale di Brigata, e dimettendo dal suo posto il signor Governatore di Livorno. Qualora il Governo non credesse a proposito di accedere alla mia richiesta, lo prego in risposta di volere degnarsi spedirmi la mia dimissione dal servizio.»[364]
In tutto questo negozio io procedeva d'accordo col Generale, parendomi fosse pur giunta occasione di potere alla fine allontanare Carlo Pigli da Livorno, e precidere i disegni di coloro che agognavano alla estrema demagogia. — Invano il Colonnello Reghini scrive, averlo voluto libero il Popolo livornese, e accompagnato dal Governatore, e da parecchi Uffiziali della Guardia Nazionale, fra plausi e banda essere stato condotto al Palazzo Governativo; invano dichiara, per questo modo adempirsi l'ordine del Governo che lo voleva fino da ieri l'altro posto in libertà, ordine non ancora eseguito per timore di collisioni, non tutti i Circoli andando d'accordo nella mia liberazione;[365] invano informa per via telegrafica il Ministro della guerra: «Sono in libertà per acclamazione popolare e generalissima. La mia confusione è grande: vorrei dimostrare al Popolo la mia gratitudine, al Governo la mia devozione; supplico la di lei ministeriale autorità, essermi interpetre, come lo è stato, a mio sommo vantaggio, il signor Governatore Pigli.»[366]
Io ben conobbi cotesta essere mala toppa allo strappato, e conoscevo a prova di che cosa sapessero cotesti Dispacci imposti dai presenti, e da loro prima letti, e poi mandati; però nel 13 marzo 1849, allo intento di superare le resistenze, conforto il Generale D'Apice a tenere il fermo nel domandato congedo: finalmente nel Consiglio le provvidenze da me proposte si mettono a partito, e si vincono; allora senza porre tempo fra mezzo, nel giorno 13 marzo, alla ora prima pomeridiana, mando per telegrafo a Livorno: «Il Governo invita il Governatore di Livorno a venire in giornata a Firenze, per conferire insieme su cose importantissime.»[367] Arrivato a Firenze alle 7 pomeridiane, alle 9 si ordina al Colonnello Costa-Reghini: «È pregato a portarsi domani col primo treno a Firenze. Il Generale D'Apice lo vedrà appena arrivato;»[368] e alquante ore trascorse, di nuovo, alle 3 antimeridiane del giorno 14 marzo, intímo a La Cecilia la partenza immediata, sotto minaccia, che avremmo lo indugio per tradita amicizia, come già in altro luogo opportuno fu debitamente notato.
A ben comprendere quanta industria fosse posta da me per indebolire la parte che strascinava il Paese alla demagogia, e quanta difficoltà incontrassi nella perigliosa impresa, prezzo della opera è sospendere alquanto questo racconto, e continuare quello che spetta alla Guardia Municipale.
La Guardia Municipale corrotta e governata da taluni che trovavano il proprio conto a mostrarsi smaniosi libertini, mercè la diligenza fatta, viene a Firenze, ed è stanziata a Santa Maria Novella. Qui noi attendevamo a mandare ad esecuzione il disegno di cui già tenni proposito, allorchè, avendolo i più audaci subodorato, si ribellano con minaccie di morte: ordinai si trasportassero due cannoni, e al Quartiere, intimati prima i pacifici a separarsi dai rivoltosi, si appuntassero. Però essi non ne aspettarono la vista, e più che di passo trassero alla Porta San Frediano incamminandosi verso Livorno, dove tolleravansi o di leggieri erano scusati. Il Dispaccio del 10 marzo così ammonisce il Governatore: «Accade un fatto gravissimo che dev'essere ad ogni costo, intenda bene, ad ogni costo represso. Una parte della Municipale di Livorno si è ribellata. Prima, nel Convento di Santa Maria Novella, aveva fatto mostra di difendersi; poi è uscita da Porta San Frediano, e non si sa dove siasi diretta. Verrà forse a Livorno. Prenda, con la massima segretezza e con vigore, le misure onde venga arrestata. Si concerti con Frisiani e con altri Ufficiali di testa. L'avviso a tempo, onde a tempo provveda. Non intende il Governo mezzi termini nè pietà. Se mostriamo mollezza per la Guardia Municipale, è finita: invece di difensori avremo un branco di assassini.»[369] Il Maggiore Frisiani raggiunge le Guardie ribellate a Pisa, con ordine di tradurle da capo a Firenze sotto scorta; si sottomettono, ma implorano andare a Livorno, e non tornare alla Capitale presso il Governo Provvisorio. Frisiani non si reputando facultato (come invero non era) ad arbitrare, viene per ordini.[370] Le Guardie promettono aspettarne arrestate il ritorno; i Maggiori Frisiani e Magagnini mallevano per loro; fa lo stesso Mastacchi; se non che le Guardie, mutato consiglio, dai Quartieri di San Martino si recano, nella sera del giorno 12 marzo, alla Stazione della strada ferrata, e quivi per amore o per forza intendono volere essere trasportate a Livorno.[371] Il Governo, sentinella perduta dell'ordine, alacremente commette al Governatore: «L'arrivo dei Municipali a Livorno è fatto gravissimo, e tale da cimentare la pubblica sicurezza. Se forza non rimane alla Legge, il Governo è d'uopo che si dimetta, e con esso cadano tutti i funzionarii pubblici per dare luogo ad uomini facinorosi che condurrebbero a irreparabile ruina il Paese.