«Debbe agire fortemente, per raccogliere denaro, subito e molto. Prenderlo dov'è, senza troppa esitanza, poichè ogni altra trafila finanziera non corrisponde alla gravezza istantanea del bisogno. Ori e argenti di tutti, prestito forzato. I Croati a Ferrara, mentre porgono l'esempio, danno stimolo a tutti a concorrere per non subire con vergogna e paura una simile sorte.

«E soldati, per Dio! soldati vogliamo. La Guardia Nazionale riorganizzata si offre, anela forse a una mobilizzazione. Ma per questo ha bisogno di esser educata, di avere quel corredo di istituzioni e di armi speciali che possano farla entrare in campagna; si provveda a tutto questo, — si incominci almeno a provvedere. Poi fa d'uopo anche pensare alle armi, di cui vi ha visibile scarsezza. Noi siam ben lontani dall'avere in pronto i mezzi per l'armamento universale del Popolo, qual è nella nostra mente, e qual è forse nel pensiero dello stesso Governo; si procurino dunque le armi, e possibilmente da Venezia, o altrove, nel minore spazio di tempo che può essere concesso. Armi, soldati e danaro: è la nostra parola d'ordine, il nostro grido giornaliero, il ritornello incessante a cui siamo legati per coscienza. Armi, soldati, danaro; Unione con Roma di diritto e di fatto immediata, è il nostro programma, il codice della nostra politica nelle circostanze presenti. Noi lo verremo sempre ripetendo e insegnando, ec.»[415]

Per questi successi ed eccitamenti, Toscana agitavasi tutta. Il Governatore Pigli, non curata la condizione apposta dal Governo al proclama della Repubblica, la bandisce assolutamente:

«La Repubblica è proclamata. Il Popolo è Re. — Guai a chi tentasse strapparti lo scettro pagato per lunghi secoli con le lacrime, e il sangue, e le opere della più sublime virtù, della quale ti conserverai, ne sono certo, indefettibil campione.

«Popolo, compi i tuoi gloriosi destini! Pensa, che la tua capitale è Roma, che la tua patria è la Italia; chi ti conferisce lo imperio è il tuo diritto! Chi ti consacra è Dio. Viva l'Italia. Viva la Repubblica.

«Livorno, 19 febbraio 1849. — C. Pigli.»

E senza neppure consultare il Governo, nella ebbrezza del trionfo, ed ormai considerandosi dei Capi, o prossimo a diventarlo, della bandita Repubblica, ecco istituire un giorno di feriato, con tutte le sue sequele; al quale scopo è necessaria una legge, che per certo non istà nelle attribuzioni di un Governatore promulgare.

«Cittadini!

«Per festeggiare il presente memorabile giorno, viene disposto che il medesimo a tutti gli effetti di ragione debba considerarsi come feriato solenne, e che non si possa quindi procedere al protesto delle cambiali, ed altri recapiti mercantili.

«Livorno, 19 febbraio 1849.