Da simili proposizioni due conseguenze sono da trarsi, ed è la prima, che male giudicherà di me chiunque ritenga l'enormezze dell'Agro Aretino atti devoti alla causa del Principato Costituzionale; la seconda, che nefando desiderio, e degno della universa riprovazione è quello, che perduti uomini, ossa di trucidati e ceneri di case arse ammucchiando, vi piantassero sopra la bandiera dello assolutismo. — Lo so, per ventura pochi, e nondimeno per onta della civiltà nostra anche troppi, vivono uomini fra noi a cui basterebbe il cuore di mostrare l'ossuario dello Agro Aretino, come la Svizzera addita adesso con orgoglio l'ossuario di Morat, e non solo lo pensano, ma in isvergognate pagine lo scrivono.... Ah! stracci la coscienza pubblica coteste pagine, testimonianza di giorni di lutto per la nostra Patria.... le arda, e le disperda, perchè davvero mai ceneri più esecrabili furono gittate in balía dei venti.

Perchè non avete raccontato i fatti che condussero il Governo a decretare la Legge Stataria per le Campagne Aretine? Eranvi ignoti forse? No, voi gli sapete. Forse ne andavano smarrite le traccie? No, si trovano negli Archivii ministeriali, e voi ad una ad una avete sfogliate le carte (che adesso presumete contendere a me), assistente uno ufficiale del Ministero. Bene io leggeva cotesti miserandi Rapporti, per cui tutto sconfortato, al tocco dopo la mezzanotte dei 24 marzo 1849, mandava per Dispaccio telegrafico al Governo di Livorno:

«La campagna di Arezzo è in preda al brigantaggio e allo assassinio. I Pulicianesi hanno dato l'assalto a Castiglion Fiorentino. Vedete s'è tempo adesso di dimostrazioni.[514]»

Quello che non avete fatto voi (e ve ne correva santissimo il dovere) farò io, o piuttosto lascerò che faccia Adriano Mari, non avvocato ma storico diligente, e rimesso così, che alla sua narrazione potremmo piuttosto aggiungere alcuni tratti più dolorosi (dalla quale parte io volentieri mi assolvo), che emendarla come esagerata:

«Riandate colla mente i fatti che precederono la emanazione di quelle Leggi. L'assalto di Prato e la morte degli aggressori sotto le mura di quella città, l'incendio delle Stazioni della strada ferrata, le aggressioni e le offese ai tranquilli cittadini sulle pubbliche vie, gl'insulti alle Guardie Nazionali, la violazione del domicilio e gli oltraggi ad onorevoli magistrati ed a pubblici officiali, erano fatti criminosi, che non uscivano dalla categoria dei veri e proprii delitti comuni. E quando nella repressione di tali eccessi avete la causa proporzionata, lo scopo certo e immediato, come andare sospettando uno scopo supposto e remoto? Come è lecito argomentare per via di congetture un'altra intenzione, e ciò per trovare rei di alto tradimento? Gl'incendii delle Stazioni, gli oltraggi alla Guardia Nazionale, le violenze, le rapine, erano forse espansioni d'affetto al Principe, e di attaccamento al Governo Costituzionale? I moti di Puliciano e Laterina non erano diretti a impedire la decretata mobilizzazione della Guardia Civica? Gli abitanti di Castiglion-Fiorentino, qualunque fosse la loro opinione politica, non presero tutti le armi a respingere l'assalto dato dagl'insorgenti? Non temevano tutti che si rinnuovassero i tristi avvenimenti del 1799, e le esorbitanze commesse al grido di — Viva Maria, — per cui nell'Agro Aretino quella sacra invocazione divenne quasi sinonimo di violenza e rapina?

«Nel vero, io domando agli onesti di qualunque Partito: — Se una turba forsennata vi avesse aggrediti nel vostro domicilio, vilipesi e malmenati, siccome accadde ad alcuni gonfalonieri non d'altro rei che di aver presso loro i ruoli della Guardia Nazionale; se vi avesse minacciato di morte non per altra cagione, che per avere in qualità di pubblici funzionarii eseguite incumbenze inerenti al vostro ufficio, siccome occorse al cancelliere Bandini, e al medico fiscale dottor Sebastiano Fabroni; se fosse rimasto ucciso o ferito un parente, un amico vostro, costretto suo malgrado a partecipare a un tumulto e a dare l'assalto a una Terra, come fecero con sacca e scuri[515] sotto le mura di Castiglion-Fiorentino; se dentro quella Terra, ingiustamente aggredita, abitato avessero le vostre famiglie; se là fossero state le cose vostre più care: avreste o no desiderato di essere soccorsi e protetti dal Governo di fatto con mezzi validi e proporzionati? E, se a tempi e cose eccezionali occorrevano eccezionali provvedimenti, avreste voi desiderato che la forza inviata al ristabilimento dell'ordine fosse abbandonata a sè stessa, o piuttosto guidata da una suprema autorità che ne vigilasse la disciplina, ne frenasse e riparasse immediatamente le intemperanze e gli arbitrii? Avreste voi desiderato, che questa autorità spettasse, anzichè ad uomo fazioso, a cittadino onesto e specchiato?... Chi è veramente imparziale, torni col pensiero a quei tempi, a quei luoghi; interroghi il suo cuore, e pronunzi.

«Laonde non può cader dubbio sulla necessità di quelle misure eccezionali. Nè i meno discreti vorranno rimproverare il Romanelli di avere opinato come il Conciliatore, che sosteneva i principii di onesta e moderata libertà; e che tuttavia col nome di Statuto continua a difendere a palmo a palmo il terreno delle istituzioni liberali.» — «[516]Qualunque possano essere (diceva in quei tempi il Conciliatore) le divergenze nelle idee e negli affetti, che sempre, ed ora più che mai, in questa disgraziata Italia sono stati occasione di discordie e di debolezze, vi sono due punti nei quali è d'uopo intenderci e convenire, cioè:

«Il bisogno di salvare la dignità del Paese da qualunque specie di prepotenza straniera;

«Il bisogno di salvare l'ordine interno dai danni dell'anarchia, qualunque sia la bandiera a cui nome si volesse provocarla.

«Predichiamo la concordia, perchè vi sono tali cose in questione, nelle quali nessuno potrebbe transigere, e per le quali è debito sacro a tutti accorrere alla difesa. Avremo sempre una parola di biasimo per chiunque si mostri indifferente ai mali della Patria; protesteremo contro ogni specie di violenza da qualunque parte e per qualunque cagione essa muova.» —