«Il Generale La Marmora alla testa di un numero considerevole di Piemontesi è entrato in Lunigiana; e in forza di alcune disposizioni che il Governo Sardo aveva preventivamente concordato col Governo Toscano, per causa della guerra, è da sperarsi che nulla conturberà il momentaneo ricovero richiesto e ottenuto dalle truppe piemontesi nel suo passaggio.»
Il Generale La Marmora pubblicava entrando il seguente Proclama:
«Abitanti della Lunigiana!
«Il Piemonte ha tenute le sue promesse. Spese l'intervallo della tregua a rinforzare e migliorare l'armata, senza perdonare a sacrifizio di sorta; accresciutene le file di ben 40,000 uomini, ecco che dichiara la guerra, ed il Re si pone alla testa della magnanima impresa. Per cooperarvi ho ordine di passare fra voi; ma la mia momentanea occupazione di coteste valli non è che militare, ed affatto estranea alla vostra interna politica. Qualche incomodo vi recherà forse il nostro passaggio. Ogni cosa sarà però pagata esattamente, nè d'alcuna molestia v'avrete a lagnare. Noi non vi chiediamo che un momentaneo ricovero; e ben lo speriamo nella nostra qualità di fratelli vostri, e per la missione nostra di liberare altri comuni infelici fratelli. — E siccome la santa causa che siamo chiamati a sostenere vi desta nell'animo quelli stessi generosi sentimenti che noi nutriamo, il comune entusiasmo si confonda col solo grido di
«Viva la Indipendenza Italiana.
«Il Generale — Alfonso la Marmora.»
Io non accuso, mi discolpo, e neanche spontaneo, ma costretto; e non sono andato già io a ricercare queste carte importune, bensì l'Accusa, e le ha stampate, ed ora vendonsi; sicchè trovandosi oggimai di pubblica ragione, chiedo in grazia di non essere ripreso di poco cuore, come quello che alla dignità della Patria non abbia saputo donare il proprio silenzio. Però supplico fervorosamente Dio a volere che queste carte, invece (come altri iniquamente spera) di somministrare materia a nuove ire, persuadano la tolleranza scambievole che nasce dal sentirci tutti quanti siamo non immuni da errore; insegnino ad assumere la severa gravità ch'è indizio di Popolo che si rigenera, e consiglino gl'improvvidi scrittori, avvegnachè il Sammaritano non infondesse nelle piaghe del trafitto asfalto, ma vino e olio; ed è così soltanto che possono dirsi pace anche i Giudei ed i Sammaritani.
Esaminiamo adesso se la protervia mia nello attraversare il disegno della Restaurazione, e nello instituire ad ogni costo la Repubblica, mi facessero meritevole di cosa, che per demerito altrui non si giustifica mai, voglio dire il tradimento.
Le mie tergiversazioni, per gittarmi poi al Partito trionfatore, indignarono forse gli animi dei Costituzionali ortodossi, come hanno commosso i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, sicchè vollero venire a mezzo ferro e farne un fine? Questo supposto può scriversi dai Giudici, ma non può sostenersi da cui goda del bene dello intelletto, perchè le mie informazioni sì antiche che recenti m'istruivano che i toscani Popoli avversavano le forme repubblicane. Riporto a testimonianza di fede, davanti gli uomini di tutti i partiti, i Documenti che seguono. — Per somministrare schiette e leali notizie ai miei avversarii, che parteggiavano per la Repubblica impossibile, domando al Governo di Livorno: «Ditemi se gioverebbe più ad animare o la idea della difesa della nostra terra, o la idea della Repubblica. Intendo che si presenta lo spirito di tutto il Popolo, non già di una classe o di una fazione.»[643] Rispondeva il sagace uomo Avvocato Massei:
«Al Cittadino Guerrazzi, Rappresentante il Governo Toscano.