«Voi non avete creduto alle mie parole mai: ecco persone di fiducia vi riferiscono, come nelle provincie non ferva lo entusiasmo di combattere, che voi immaginaste. Se pertanto non comparisce universale il moto di correre alla difesa delle frontiere per amore della Patria, la quale contiene le cose che per modi diversi tornano a tutto uomo più care, come vorreste voi che vi si precipitassero i Popoli per una forma di governo, che molti ignorano, moltissimi aborriscono? Se non si levano per cagioni, che tutti i cuori sentono, come presumete eccitarli per via di astrattezze che la mente non comprende o rigetta? Voi mi avete rampognato di avere omesso i mezzi capaci a tenere desti gli spiriti del Popolo. Se intendete degli onesti, io gli ho praticati tutti; se mai (lo che io non voglio credere) accennaste ai modi della Rivoluzione di Francia del 1793, sappiate ch'essi fecero paurosa la libertà ed infame; sicchè vi volle mezzo secolo a riassicurare gli animi sbigottiti. I sacri argenti tolti alle Chiese avrebbero gittato forse 15 o 20 mila scudi, sussidio insufficiente a tanto uopo, e avrebbero partorito esecrazione infinita contro il Governo. Il tôrre a forza fa sparire la moneta, e dare al capestro il collo dei repugnanti vi farà ricchi di delitti, non di moneta.[586] Spingere uomini incontro al cannone con la scure dietro, nè lo potevate domandare voi, nè lo potevo eseguire io. Solo posso precederli, e questo, se mi è dato, farò. Voi vi ingannate intorno alla virtù dello entusiasmo; egli esalta, non crea le forze. Con lo entusiasmo voi non formate la scienza degli artiglieri, la disciplina negli eserciti, gli esercizii della cavalleria, non gli apparecchi di guerra, e per di più da un punto all'altro, di faccia al nemico. Non invocate gli antichi esempii di Francia, perchè l'anima trema rammentando le necessità dei pochi, che vogliono dominare su i molti. Queste necessità sono i Settembrizzatori a Parigi, le Mitragliate a Lione, gli Annegamenti a Nantes. — La Libertà non si nudrisce, si avvelena, col sangue; nè ho mai sentito dire, che rovistando pei sepolcri si trovino argomenti al prospero vivere degli uomini, bensì vermi; ed io per me non voglio prendere gli esempii da altro Paese, che da quello che mi citate. Dove mise capo la convulsione dei Francesi così atrocemente eccitata? Dove andarono a terminare le quattordici armate rivoluzionarie? Nella perdita di tutta la Italia, nel confine del Reno minacciato. Dove si quietarono gli esaltati spiriti della Libertà? Nelle turpitudini del Direttorio. Se lo ingegno, e la fortuna di un uomo, cui si piegarono tutti ad adorare despota, non erano, — la Francia sarebbe stata invasa, e divisa. Ecco quali immensi abbattimenti succedono a immensi furori. Ora la fortuna vi para davanti due vie da seguitare: la prima sta nel precipitarvi con grandissimo pericolo, anzi con esizio certo, nella Unificazione con Roma e nella Repubblica, contro gl'interessi e il sentimento universali; la seconda, compiacendo al genio e alle necessità della Patria, nel restaurare lo Statuto Costituzionale. Il primo partito, oltrechè voi non potrete sostenere, vi divide dentro, chiama certamente il nemico di fuori, ed apparecchia sventure, che nemmeno potranno sostenersi con onore: il secondo vi unisce in pace; chiude il campo alle contese tra partiti nemici, nelle quali essi sempre trasmodano, e, se per impeto di passione, feroci, — se per ingordigia di comodi, ferocissimi e spietati; toglie adito ai pravi disegni dei reazionarii, e pretesto agli stranieri d'invadere le nostre terre. Il suffragio universale del Popolo torrà via ogni amarezza dall'animo del Principe, per indole facilmente oblioso; il quale, considerato la qualità dei tempi, gli eccitamenti straordinarii e la potenza di uomini repubblicani qui da ogni parte convenuti, e gli errori in cui tutti di leggieri trascorriamo quando la mente è commossa da súbita passione, o turbata da inopinate vicende, troverà più che non bisognano motivi per l'animo suo a dimenticare il successo come un sogno di febbre. Preservate la Patria dalla occupazione straniera, e mantenete le libertà costituzionali, che dirittamente esercitate bastano ai Toscani. Frattanto permettete, che io mi congratuli meco, e con voi, che il sentiero a questo partito non sia stato mai chiuso, e che la nostra Patria in così impetuoso turbinío non abbia a deplorare fatti scellerati, nè perduta la fama della sua vera civiltà. Questo consiglio io vi do di coscienza, non per fine di privato interesse, non per obbligo d'impegno assunto, non per patto convenuto, non per altro meno onesto motivo; ma sì, come a dabbene uomo si addice, mosso unicamente dallo amore di Patria, e di voi; e perchè voi ne andiate nel profondo dell'animo persuasi vi confermo, che nessuna pratica fu da me iniziata in proposito col Principe assente, — veruna. Se io abbia operato con lealtà quanto mi parve che fosse bene della Patria e non per basso intento, voi vel conoscete a prova. Voi trovate il terreno delle trattative vergine; provvedete voi. Brevi le condizioni, e facili. Lo Statuto si mantenga, duri indipendente il Paese. La Inghilterra da me consultata si profferisce mediatrice di questo: farà lo stesso la Francia. Di oblio non parlo; conciossiachè, se male io non conobbi, mi paia più agevole al Principe nostro concederlo, che a voi domandarlo; e a me giammai, quante volte per altri lo chiesi, disse di no. Se ho commesso errori (e ne avrò commessi di certo) perdonateli alla bontà della intenzione, alla infermità del giudizio.[587] E quando non mi sia meritata alcuna lode, deh! concedetemi almeno che senza detrimento di buona fama io vada a riposare in terra lontana, ma sempre italiana, l'animo e il corpo affaticati

Io per me non dubito punto affermare, e ritenere per certissimo, che le parole aperte, i modi schietti e legali, la lealtà, ed anche (non mi sia conteso dirlo) la generosità del procedere, la urgenza finalmente dei casi, avrebbero sciolto la durezza dei più pervicaci, e (lo soffrano in pace gl'interessati a negarlo) partorito assai più prosperevoli sorti alla Patria comune, di quelle che le vennero, dal costoro operato, nel 12 aprile 1849. Il consenso universale di tutta la Toscana sarebbe stato istantaneo come lo spandersi della luce al sorgere del Sole; dopo quindici e più giorni non avremmo veduto condotti ad aderire al Municipio di Firenze alcuni Municipii toscani nella guisa stessa con la quale i Romani traevano i testimonii in giudizio, dando ai malevoli argomento per calunniarli avversi alla cosa, mentre erano offesi del modo. La livornese resistenza non sarebbe accaduta, e con essa, se non la volontà, veniva almeno tolta la occasione alle armi straniere di scendere quaggiù, del pari che il motivo a chiamarle; donde poi era dato campo larghissimo alle potenze mediatrici a interporsi con frutto. E forse oggi anche noi ci consoleremmo della non acquistata indipendenza italiana con la indipendenza toscana mantenuta, con lo esercizio effettuale delle libertà sanzionate nello Statuto, di cui la conservazione fra noi mi pare che assai si rassomigli alla mostra del diamante Koh-i-noor (montagna di luce) nella Esposizione di Londra, dove tutti lo possono vedere in gabbia, ma sparirebbe con la gabbia, lo zoccolo, il guanciale, et reliqua, se qualcheduno si attentasse a toccarlo.

A questo punto io mi rinnuovo l'obietto, che per deliberarmi io aspettassi la occasione. Se si dirà che la occasione mi facilitasse il cammino a mandare a compimento il concetto prestabilito, si parlerà con rettitudine; se poi all'opposto si sosterrà che l'occasione generasse il concetto, questo ormai fu dimostrato falso da quanto sono venuto esponendo in questa scrittura fin qui, ed aggiungerò in breve per conclusione. — Nè penso che alcuno vorrà appuntarmi per avere colto il destro propizio, avvegnachè l'uomo non possa creare gli eventi: questi sono di Dio. L'uomo può qualche volta impadronirsene, e indirizzarli per forza o per ingegno a fine determinato. Ricordo che Madama Staël per istudio di scemare la fama a Napoleone soleva chiamarlo homme des circonstances, della quale sentenza punto ei si offendeva, per i motivi che ho poco anzi discorsi. Sicchè su questo particolare penso, che sarà savio arrestarmi.