[372] È necessario pertanto che cotesti ribelli sieno per forza o per arte arrestati e disarmati. Procurate con ogni mezzo che ciò si ottenga, il Governo penserà in giornata a darvi le istruzioni in proposito. Se in un corpo, che tutto deve imporre con la forza morale, si lasciano introdurre germi d'immorale dissoluzione, io non so più qual forza resti al Governo per fare eseguire le Leggi; qual tutela resti al Popolo della propria sicurezza. Uno esempio è necessario. I cinquanta militi municipali venuti costà non appartengono più al corpo. Restituite con un atto di coraggio la fiducia che deesi avere dal Popolo nella Guardia Municipale, e che le mancherebbe, qualora questi sciagurati, indegni di appartenervi, andassero anche questa volta impuniti. I Maggiori Magagnini, il Frisiani, e il Mastacchi hanno cimentato la loro parola in questo affare. Agiscano; chè altrimenti ne va del loro onore. Ogni buon Livornese deve vergognarsi di convivere nelle stesse cerchia e di chiamarsi concittadino di uomini così indisciplinati e ribelli come sono cotesti Municipali.»[373] La pubblica indignazione levandosi a danno loro, altri non potè assumerne le parti di protettore e avvocato; figli di predilezione erano essi, ma sul momento fu mestieri abbandonarli, bensì con fiducia poterli restaurare dello smacco largamente ed in breve. Il Governatore, verso le ore due pomeridiane del giorno 13, annunzia i Municipali disarmati essere stati tradotti in Fortezza; «chiedere intanto essere autorizzato a inviarli a Pisa per essere ivi custoditi e giudicati; implora molta indulgenza e sollecita, non senza però il più ampio apparato di Giustizia.»[374] Fu il richiamarlo risposta. La Fazione sentendosi percossa, prorompe in aperte minaccie; Pigli torna a Livorno; una parte del Popolo tumultua, e intende impedirne la partenza;[375] ma egli ormai privato del comando, increscioso a molti per le sue avventate parole, a parecchi ancora dei suoi partigiani caduto novellamente in fastidio pel non degno abbandono del Colonnello Reghini, comprende essere migliore partito per lui abbandonare Livorno riducendosi a Firenze: quello che vi venisse a fare lo dichiarano i Documenti officiali dell'Accusa; egli venne a osteggiare il Governo, nelle Assemblee e fuori, istando ardentissimo perchè la Repubblica e la Unione con Roma si proclamassero.
Nel giorno 14 marzo stavano radunati nella mia stanza i signori Montanelli, Mazzoni, Pigli, Reghini, e D'Apice, a cui Reghini su la prima giunta aveva esposto per filo e per segno com'erano andate le cose. Io invitai il Colonnello a contestarle in presenza al Governatore; ma egli, si peritasse per gentilezza, o per altro motivo, si andava tuttavia schermendo: allora lo confortai a favellare senza ritegno; poichè la sua sentenza adesso suonava diversa dalla manifestata testè.... nella stessa mattina al suo Superiore. Egli, fattosi animo, confessava essere stato abbandonato pur troppo alla furia popolare dal signor Pigli, e nel venire tratto giù per le scale avere creduto arrivata la estrema ora per lui. Il Pigli si scusava affermando avere adempito a quanto era in potestà sua di fare. Congedati il Generale e il Colonnello, gli palesai aperto non lo potere più oltre conservare in Livorno; e siccome i miei Colleghi assentivano al detto, egli si piegò a dimettersi ponendo innanzi certe sue pretensioni di pecunia, le quali lasciai che altri regolasse con lui, contento ch'egli dal governo di Livorno ad ogni modo cessasse.
La Guardia Municipale ebbe a venire in Firenze e sottomettersi; a Livorno proposi una Commissione governativa composta dei signori Fabbri, Pappudoff, e Manganaro.[376] Certo, Luigi Fabbri fu soldato prestantissimo, e dei primi della guerra della Indipendenza; e spesso (chè spessissime volte col fine di bene inculcarlo nella mente degl'ignavi ascoltatori ei lo disse) con l'orgoglio che ogni concittadino sente in cuore pei forti detti e pei generosi gesti dei suoi compatriotti, lo udii, e ben mille altri meco lo udirono ripetere le parole con le quali, tutto infiammato, usciva nella Seduta del 23 gennaio 1849: «Tra questi v'è un uomo, e sono io, che, all'istante nel quale fu dichiarata la guerra, prese le armi, e, senza diffondersi in vane parole o in semplici grida sulle pubbliche piazze, o in esagerati concetti per istrappare l'applauso dal sentire generoso del Popolo, ha pugnato nella guerra della Indipendenza, ed ha affrontato la morte; e non solo ha affrontato la morte lasciando teneri figli ed amata consorte, ma adesso dichiara, in presenza a tutto questo onorevole Consesso, che ritornando le armi nostre su i campi lombardi, sarà pronto di nuovo a cingere la spada.»[377] — Ma non per questo nè allora nè poi fu Repubblicano il Fabbri, e, se ne avesse bisogno, gliene potrei far fede; e il signor Pappudoff nemmeno, comecchè amico delle oneste libertà. In quanto a Giorgio Manganaro, basti dirne questo: che la parte faziosa lo ebbe ad oltraggiare con la brutta minaccia: «Devi fare come il Pigli, o ti butteremo dalla finestra.»[378]