Francesco Forti, scrittore meritamente reputato fra noi, nel suo Libro delle Instituzioni Civili, dimostra la fallacia del sistema forense di citare particole di Decisioni antiche nelle Decisioni nuove; conciossiachè i raziocinii che vi occorrono sieno speciali affatto al caso contemplato, nè senza pericolo grande possano trasportarsi ad un altro. Quasi impossibile è che si trovino due casi identici; quindi quel curioso e matto gettito di Decisioni antiche, che i Curiali si avvicendano nel capo, lo indefesso disapplicare delle Decisioni allegate, e l'opporre Decisione a Decisione; sicchè spesso si è veduto (materia di riso, e lo doveva essere di pianto) citare la Decisione medesima per sostenere pro e contro. In Prussia le allegazioni delle Decisioni vietarono, ed hanno fatto bene. Se questo concetto nelle materie civili fu rinvenuto giusto, tanto maggiormente si deve reputare tale nelle criminali, essendovi troppo più importante il subietto, necessaria la esattezza. Ora il prevenuto del 1800 era egli uomo pubblico o privato? Si trovò in libertà piena, od agì costretto? Ebbe due interessi da salvare, importanti entrambi, ma importantissimo l'uno, e l'altro meno? Furono parole le sue, o atti? Tutto questo s'ignora, e tutto questo era necessario esporre, se si voleva dimostrare la parità di ragione, e salvare la citazione dalla taccia di temeraria, per non dire di peggio.[682]

In politica quotidianamente avviene, che l'uomo non possa nè deva procedere con la schiettezza, che neppure la buona morale desidera nei commercii della vita privata. Di vero, ragionando gli antichi intorno alla buona fede che deve presiedere ai contratti, consentirono di leggieri in questa sentenza, che il venditore di un carico di grano non fosse obbligato di palesare al compratore che altri ne attendeva di Sicilia o di Egitto. Nella diplomazia senza offesa della morale è mestieri ricorrere a certa dissimulazione persuasa dalla necessità. Quante volte i successi stanno fuori di noi, indipendenti dal nostro volere come dal nostro potere, e pel continuo alternare di fortuna si modificano, o trasformano, agevolmente si comprende che assoluti non ponno essere i consigli e il linguaggio degli uomini politici. Così di rado avviene, che alla commissione patente dei negoziatori non si aggiungano istruzioni segrete, le quali, a seconda dei casi, la estendono, la restringono, o la mutano. Nelle Storie italiane incontriamo ad ogni piè sospinto lettere in cifre, le quali per certo dovevano contenere cose diverse dal mandato aperto. Richelieu, cardinale, sappiamo come dentro le lettere officiali soleva inserire certe note di proprio pugno scritte, sconosciute perfino ai suoi Segretarii più intimi; in Inghilterra, l'uso della doppia corrispondenza incominciò sotto la regina Elisabetta, e credo che tuttavia duri, imperciocchè Pitt la raccomandò molto non solo per le ragioni allegate, ma ancora perchè, trovandosi i Ministri per la Costituzione costretti a comunicare gli Atti diplomatici al Parlamento, non venissero a rendersi palesi le condizioni dei negozii con indiscretezza somma, e, quello ch'è peggio, con danno del Paese.

Ma poniamo da parte questi esempii, e adduciamone uno che cade singolarmente a taglio pel caso nostro. Prima però che mi faccia a discorrerlo con qualche lunghezza, devo avvertire che, per quello raccontano gli storici, Monk poco si curava delle libertà della sua Patria, e suo intento era consegnarla in assoluta balía di Carlo II. Se così fu, come dicono, io non gl'invidio il suo ducato di Albermarle, nè la contea di Torrington, nè la baronia di Potheridge, e sto contento al mio carcere. Noto altresì che Monk rovesciò un Governo costituito nel suo Paese, ingannando per privata comodità: — io impedii che si costituisse per violenza di Parte, e volli si consultasse il voto libero e pacato del Popolo, senza badare a me, come si è visto. Monk aveva esercito disciplinato, e devotissimo ai suoi voleri: — io non avevo armi disciplinate, nè devote. Monk era uomo da tempo antico avvezzo ai garbugli sanguinosi dei Partiti estremi: — io dedito agli studii. Egli di provato coraggio su cento campi di battaglia:[683] — io per professione alieno dalle armi. Dalle quali cose tutte ricavo ch'egli avrebbe potuto e dovuto mostrarsi più franco di quello che non fece.

Queste cose avvertite, è da sapersi come tenendosi Inghilterra a Repubblica, re Carlo II mandasse da Colonia una lettera nel 12 agosto 1656 al Monk, molto raccomandandosi a lui, e facendogli grandi profferte, la quale lettera egli spedì difilato al Protettore Cronvello, per suo governo![684]

Morto Cronvello durava la Repubblica, agitata più che condotta dal lungo Parlamento, pieno di uomini violenti, e tra loro nemici. A chi considerava nella prima scorza le cose, pareva la Repubblica non soltanto gagliarda, ma rigogliosa della vita irrequieta della giovanezza; però i meglio avvisati conoscevano cotesta essere febbre di parossismo che consuma. «La restaurazione degli Stuardi speravano e desideravano i Popoli numerosi, anonimi, i quali, se eccettui i momenti di esaltazione, amano il riposo politico per accudire tranquilli ai commercii della vita civile.»[685]

Deposto Riccardo Cronvello, giudica Hume, Monk concepiva il disegno della restaurazione di Carlo II;[686] ma non era piccolo negozio operarla; difficilissimo poi, senza mettere in fiamme il Paese; e Monk voleva uscirne vincitore senza sangue. Giorgio Booth nel 1º agosto 1659 prende le armi nella contea di Chester, col pretesto di ottenere un Parlamento libero, o almeno il richiamo nel Parlamento lungo dei membri dimessi da Cronvello: fine vero era la restaurazione di Carlo II. Realisti e Repubblicani si voltano a Monk. Re Carlo gl'invia Stefano Fox fidato messaggio, con lettere regie per indurlo a collegarsi col Booth e procedere uniti contro il Parlamento lungo: ma il Monk riceve tutto chiuso in sè la lettera, non risponde, e lascia partire sconclusionato il messaggio. Sollecitato dal Colonnello Atkins di accontarsi col Booth per favorire la causa regia, replica brusco: «io gli muoverò contro; nello stato nel quale mi trovo non posso farne a meno.»[687] A questa epoca sembra referirsi l'altra spedizione fatta da re Carlo, del dottore Niccola Monk al Generale suo fratello, con nuova lettera autografa per impegnarlo a cessare dalle incertezze. Il Dottore arriva mentre il Generale stavasi a conferenza con gli ufficiali; trattenendosi allora il fratello col cappellano Price, uomo di provata fede ed amicissimo al Re, gli palesa lo scopo della sua missione; al fine, presentatosi al fratello, dopo gli affettuosi abbracciari, incomincia a scuoprirgli il trattato. Monk, rompendogli le parole a mezzo, lo interroga se per avventura ne abbia tenuto discorso con altri che con lui; e udendo come ne avesse favellato col Cappellano, accomiatollo con Dio senza volerne sapere altro:[688] «non si fidando» avverte Hume «neppure di un fratello, dal punto ch'ei conobbe avere egli confidato il segreto a persona a cui pure lo avrebbe confidato egli stesso.»[689] Nonostante Monk si apparecchiava a sostenere il Booth, e già aveva dato gli ordini per mettersi in cammino, e scritto lettere al Parlamento lungo perchè richiamasse i membri dimessi, o si sciogliesse convocandone un nuovo; quando, meglio considerando il negozio, gli parve intempestivo il momento, per la quale cosa revocati gli ordini, e soppresse le lettere, decise aspettare. Al cappellano Price, che non rifiniva spronarlo, con mal viso gridò: «Dunque volete rovinare ogni cosa e farmi perdere il capo sotto la scure?»[690] Il giorno successivo arrivava notizia che Booth era stato disfatto, sicchè a buon fine tornavano le prudenti dimore. Allora nei Repubblicani sorse una allegrezza smoderata, e i gridi, e i vituperii contro re Carlo andarono a cielo. Avendo taluno detto in questa occasione alla presenza del Generale, come i vinti avessero disegnato restaurare Carlo Stuardo, egli riprese: «Io per me vorrei che il Parlamento promulgasse una legge per impiccare su l'atto chiunque parlasse soltanto di richiamarlo!» Le divisioni fra i Repubblicani inasprendosi, Lambert e i compagni costringono il Parlamento a dimettersi dal Governo, ed eglino stessi lo usurpano sotto nome di Commissione di Sicurezza; Monk si dichiara a favore del Parlamento lungo, e così arringa i soldati: «Quanto a me, credo che il mio dovere stia nel sottoporre le milizie alle autorità civili; e il vostro è difendere il Parlamento, che vi dà la paga, e gl'impieghi: se però alcuno di voi pensa diversamente, è libero di abbandonare le bandiere, e andarsene dove meglio gli torna[691]

Monk pubblica lettere con le quali dichiara avere preso le armi «per la difesa della libertà e dei privilegii del Parlamento, e per sostenere, contro tutti, i diritti e le libertà del Popolo;» e, lasciata la Scozia, si muove con lo esercito contro Londra; il Comitato tratta con lui; egli lo inganna, e si avanza indirizzando lettere al Municipio di Londra, con istanza caldissima che facesse causa comune col Parlamento lungo per rivendicarsi dalla tirannide del Comitato militare. Il Parlamento lungo recupera la sua autorità nel 25 decembre 1659 mercè gli aiuti di Monk. Così sono varii gli eventi, e fanno forza agli umani disegni, che Monk, il quale partendo di Scozia si era proposto completare il Parlamento con la restituzione dei membri dimessi, o abolirlo affatto convocandone uno nuovo che collo assenso di tutti governasse la nazione, si era trovato adesso a sostenerlo con l'autorità e con le armi! Non pertanto questo era il suo scopo, e, malgrado l'operato in contrario, noi lo vediamo affaticarsi a conseguirlo con tutti i nervi.[692] Monk accostandosi a Londra, dopo avere vinto un Partito coll'altro, si dispone a superare il Parlamento; nella necessità di aumentare cautele, si toglie dal fianco la moglie, perchè, secondo l'ordinario, ciarliera; e allontana eziandio il cappellano Price, come quello che non gli pareva abbastanza capace a dissimulare. Invia Gumble a tenere bene edificato il Parlamento con profferte di devozione, e per dargli pegno di fedeltà gli fa consegnare una lettera segreta, con la quale il Municipio di Londra domandava il suo aiuto per rimettere in Parlamento i membri esclusi, o convocarne uno nuovo libero e completo.[693] E si avverta bene che Monk intendeva fare, e fece appunto come il Municipio lo pregava; qui fu che dette di una mazza sul capo a certo ufficiale che andava vociferando dintorno: «Sta a vedere che questo Monk ci ricondurrà Carlo Stuardo.» Al cappellano Price che, prima di lasciarlo, lo svegliava raccomandandogli il Re, susurrava sommesso: «Lasciatemi fare, perchè abbastanza sospettano di me.»

Il Parlamento spedisce verso Monk due commissarii, Scott e Robinson, sotto pretesto di complimentarlo: ma in sostanza per ispiarne gli andamenti;[694] e questo fecero ignobilmente, seguendolo da per tutto, albergando nella medesima casa, e tentando perfino forare i muri per udire e vedere quello ch'ei facesse o dicesse nella sua stanza: ma il Monk teneva l'occhio fisso al pennello, e si mostrava loro siffattamente sviscerato della Repubblica ch'eglino ne scrissero a Londra celebrando il suo zelo pel Parlamento lungo. Monk giunto in prossimità di Londra domanda che sieno licenziati i reggimenti rimasti fedeli al Parlamento; per pretesto dava lo studio di evitare ogni conflitto con le sue milizie: motivo vero era restare signore assoluto della città; e gli riusciva. I reggimenti congedati dal Parlamento si ammottinano. Il Popolo, côlto il destro, insorge a tumulto, e domanda Parlamento libero. Monk sta fermo! — Arrivato in Londra il Generale è accolto dal Parlamento che intende rovesciare, lo blandisce con ogni maniera di sommissione. A Ludlow dice: «Dobbiamo vincere e morire per la Repubblica!» Ad un altro dichiara che, malgrado il suo rispetto pel Parlamento, non patirà mai che accolga nel suo grembo uno dei membri esclusi. «Dissipava» scrive il Guizot «i sospetti rinascenti, e con la solennità delle proteste assopiva le diffidenze più inquiete; sicchè l'ammiraglio Lawson, il quale altre volte dubitò del Monk, ebbe a dire a Ludlow, nell'uscire di casa sua: «Il Levita e il sagrificatore sono passati vicino a noi senza soccorrerci; spero avere incontrato il Sammaritano che ci salverà.»

La città commuovendosi a tumulto, il Popolo grida: «Parlamento libero! Abbasso il Parlamento lungo!» Il Municipio ricusa pagare le imposte. La ribellione si fa manifesta. Monk è chiamato in Parlamento. Il tempo che desiderava è pur giunto; egli ricuserà andare; scoprendosi, al fine si unirà al Popolo, e, cacciato via il Parlamento, restaurerà la Monarchia. Niente di questo: parendo a lui che la occasione non fosse a bastanza matura, va in Parlamento, parteggia co' più arrabbiati, esagera il bisogno di misure severe, offre reprimere la sommossa, e malleva la riuscita.[695] Alle parole tengono dietro i fatti; nel 9 febbraio 1660 invade la città con lo esercito, abbatte porte e saracinesche, leva le catene dalle strade, e schianta i piuoli dove le attaccavano; fa arrestare i Membri più autorevoli del Municipio. «Per questi accidenti» scrive il Guizot «il Popolo di Londra rimase come percosso da stupore; quello che vedevano non indovinavano; ormai che cosa dovessero credere non sapevano; ogni loro idea era sconvolta. È questi, esclamavano, quel Monk che doveva ricondurre il Re? Egli è un demonio scozzese. Signore! Che cosa mai avverrà di noi? Vedevansi con terrore arrestare i Municipali maggiormente diletti, e tradurre prigionieri alla Torre. Ogni resistenza impedita. Il Popolo spaventato fuggiva per le strade; Londra presentava lo spettacolo di città presa di assalto. Il Parlamento trionfava, e grato al benemerito Generale stanziava 50 lire sterline pel suo pranzo. Haslerig andava gridando: Adesso Giorgio appartiene a noi anima e corpo

Se non che il Monk dagli eventi che si succedevano tolse motivo a conoscere da un lato, come il lungo Parlamento fosse caduto in discredito, e mancasse di aderenze e di aiuti; dall'altro, quanto universale e profonda animavversione il Popolo gli portasse; però, come pilota che gira la ruota del timone, ad un tratto occupa i quartieri della città, rassicura la moltitudine, si collega col Municipio, e scrive lettere al Parlamento perchè nel 6 maggio si sciolga, dando luogo a un Parlamento nuovo e libero: così scandagliata bene la opinione pubblica per una serie continua di prove personali, la fa compagna delle sue armi; e diventa arbitro delle sorti d'Inghilterra. Ma non precipita ancora, e, dopo avere sostenuto impossibile la riammissione dei membri esclusi nel Parlamento, adesso consiglia armato che vedano aggiustarsi fra loro; appuntate le conferenze fra i membri del Parlamento in carica e gli esclusi, questi discutono molto e non si accordano in nulla, troppo essendo gli umori ed i fini diversi. Tentate le vie della conciliazione e non riuscitegli a bene, Monk delibera più gagliardo espediente, qual era quello di condurre, senz'altro rispetto, i membri esclusi a riprendere per forza l'antico posto nel Parlamento; ma ad infievolire la impressione, intento a schivare resistenza disperata dalla parte dei vinti, manda fuori un Manifesto nel quale molto si distende contro il ritorno dello Stuardo, e contro lo Episcopato; parla della necessità di apparecchiare nuovo Parlamento, e convocarlo pel 20 aprile. Ciò fatto, toglie in mezzo alle guardie i membri esclusi e gli riconduce a Westminster. Alcuni Lordi, cogliendo il destro, vollero aprire la Camera alta; Monk prevedendo cotesto tentativo inopportuno, gli fa cacciare via duramente, onde si tengano per avvertiti tutti coloro che volessero precipitare le cose, o condurle in modo diverso da quello ch'egli aveva disegnato.