Facciamo adesso una supposizione: immaginiamo che poco innanzi delle conferenze e dei patti stabiliti col Greenville, il Municipio di Londra insieme col Popolo fosse giunto a rovesciare il Monk, terminando con molta agevolezza, con impeto, e senza alcuna guarentigia, quello che fra tante difficoltà era stato apparecchiato e quasi compíto da lui; immaginiamo altresì che spinto prima in disonesto carcere, fosse stato condotto poi davanti ai miei Giudici; come non lo avrebbero eglino deriso? «Gli atti di distruzione» gli avrebbero detto «già non ci darete ad intendere che fossero preparativi di Restaurazione. Le manifestazioni ostili non comprendiamo come potessero condurre allo scopo che adesso ci raccontate; dove sono gli atti univoci, non equivoci, co' quali presumete convincerne? Dove le prove limpidissime? Allo stringere delle tende, vedendo come fosse impossibile avversare la Restaurazione, l'avete secondata; invano però, chè tardo pentimento fu questo, e forse dovuto più che altro alla opinione del signor De Bordeaux ministro di Francia.[701] — Con qual fronte sostenete il disegno di restaurare il Principato, se pure ieri il Popolo acclamante il Re disperdeste, il Municipio imprigionaste, i Repubblicani con le vostre armi sovveniste, quelli che si mostravano parziali al Principe di propria mano percuoteste, — impiccato, chiunque il ritorno dello Stuardo procacciasse, voleste? I bandi, i proclami, i manifesti per dichiararvi svisceratissimo al Parlamento lungo pubblicavate forse in benefizio della Monarchia? Che cosa alla fin fine avreste fatto? Vi sareste così destreggiato, finchè un Parlamento libero pronunziasse intorno alle forme governative del Paese... Bello sforzo invero, onde noi dobbiamo mandarvi assoluto, anzi decretarvi la corona dell'alloro! O non vedevate come tutti noi con accese voglie stavamo in agonia pel ritorno di Carlo Stuardo! Quali indugii erano i vostri? Dovevate pure indovinare quello che con saldo cuore vi diciamo adesso, noi essere vogliosi di mostrare col sangue nostro, con quello della moglie, dei figli, dei servi e delle serve, il nostro sviscerato zelo per il diletto capo di Carlo Stuardo. Quanto (e fu poco) operaste, dal complesso degli atti siamo autorizzati a ritenere, che il faceste per mantenervi al potere tanto male da voi conseguito, tanto pessimamente esercitato. Voi intendevate giuocare a partita vinta, e tenere il piede in due staffe per gittarvi alla Fazione trionfante, secondo che costumano le persone della vostra qualità, che di mal pelo portano taccata la coda, anzi pure, che hanno doppio il cuore, come ha detto una sentenza della Camera stellata, ai tempi di Enrico VIII, oggi fa cento anni.»

Povero Monk, altro che ducati, e contee, e baronie, e pensioni, e patenti col victor sine sanguine, se tu avessi avuto la fortuna di nascere nel 1805 in Toscana come sono nato io! Tu stavi fresco con i miei Giudici, o Giorgio Monk, tu stavi fresco....!

All'opposto, un uomo di Stato a cui nessuno per certo, comunque da lui per opinioni diverso, vorrà negare pratica di negozii umani grandissima, e capacità somma di speculare gli avvenimenti politici, il signor Guizot, così giudica di Giorgio Monk:

«Anche in Inghilterra, ora sono dugento anni, diceasi la Monarchia scomparsa per sempre, la sola Repubblica possibile. Monk conobbe questo essere falso. Egli credè alla Monarchia quando la Repubblica durava, quando tutti intorno a lui, sinceramente od ipocritamente, ed egli stesso come gli altri, non parlavano che di Repubblica. E quando, dopo la morte di Cronvello e la caduta di suo figlio Riccardo, si pose avanti realmente la quistione tra i due governi, Monk si decise per la Monarchia.

«Gli si è negato questo merito: e Monk, mirando al suo scopo, ha tanto usato ed abusato della simulazione, che alcuni spiriti prevenuti e superficiali hanno realmente revocato in dubbio, che la sua risoluzione fosse precoce, e costante. Ma quando da vicino e profondamente si studiano i fatti ed i documenti, non può più dubitarsi. Fino dal primo momento Monk si decise; e checchè facesse o dicesse, egli fu saldo nella sua decisione sempre fino all'ultimo giorno. Nel dubbio ed esitanza universali, egli avea una opinione decisa ed un partito preso. Fu questo il primo suo atto di buon senso politico.

«Se Monk fu deciso, fu ancora paziente. Seppe aspettare il buon successo, preparandolo. Uomo di guerra, mentre il suo mezzo di azione era l'armata, fu costantemente risoluto a non rinnovare colpi violenti e la guerra civile. Comprese che la Monarchia, per essere solidamente ristabilita, doveva esserlo pacificamente, naturalmente, come una necessità nazionale, e un supremo rifugio del Paese. A dispetto di tutte le impazienze e le diffidenze, seppe contenersi, dissimulare, indugiare, attendere, fino a che l'evento quasi da sè stesso si compiesse. E compiutosi l'evento, Monk volle che nelle patenti, che consacravano la sua fortuna e la gloria, s'inserisse il motto: Victor sine sanguine (vincitore senza sparger sangue): tanto la sua prudenza era figlia della riflessione e della volontà. I partigiani della Monarchia eziandio fecero prova di molto discernimento. Alcuni di loro avevano sostenuto la Rivoluzione, altri l'avevano combattuta; asprissime guerre si erano fatte fra loro in pro o contro del Re, di cui volevano porre in trono il figliuolo. Umori, passioni, interessi li dividevano, e nonostante le discordie loro aggiornarono. Fino al giorno della vittoria, passioni, genio e interesse ridussero nel supremo intento comune: sottoposero le preferenze particolari alla necessità di tutti; e questa è pietra di paragone vera del giudizio politico dei Partiti.

«E fecero anche di più i promotori della Monarchia: confidarono la esecuzione dei loro disegni nelle mani di uomo che sospettavano, ed avevano ragione di sospettare. Monk aveva militato pel Re, per la Rivoluzione, per la Repubblica, per Cronvello e pel Parlamento; egli operava sovente, e favellava in varie guise, non pure diverse, ma contrarie fra loro: simulava con risoluta franchezza da sgomentare i più intimi. I partigiani della Monarchia stavano sul conto suo pieni di dubbio, e d'inquietudine; dalla speranza facevano trapasso alla paura, dalla luce alle tenebre: ma nè per isperanza, nè per paura, nè per desiderio, nè per le ambagi del Monk, forviarono. Monk somministrava a un punto, e imponeva la norma del come si avessero a governare; però tutto sommando avevano maggiori motivi di confidare che per diffidare.... non si commisero ciecamente in sua balía, ma lo secondarono con discrezione, lo attirarono senza metterlo a cimento, docili ai suoi consigli, vigili ma tranquilli dietro a lui come a capo eletto, imperciocchè tali imprese abbisognano di un capo, nè vi sia capo tranne quello, che, sostenendolo, lasciamo operare.»[702]

Ascoltiamo un altro Giudice, David Hume, solenne storico, il quale, se non sedè Ministro nei consigli della Corona, durante la sua vita fece professione di politica, e tenne carica di diplomatico. «Accorda meglio alla ragione, e alla schiettezza, ritenere, che Monk appena mosse di Scozia nutrisse il disegno di ristabilire il Re. Nè qualunque obiezione si volesse dedurre dallo aver egli tutto taciuto, perfino allo stesso Carlo, può essere tenuta in qualche conto, allorquando si rifletta, che Monk era di natura riservato; che le sue circostanze richiedevano dissimulazione; ch'egli sapeva il Re circondato da traditori e da spie; che insomma sarebbe durezza interpretare in discredito della probità del Monk una condotta, che dovrebbe anzi sublimare in noi la idea che ci formiamo della sua prudenza.» Così a pag. 431 del Cap. 62 della Storia d'Inghilterra, e poco oltre a pag. 442: «Malgrado questi passi, che muovevansi verso la restaurazione della Monarchia, il Monk proseguiva a mostrarsi caldo partigiano della Repubblica, nè aveva peranco consentito ad aprire pratiche col Re. Convocare un Parlamento libero, e restituire sul trono la famiglia regia, erano in quello stato di cose due provvedimenti per necessità connessi fra loro. — Nè era tenuto in conto di poca sincerità il silenzio da lui osservato nel principio della impresa, dacchè ei si mantenne riservato del pari nel tempo in cui, secondo i dettami del senso comune, chiaro appariva che non poteva nutrire altro disegno

Nel Capitolo 65 poi il dabbene Hume, riportando in nota la notizia della morte di Giorgio Monk, non si può trattenere di spendere altre parole per giustificare la dissimulazione di lui. «È per verità una singolare prova della strana possanza dello spirito di Parte, quella che la malevolenza debba perseguitare la memoria di un signore il cui tenore di vita non andò mai soggetto a censura, e che, col ristaurare l'antico, legittimo e libero governo ne' tre Regni, che si trovavano immersi nella più rovinosa anarchia, fu certamente fra gli abitanti di queste isole quegli che, dal principio di quei tempi in poi, più d'ogni altro rendesse servigii durevoli ed essenziali alla patria. Neppure i mezzi, onde si valse per condurre a fine sì grande impresa, vanno soggetti a grave sindacato; giacchè appena è biasimevole la dissimulazione ch'ei seppe per qualche tempo tenere, e la quale, nel caso suo, era assolutamente necessaria. Ei non godeva la confidenza di quel bifronte, sedicente ed usurpatore Parlamento, cui balzò di sgabello; perciò non poteva tradirlo. Negò persino di spingere una tale dissimulazione sino a prestare il giuramento d'abiurare il Re. Nullameno confesso che il reverendo dottor Douglas mi ha mostrato una lettera, trovata nelle carte di Clarendon, tutta di pugno di Monk, e diretta a sir Arturo Haslerig, che contiene le più calde, e quindi, nel cuor suo, le più false proteste di zelo in favore della Repubblica. Per verità, duole assai che un così degno e schietto uomo debba una volta essersi trovato nella necessità di spingere cotanto innanzi la dissimulazione. Il casato de' Monk s'estinse col figlio del Generale.»

Ecco pertanto come uomini di Stato e politici solenni giudicarono di Giorgio Monk, lo esempio del quale mi piacque con lunghezza riferire, non già perchè mi attagli, parendomi le sue dissimulazioni troppe, e troppo profonde: onde mi riesce difficile a credere, che fossero tutte costrette dalla necessità, e qualcheduna non ne usasse per compiacere al suo genio.