E detti ordini perchè buona mano di costoro si arrestasse, e mandai cavalli a posta; ma fra lo spandersi ch'essi fecero per i campi, e gl'impedimenti opposti dalle barriere della strada ferrata da una parte, e dall'altra la ritrosia della nostra milizia a operare cosa che valesse, ebbero modo a fuggire. Ancora nel medesimo giorno, alle ore 4, m. 35 pom., domando al Governatore di Livorno: «È vero, che il Governatore di Livorno abbia risposto, credersi impossibilitato a impedire, che le turbe invadano i vagoni a Livorno? È vero, che abbia affermato, non potere impedire questo successo oggi e domani? L'Amministrazione ha sospeso le gite da Pisa a Livorno per questo motivo.»[674] Più tardi alle ore 5 e m. 20 pom.: «Il Capo del Potere Esecutivo chiede se altra gente sia partita o partirà da Livorno. Vengono Livornesi senza pagare? Sì, o no?»[675]

Questi Documenti parlano per me, e non sono soli; scelti dalla mano dell'Accusa, certo non è da credersi, che cogliesse rose in fiocco perchè io me ne tessa ghirlanda; e tuttavolta bastano.

Avete considerato voi con quanto, non dirò studio, ma accesissimo zelo io proteggessi le strade ferrate, e qui e a Lucca e da per tutto, non solo allora, sibbene in ogni tempo? E pure mi affermano per sicuro, che uomini a me noti per antico commercio, e nelle loro richieste soddisfatti sempre, nel giorno 12 aprile 1849 di subito, senza causa come senza consiglio, mi si mostrarono avversi, e togliendo seco gli operaj, e le guardie della Strada, ne componessero una schiera, e costituitisi capitani di gente eletta muovessero a gridarmi: «Morte! Morte!» Se questa cosa fosse vera, bisognerebbe dire, che coloro i quali hanno che fare con la Strada di ferro, talvolta terminano col parteciparne la durezza; e di più non dico. Esamineremo in breve se pei fatti dei giorni 11 e 12 Aprile meritassi essere tradito.

XXIX. Del giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7 gennaio 1851.

Nel § 32 il Decreto della Camera di Accusa della Corte Regia per somma grazia crede dovere concedere, che se io in qualche circostanza distolsi o raffrenai le più accese voglie della Demagogia, pure il complesso degli atti (comodissima formula quando non si trovano ragioni) autorizza a credere che tutto io facessi per conservare nelle mie mani il potere. Ora è impossibile, che il complesso degli atti conduca inevitabilmente a supporre cosa assurda. E qui i miei lettori mi sieno benevoli a non appuntarmi, se alla medesima accusa, ripetuta con singolare insistenza, la medesima serie di raziocinii io contrapponga, conciossiachè io veda, che Cicerone adoperasse nella medesima guisa, nella orazione per Sesto Roscio Amerino, sia che anch'egli avesse a persuadere gente dura, o qualche altra necessità lo sforzasse; — e nella fiducia che le mie preghiere verranno accolte, continuo.

Il mio potere era provvisorio; il suo termine segnato; convocata l'Assemblea Costituente, ella doveva decidere per la Repubblica o per la Monarchia Costituzionale. Nel primo caso, ricusando, come avevo fatto, la carica di Triumviro a Roma, dimostravo animo alieno dal proseguire nel duro incarico; inoltre, è egli verosimile, che prevalendo i Repubblicani, volessero mostrarsi parziali a persona reputata avversa, e riporre in sue mani la somma delle cose? I Repubblicani mi avrebbero mandato in carcere, ne più nè meno, come gli altri hanno fatto, ed in breve vi chiarirò; e la ragione sta nella storia del Dottore spartitore di liti che ho raccontata di sopra. Nel secondo caso, mi sembra che senza prova mi verrà concesso, che me l'Assemblea non avrebbe scelto Principe! Il Decreto si compiaccia ricordare, che invece di attaccarmi al Potere, nella notte 27-28 marzo io feci tutto quanto da uomo onestamente può farsi per essere liberato da tanto peso, e non mi riuscì affrancarmene;[676] volga altresì la mente alle istanze del Montanelli e dei suoi amici, perchè accettassi il Ministero; non oblii, che al Governo Provvisorio io presi parte per ineluttabile forza, da un lato, della Fazione trionfatrice; dall'altro, per l'esortazioni non meno potenti dei cittadini, affinchè dall'anarchia preservassi la Società;[677] e deh! consideri eziandio il Decreto, che a quei giorni, durare in carica egli era peggio che posare su pettini da lino; e se mi dicesse, che tra affanni punto minori si sono veduti uomini non pure accettare il Potere, ma ricercarlo ed ambirlo, io rispondo, ch'è vero per quelli i quali intesero fare esperimento pratico di una loro astrattezza politica, potentissima delle passioni umane, a cui ogni giorno osserviamo sagrificarsi da molti riposo, sostanze, e persino la vita; ma non poteva essere vero con me, che governavo per benefizio altrui e non per procurarmi comodo privato, o per fondare monarchie alla napoleonica, ovvero per compiacere a un mio concetto. Dunque mi è lecito dolermi, che il Decreto non abbia rifuggito da scrivere così dissennate proposizioni, le quali non reggono al confronto del fatto e del raziocinio.

E proseguendo il Decreto argomenta, che il pensiero del richiamo del Principe, per certo inconciliabile con gli ordini da me dati di cacciarlo violentemente dalla Toscana, sembra piuttosto sopraggiunto in forza dei successi della guerra, e delle dichiarazioni del Ministro Inglese, e non senza frode, se attendasi questa sentenza ricavata da una Decisione del 10 marzo 1800! «È vero, che ne contrapponeva altrettante (proposizioni), che lo dimostravano tutto diverso: ma oltrechè queste non distruggono quelle, un tale contegno altro non spiega se non che procurava di stare, con l'arte solita usarsi da chi doppio ha il cuore, preparato a far giuocare in ogni evento o l'una o l'altra, nell'atto di gettarsi a quel Partito che avesse trionfato.»

Così veramente adoperarono molti, signori Giudici, anzi moltissimi impiegati, per cui il Conciliatore, come altrove ho detto, ebbe ad esclamare: «Che cosa possiamo sperare da quelli che s'inchinarono a tutti i poteri, che stancarono le anticamere dei Ministri, e che oggi proclamano svisceratissimi la Repubblica?» Ed io mandava, come altrove ho avvertito, Dispacci telegrafici a Pisa e a Livorno di questa sentenza: «Uomini, parte esagerati, parte male intenzionati, jeri codini, hanno spedito in diverse parti della Toscana per convenire giovedì a Firenze, per costringere il Governo a dichiarare la Repubblica,» con quello che segue.[678] Così adoperarono molti, signori Giudici, anzi moltissimi impiegati, che stavano allora abbracciati allo impiego ferocemente tanto da disgradarne Ajace Oileo, quando, naufrago, abbrancò lo scoglio.[679] Se mai venisse fatto a chi tale mi giudica, voltare gli occhi su la cima dei campanili, vedrà che le banderuole, per istare bene con tutti i venti, non li contrastano mica, ma gli secondano. Le ventaruole politiche poi non pure secondano il vento che tira, ma con tanto abbrivo gli si arrendono agevolissimamente, che, soffiando Gherbino, le miri trascorrere fino oltre a Greco. Bell'arte invero la mia di conciliarmi il Partito, che fosse per trionfare, combattendoli tutti! Artifizioso giuoco quello, per cui vincendo i Repubblicani mi dicono alla ricisa, ch'essi avrebbero fatto mettermi in carcere;[680] e vincendo i loro oppositori, mi ci hanno messo. Non osai io guardare in faccia i Retrogradi e i Faziosi, e dire loro apertamente: Voi siete iniqui? Certo non parranno queste le vie più acconcie per apparecchiarseli entrambi benevoli. Non si ricordano i Giudici che furono giorni in cui la gente, quanto più si sentiva nera, tanto più procedeva tinta in chermisi da disgradarne le barbe bietole di agosto, e tutti smaniosi acclamavano la Repubblica? Dov'erano allora gli sviscerati pel Principato? Se qualcheduno, accostandosi loro, diceva: anche tu sei di quelli? essi, imitando Pietro, rispondevano tosto: non so quello che tu dici.[681] La Repubblica non era Partito vincitore allora? A che le resistenze, a che gl'indugii? Guardando le tante bocche che mi schiamazzavano attorno — Repubblica! Repubblica! io pensai: parte di costoro sono vili propugnatori di quanti danno loro la pietanza; parte sono ebbri; — aspettiamo che smaltiscano il vino; — parte finalmente, comecchè onestissimi, per passione travedono: e agli errori, alle ebbrezze e alla viltà io solo contesi, e volli che il Popolo prima posasse, poi giudicasse di sè. Nell'8 febbraio trionfò la Repubblica; l'accettai io? Domando: l'accettai io? — No, la impedii. Dunque in quel giorno io non era per lei. Se io non impedivo, sarebbe stata, o no, proclamata? Sì, proclamata. Se io non mi fossi sagrificato, intendetelo bene, o ingratissimi, sagrificato anima e corpo a tenere il Governo, chi sarebbe salito al potere? Chi? — Rispondete! Allora lo sapevate, e lo temevate; adesso, che vi credete sicuri, lo avete dimenticato, e di me vi curate come di un cane morto! E se continuerete a dire breve incendio sarebbe stato quello, io tornerò a rispondervi: sì, ma sarebbe bisognato estinguerlo col sangue; sì, ma per ispegnere di fiamma, le cose e le genti incenerite non si restituiscono.... Voi però, riprendono i Giudici, nicchiaste, perchè non reputaste la Repubblica sicura; ed io rispondo: se non la reputai sicura allora, o quando la dovevo credere tale? Se nel giorno del trionfo si pensasse a quello della sconfitta, io vi ripeto, che l'uomo starebbe perpetuamente esitante tra il sì e il no: personaggio da commedia. Se i Giudici miei intendessero politica; se invece di andare a pescare le loro citazioni nelle Decisioni criminali del 1800, le avessero desunte dalle opinioni degli uomini di Stato, avrebbero posto mente a queste parole del Generale Cavaignac riferite nel Monitore francese del 19 gennaio 1851: «In Francia, come per ogni dove, due cose sono possibili adesso: egli è forza scegliere Monarchia, o Repubblica.» — (È vero! È vero! Voci da sinistra e da destra.) — «Chiunque non è per l'una, è per l'altra; e se ciò potesse applicarsi al passato, direi: quelli che operarono malamente nella Monarchia, apparecchiavano la Repubblica; e quelli che male si comportarono nella Repubblica, apparecchiarono la Monarchia.»

Affermando, come l'Accusa fa, che i miei sforzi si restrinsero a impedire la proclamazione della Repubblica, finchè il voto universale si pronunziasse, prima di tutto non dice il vero, perchè molte più pratiche impresi, e fu dimostrato; e quando anche fosse così, basterebbe; perchè, come vedremo, la elezione di un libero Parlamento in Inghilterra non solo fu sufficiente a impedire che la Repubblica s'instituisse, ma instituitala soppresse, restaurando il Principato.

Ora mi urge tenere proposito stretto della citazione desunta dalla Sentenza criminale del 1800! Cotesto insulto giaceva da 51 anno deposto sotto la polvere nella obsoleta armeria criminale, ed a ragione, però che i Giudici nel 1800, anneriti dal fumo degli uomini arsi vivi nella scelleratissima Reazione del 1799, non si contentassero a quei tempi condannare, ma insidiavano ancora. Adesso i Giudici hanno estimato decoroso tôrre dalla armeria criminale cotesto insulto, forbirlo, e tentare di sfregiarmene il volto.... È facile insultare un uomo oppresso; più facile insultare un uomo che da ventinove mesi si tiene chiuso in disonesto carcere; facilissimo insultare un uomo, cui hanno legato e piedi e mani! — Però vi ha un Tribunale che giudica Giudici e prevenuti, ed è la Coscienza Pubblica. Giudici del Decreto del 7 gennaio, io vi chiamo davanti a questa, perchè ella decida se io meritassi lo ignobile oltraggio; se in voi fu gravità, e, quello che più importa, giustizia, a dirmi improperio.