Però io voglio esporre quello che avessi considerato nello evento di fortuna prosperevole alle armi piemontesi. Vinta una battaglia, non sempre si vince la guerra. Poniamo vinta la guerra con una battaglia sola, come accadde a Marengo nel 1800, e ultimamente a Novara; allora si presentavano subito al pensiero molte e gravi contingenze, così nello interno, come di fuori. Incomincio dalle ultime. Il re Carlo Alberto sarebbe cresciuto di reputazione e di forza, per virtù sua e per decadenza della Fazione repubblicana. — Bisogna ritenere che la massima parte dei Lombardi procedeva sviscerata della Repubblica, non già per fine politico, quanto per riputarla mezzo sicuro a ricuperare la patria. Una fatale persuasione, che durò anche dopo lo infortunio novarese, e compose il martirio doloroso di Carlo Alberto (principe, il quale se trova molti superiori in grandezza, nessuno, a parer mio, lo uguaglia nella sventura), si radicò nella mente dei Lombardi e di parecchi fra gli altri Italiani, che il Re non camminasse sicuro in questa bisogna, ed in segreto se la intendesse co' nemici d'Italia. Assurdità, e peggio; ma la disgrazia è persuaditrice tristissima degli uomini, e chi da lontano conosce per relazione le cose udendo il veemente narrare, e i giuramenti smaniosi, e i pianti, e tutto quanto insomma ha maggiore virtù di commuovere l'animo umano, si trova conturbato nello intelletto e nella fede. In questo travedimento gli esuli tennero per fermo, che ormai non più il Principato, ma la Repubblica avrebbe loro riaperte le porte della patria: di qui il correre a sollevare Italia tutta a parte repubblicana; di qui l'opera ardente e indefessa, impresa a danno della Monarchia Piemontese, che fu parte non piccola fra le cause della disfatta di Novara. Della verità del mio concetto porge argomento il considerare che prima degl'infortunii di Custoza i Repubblicani si fossero sottomessi, dichiarando non volere con importune contese disturbare la opera della Indipendenza italiana. — Ora, se la sorte delle armi, arridendo al Re, avesse non pure quietati, ma distrutti, i fatali sospetti; se al Re fosse stato concesso di schiudere ai Lombardi il varco pel ritorno in patria, mentre la Repubblica non si era mai mostrata capace di tanto, non veniva tolto ad un tratto il motivo negli esuli di parteggiare per la Repubblica? Certo che sì. Cresciuta l'autorità del Principato, non poteva supporsi che Piemonte consentisse tenere quello stecco su gli occhi di una Repubblica della Italia Centrale, e l'avrebbe avversata con tutti i modi: dalla parte di Napoli, non importa dimostrarlo. Conquista da Torino non temevo, chè se di volere non avesse patito difetto, gli mancava il potere. La Francia, la quale come abbiamo letto dichiarato da Lamartine, non avrebbe sofferto che il Regno Sardo si ampliasse col Lombardo-Veneto e co' Ducati, pensiamo un po' se gli avrebbe consentito stendere la mano anche sopra Toscana! Dalla conquista in fuori, la Repubblica della Italia Centrale doveva aspettarsi dal Piemonte pessimi ufficii. La vittoria delle armi italiane avrebbe richiamato l'attenzione della Francia e della Inghilterra, rimaste quasi arbitre dei destini d'Italia, ad assettare le cose nostre; diversamente invero da quello che appaiono adesso, ma pure in modo contrario alla Repubblica. La Inghilterra, tenerissima della sua Costituzione, non ama le Repubbliche, e la Francia repubblicana le odia. Però Napoli sarebbe stato costretto a procedere dirittamente nelle vie costituzionali, e ad accogliere con onore gli esuli cittadini. Dal quale successo erano a prevedersi verosimili due conseguenze: la prima, che anche in questa parte l'autorità regia costituzionale acquisterebbe aumento; la seconda, che i napolitani esuli, reduci in patria, sarebbero rimasti di affaticarsi per la Repubblica nel modo stesso, e per le medesime ragioni che ho esposto testè discorrendo degli esuli lombardi. La Toscana e Roma pertanto si vuotavano di questi arnesi potentissimi di Rivoluzione. Così tra le cause scemate per desiderare la Repubblica, la cresciuta autorità costituzionale, le pratiche di Potenze primarie, la pressura da due lati, la debolezza comparativa dello Stato, il difetto di frontiere validissime, e la necessità di non isconcordare per costituirsi con solidità, avrebbero costretto questi due Stati a piegarsi alla forma costituzionale. Cosa sarebbe avvenuto del potere temporale del Papa, non è facile prevedersi: solo lo evento è bastato a persuadere che lo avrebbero restaurato le armi repubblicane di Francia: ad ogni modo faceva mestieri accomodare anche il Papa degnamente, come a Capo della Chiesa Cattolica si addice.

E questo per ciò che riguarda di fuori. Nello interno poi, a cagione di quanto venne dichiarato superiormente, opera perduta sarebbe mettere parole intorno al successo della aggiunzione al Piemonte, come quella che pareva ad accadere impossibile. Consideriamo piuttosto la Unificazione con gli Stati Romani.

Trovavo dentro (e fu sovente materia delle mie conferenze col Capo del Municipio fiorentino, e con altri precipui cittadini così di Firenze come delle Provincie, delle libertà costituzionali fidatissimi amici) repugnanza infinita di lasciare uno stato certo e provato sufficiente, per avventurarci in condizioni ignote, piene di pericolo, allo universale per nulla necessarie, dalla maggiorità rigettate.

Trovavo che i Toscani, ed in singolare modo i Fiorentini, sentivano inestimabile molestia a ridursi in grado di provincia romana, mentre ab antiquo avevano formato florido stato, copioso di commercii e pieno di gloriose memorie.

Trovavo che i Toscani aborrivano di rendersi solidali al fallimento della finanza romana, e ostinatissimi contrastavano per non essere tratti in cotesto vortice di debito.

Trovavo che Firenze non si adattava a restare priva della sede del Governo, fonte per lei non pure di decoro, ma di vantaggi notabili, sia per la stanza degl'impiegati, sia pel concorso di quanti muovono dalle Provincie quaggiù pei loro negozii col Governo; sia finalmente pel soggiorno dei forestieri, i quali sogliono fermarsi nelle Capitali.

Trovavo la classe commerciante di Livorno paurosa di scapitare in pro di Civitavecchia, il quale porto, come prossimo alla metropoli della Italia Centrale, non ha dubbio che si sarebbe ampliato con danno di Livorno.