Tutte queste cose io volli dire seguitatamente, affinchè si comprendesse come, amici Pigli e La Cecilia una volta, meco una volta concordi per sostenere e promuovere gl'interessi del Principato Costituzionale toscano,[379] poco oltre l'8 febbraio, acconsentendo ad altre persuasioni, gli avessi prima segreti, poi alla scoperta avversarii. Da Firenze in prima si estorcono commissioni onde al Governatore di Livorno sia fatta abilità di eseguire, con nome e credito governativi, ufficii contrarii alla mente del Governo; a suo arbitrio estenderli; a norma degli ordini di tale che in quei giorni troppo più di me poteva, ed era obbedito, applicarli; indi a breve, nemmeno gli ordini si aspettano o si cercano; e già in Livorno spunta costituito il Governo, che, passandomi sul corpo, si augura la Repubblica, la Unione con Roma, e la Decadenza del Principe proclamate. Così vedremo con quanta diligenza e pertinace volere da una parte, difficoltà e pericolo dall'altra, pervenni di mano in mano a contenere la Setta, che dello intero Popolo toscano piccola parte, ma prepotente di audacia e di gagliardía, mentre attende cupidissima a sospingere il Paese nella Repubblica, non si accorge precipitarlo fra gli orrori rivoluzionarii nell'anarchia.
Secondo l'ordine dell'Accusa succede la lettera scritta nello stesso giorno 14 febbraio a Tommaso Paoli, consigliere della Prefettura di Pisa, la quale, comecchè dettata nelle condizioni medesime di tempo e di luogo, forza è che si giustifichi con le ragioni addotte in proposito del Dispaccio al Governatore Carlo Pigli. E dove si ricerchi argutamente la materia, tu vedi in cotesta lettera espressa la traccia di pressura attuale. Invero, ricordisi quanto nel § della Dimostrazione provai con la testimonianza dei Giornali, voglio dire le Deputazioni dei Circoli una succedentesi all'altra nel giorno 13 febbraio, e con quanta mansuetudine oggimai è manifesto, per essere ragguagliate di quanto sapeva e operava; e allora si comprenderà come, per ischermirmi dall'accusa di negligenza (e insinuavasi tradimento), rimproverato, rimprovero di essere lasciato privo di novità. Ancora: il linguaggio che correva su per le bocche degli uomini in quei tempi, ed usavasi nelle scritture, nelle petizioni dei Circoli, ed in quel punto si favellava dalle persone che mi stavano al fianco, forza è che trapassi nel Dispaccio, siccome nel Dispaccio dell'8 febbraio fecero passaggio le parole: «il Principe è decaduto;» e oggimai per mille documenti è provato com'io questa decadenza conflittassi e impedissi. Finalmente, quantunque commosso dalla presenta perturbazione, bene ordino radunarsi uomini, ma parte inviarsi a Lucca, e parte tenerne a disposizione del Governatore di Livorno, il quale a sua volta aveva a dipendere dal Generale D'Apice, come fu dimostrato di sopra.
Ora l'Accusa (ma di siffatti studii non si occupano le Accuse) se avesse desiderato chiarirsi, poteva mettere a parallelo degli atti che incolpa, altri atti che pure ella raccolse nel suo Volume, e confrontando avrebbe acquistato la conferma (dove facesse mestieri) della patita coazione. E innanzi tratto io pongo il Dispaccio mandato allo stesso Consigliere Paoli, dove lo avviso della infermità sopraggiuntami, ed in bel modo lo conforto a procedere prudentemente e con temperanza grandissima, a impedire ingiurie ed offese, a rendere amabile la libertà proteggendo tutti, e conservando il diritto ordine fecondatore del vivere civile.[380] — Di molto maggiore importanza apparisce l'altro Dispaccio del pari indirizzato al Consigliere Paoli:
«A buono intenditore poche parole. — Armatevi — armatevi — armatevi. — Esaltate i soldati; — NON ABBIAMO BISOGNO DEL GIURAMENTO, — ma pure se lo prestano meglio che mai.
«Bisogna che diate forza al Partito democratico di Lucca.
«Non si precipiti nulla in quanto a Repubblica.
«1º Perchè tutta Toscana ha da esprimere il suo voto.
«2º Perchè Francia e Inghilterra, stando così, proteggono da invasione straniera; — se no, abbassano le armi, e abbandonano il Paese: giudizio dunque. Partecipi agli amici, non che al Prefetto, se crede.»
E sapete voi quando io dettava cotesto Dispaccio? Il 13 FEBBRAIO 1849 nelle ore pomeridiane, e per tal modo poco tempo innanzi che per me si scrivesse il Dispaccio incriminato. Voi lo vedete adunque: intorno al giuramento non metto sollecitazione veruna, anzi dichiaro non averne bisogno; raccomando impedirsi la Repubblica; ammonisco intorno ai pericoli non mica transeunti, bensì permanenti, e tali da non iscomparire da un giorno all'altro dove sconsigliatamente si proclamasse; tra siffatte disposizioni dell'animo mio manifestate nel 13 febbraio, ponete le strette e le violenze, che in parte vennero raccolte nel § della Dimostrazione; e si abbiano anche i più diffidenti prova non dubbia della sofferta pressura. Le discrepanze, o meglio le contradizioni fra il Dispaccio del 13 e l'altro del 14 febbraio, somministrerebbero di leggieri materia a lungo discorso: io però amo il lettore di per sè stesso le senta, piuttosto che andargliele ad una ad una enumerando partitamente io.
Per quanto in queste angustie mi è dato, ricorderò alcuni pochi atti, onde il paragone sempre più riesca convincente. Nel giorno 8 di febbraio 1849, instituisco una Commissione, perchè provveda alla custodia dei mobili tutti appartenenti al Granduca, ond'egli (se la fama mi porge il vero) ebbe a dire a Sir Carlo Hamilton, delle cose sue non avere perduto la più piccola; nel 9, alla domanda (ed era minaccia): «nasce dubbio nel Pubblico, che la proclamazione del Governo Provvisorio Toscano abbia fatto cessare le attribuzioni dei pubblici funzionarii,» rispondo sollecito dopo pochi minuti: «il dubbio non è fondato; stieno al posto; chè il mandato dura finchè non sia revocato.»[381] Chiunque attende a mutare forma di Governo, non ne conserva la organizzazione e gli ufficiali; ma quella immediatamente disfa, questi licenzia. Nel 10, riavutomi alcun poco dallo sbigottimento, malgrado la decadenza del Principe proclamata dal Popolo l'8 febbraio, e malgrado che io pure fossi costretto a scrivere quella parola in quel giorno, annunzio: