La minuta, o appunto della risposta, dichiara in questa maniera:
«Prefetto ed Amico,
«Tieni forte: fa quanto credi; arma Bersaglieri: difendi i confini: lusinga, loda ed eccita l'onore del Laugier; senta nel profondo che Leopoldo II, senza pretesti, senza plausibile motivo, lasciò il Paese all'anarchia e all'invasione. Portò seco quant'oro potè; e sull'estremo lito, con un piede in terra e un piede sopra un naviglio inglese, sta speculando la guerra civile. Creeremo un'armata, troveremo denaro; e quando nulla potrem fare, anderemo all'aria.»
Tieni forte, riguarda la difesa dell'ordine: fa quanto credi, si riferisce al mettere in moto la Guardia Civica: arma i Bersaglieri, considera la difesa dei confini: le altre parole sono dirette a indurre il Generale ad operare gagliardamente in pro della Patria, e in benefizio di cotesti paesi. Quanto fosse in noi l'obbligo e lo interesse di difenderli, ho esposto altrove; se fosse necessario confermare in qual conto da noi Toscani meritamente si tenessero, io non avrei a fare altro che allegare le istruzioni dal Ministero Capponi conferite nel 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Granduca di Toscana alle conferenze di Brusselle, in quella parte in cui queste provincie gli si raccomandano:
«.... Ciò che il Governo granducale chiede, e lo chiede opinando di avere molti titoli per ottenerlo, è la conservazione dei suoi attuali confini, quali furono determinati dall'atto di accettazione del 12 maggio 1848. La perdita di questi territorii nuovamente aggregati alla Toscana sarebbe per essa cagione di vivissimo rammarico; e ciò non tanto per la diminuzione che essa soffrirebbe del suo territorio o per altro fine di proprio e particolare interesse, ma perchè il Governo granducale è sinceramente convinto che i popoli della Lunigiana e della Garfagnana, recentemente aggregati, siano toscani e per geografica posizione e per rapporti commerciali e per affetto, e che la prosperità, che ai medesimi può derivare dal far parte della famiglia toscana, non sia per essi possibile di trovare nella unione con qualsivoglia altro Stato. I voti e l'affetto di queste popolazioni, la lealtà costantemente dimostrata dal Governo di S. A. R. nella questione italiana, i sacrifizii da esso fatti per la causa nazionale costituiscono altrettanti titoli degnissimi di considerazione, per i quali questo desiderio della Toscana non potrebbe senza ingiustizia non appagarsi....»[469]
Certo le parole contenute nella estrema parte di cotesto mio appunto, dimostrerebbero animo mal disposto pel Principe là dove spontanee mi fossero uscite dalla penna. Ma quando furono esse vergate? Vogliasi rammentare: nel giorno 14 febbraio 1849, in quel giorno stesso nel quale, come confido avere dimostrato nelle pagine precedenti, la prepotenza della Fazione mi costringeva a spedire al Governatore di Livorno l'ordine di apparecchiare gente onde essere poi inviata per la Maremma. Agl'Inquisitori e' fu mestieri fare copia della lettera del Regio Delegato; accesi quindi gli avvisi e i comandi; coteste espressioni contengono l'eco di quanto stampavasi pubblicamente, e predicavasi; ed io scrissi lo appunto in discorso per acquietare cotesti arrabbiati; ma la ricerca, che doveva proporsi l'Accusa, e sopra la quale avrebbe potuto fondarsi, allorchè fosse stata quella scrittura spontanea, consisteva nel conoscere se il foglio fu spedito, se ricevuto dal Conte; se, adoperando gli argomenti indicati, ei si era fatto a scrollare la fede del generale Laugier.
Ora tutto questo non prova l'Accusa, e non fu. Perchè non interrogò ella i miei Segretarii, tanto gli eletti quanto i reprobi, voglio dire tanto i mantenuti in carica, quanto i congedati, se compilarono Dispaccio alcuno sopra le traccie di cotesto appunto? Perchè non ne ricercarono lo egregio conte Del Medico? Veramente, a cagione del suo amore per la Toscana, male gl'incolse, e forse, mentre io tribolava in carcere sotto le torture degl'interrogatorii, questo illustre amico mutava in terra non sua gli amari passi dello esilio; ma nel modo (ed è questo uno dei singolari trovati della presente Procedura) che i dimoranti in Firenze, per lettere s'interpellavano; anzi un po' a voce, e con giuramento, e un po' per via di epistole s'invitavano a raccontare il fatto loro; potevasi col medesimo mezzo richiamare anche il Conte, a somministrare schiarimenti in proposito.
Veramente l'Accusa, sommando i suoi addebiti, di cotesta lettera non fa capo d'incolpazione, ma intanto ella la cita, ella la converte in risposta, la suppone spedita, e ricevuta; le giova nella composizione non giusta nè leale dell'atmosfera criminosa, nella quale si studiò sempre e si studia immergermi dentro.
Io penso avere provato quanto la pressione da me patita fosse materiale e continua, tale da soddisfare la Legge anche nei casi ordinarii; ma per chiarire come altre forze e di altra maniera necessità valgano a costringere gli uomini politici, mi giovi riportare certa sentenza profferita da Odilon Barrot nella Seduta dell'Assemblea di Francia del 19 luglio 1851 che mi cade adesso sott'occhio: «Bisogna confessare, che occorrevano allora una certa corrente d'idee, tali e siffatte preoccupazioni degli spiriti, certe morali necessità, le quali fanno sempre sentire la loro pressione sopra gli uomini politici. Quante volte nelle nostre secrete discussioni intorno ai punti che adesso si affacciano, circa i pericoli che avevamo preveduto, e la esperienza confermò, quante volte non intesi io rispondermi: — Certo voi avete ragione, non oggi però; più tardi: adesso lo stato degli umori, la corrente, le preoccupazioni impediscono ad accettare le vostre idee!»