«C. Pigli.»

E in altro Proclama affermava:

«La Repubblica è stata proclamata ieri in Firenze con l'adesione del Governo, il quale ha bensì impegnato quella città a dare in questo stesso giorno 2000 uomini.»[416]

Questo non era vero. Il Governo aveva mandato: «La Repubblica è stata proclamata. Il Governo l'ha accettata a patto, che il Popolo fiorentino dia per domani 2000 uomini armati[417]

Ma al Pigli, ed ai suoi nuovi amici, importava far credere diversamente. Su l'ora della mezzanotte le Deputazioni, forse unite in gran parte, e certo indettate con i partigiani di Firenze, piuttosto stizzite che vinte, volendo sgarare chela Repubblica andasse innanzi ad ogni modo, con bande, gridi e schiamazzo infinito, destano la città, e abbindolati i cittadini piantano l'Albero della Libertà, e proclamano la Repubblica.

«Tutto era calma e tranquillità per la fiducia degli uomini che reggevano il Governo: quando alla mezza notte il ritorno improvviso delle Deputazioni da Firenze spargeva la lieta novella della proclamazione della Repubblica in Toscana, dell'adesione di quei Tribuni generosi alle volontà manifeste di un Popolo ivi raccolto da tutte le Provincie. Livorno sebbene a quell'ora tarda prendeva immediatamente un aspetto festivo: bande musicali percorrevano le vie, ed il Popolo acclamava con mille evviva a quell'atto solenne d'italiana rigenerazione. Un Albero della Libertà contornato di bandiere tricolori era piantato come per incanto nel mezzo della piazza, fra il suono a festa di tutte le campane e le grida alla Repubblica, a Roma, a Venezia, a Sicilia, a tutti i fratelli d'Italia: il nuovo sole sorgeva ad illuminare il più gran fatto nel nostro risorgimento.»[418]

Il Governatore di Livorno intanto, come colui che guarda per vedere se il tiro ha colto nel segno, scrive a ore tre pomeridiane del 19 febbraio al Ministro dello Interno:

«Qui è stata fatta una solenne manifestazione per festeggiare la Repubblica Toscana. Oggi alle quattro si canterà il Te Deum. È necessario bensì smentire immediatamente una voce, che comincia a circolare intorno la dimissione del Guerrazzi e del Montanelli, e la istallazione al Governo di soggetti che non sarebbero graditi. È di assoluta necessità pronta risposta.»[419]

Che cosa fu risposto? L'Accusa dagli Archivii Governativi ha tolto quello che le piacque, poi chiudendoli si è posta la chiave in tasca, e ha detto a me che li voleva esaminare per conto mio: «Concedertelo non dipende da me, figliuolo; e quando dipendesse da me, tu devi indovinare prima, o rammentare quello che contengono, ed esporne il contenuto: allora giudicherò io quali delle carte possono fare al caso tuo, e quali no; lasciati governare da me, rimettiti nelle mie braccia: vieni, addormentati sul mio seno; se le mie mammelle contenessero latte, te le porgerei a poppare. Ad ogni modo, avendo me per tutrice, sto per dire che tu se' nato vestito, io provvedo a tutto, e credi che lo todo lo que hazo, lo hazo per to bien.» Tenerissima Accusa!

Da Pisa il Prefetto Martini, a ore 1 pomeridiana, avvisa il Ministro dello Interno, per via telegrafica: