Ancora, (e non importa che ne faccia protesta, perchè tutto il mondo lo conosce a prova) a operare come feci mi mosse non cupidità di comodi privati, bensì il rispetto che professai sempre al voto, che mi parve ed era universale nel 1849 nei miei compatriotti; e lo amore di figlio che porto al mio diletto Paese mi persuase a procurargli il maggiore bene che per me si potesse, quantunque con gravissimo carico mio; onde io spero con troppo migliore ragione meritarmi il nome di ONESTO, che pure tributarono i contemporanei al Soldato inglese: chè se nel naufragio della mia vita mi sarà concesso uscire alla riva sopra questa tavola sola, e me lo assentirà la benevolenza degli uomini probi, ciò recherà qualche conforto ai miei lunghi, atroci e non meritati travagli.

XXX. I giorni 11, 12 e 13 aprile 1849.

Io mi era tratto dal cuore lo stile del quale lo hanno trafitto, per iscrivere una storia di tradimento con ferro grondante di sangue... Ma un fiotto di voci scellerate mi percosse fino nel profondo del mio carcere, e mi avvertì come, — nella guisa stessa che i selvaggi della isola di Giava, incisa la scorza dell'albero Upas, lo circondano cupidi, pure aspettando che ne coli il visco velenoso per intingere in quello le freccie mortalissime, — una torma di lupi dalla faccia umana stesse con le orecchie incollate a queste mura, per attrappare al varco un grido di dolore, uno accento d'ira, per mescolarlo nel fiele di cui contristano quotidianamente con effemeridi infami la veneranda Patria: allora ruppi le carte e le gittai ludibrio dei venti. Io parlerò sommesso, — io narrerò pacato; — e voi che leggete, pensate e dite se mai vedeste affanno pari allo affanno mio.

Prima però della mia, udite la storia di questi giorni composta dal Decreto del giugno 1850, riveduta e corretta dal Decreto del 7 gennaio 1851, e dall'Atto di Accusa.

«L'ora del riscatto era suonata (Il Decreto del 7 gennaio anch'egli pone: l'ora del riscatto era suonata). Il Popolo Fiorentino disperde gl'incomposti gruppi di armati (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge soverchianti), che imponevano alla città con bruttezza di modi e di costumi. Nel giorno 12 restaurava la Monarchia, alla quale era rimasto in mezzo alla tristezza dei tempi fedele (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge: costantemente. L'Atto di Accusa dice, che il Popolo ravvivò gli antichi sensi di fede). — In faccia a questo moto unanime, risoluto, evidente nel suo scopo, la restaurazione del Principe (Il Decreto del 7 gennaio muta con le parole infallibilmente diretto), non potevano concepirsi mali, che non avvennero; il Guerrazzi richiama nella notte dell'11 la Guardia Municipale per opporsi alle mene, ei diceva, diaboliche dei retrogradi, e dava ordini (che non furono eseguiti per evitare la effusione del sangue e la guerra civile), nei termini che appresso:

«Firenze, 12 aprile. — Basetti, prendi il comando della Municipale. Fuori in piazza a difendere l'Assemblea e la Patria, e la Libertà, e il tuo amico Guerrazzi.» E più tardi: «In Piazza vi sono i Veliti e la Guardia Nazionale, entra la Cavalleria e l'Artiglieria; esca la Municipale, o si cuopra di vergogna.» — E tali furono le insistenze, riuscite a vuoto, mosse al Colonnello Tommi, per trasportare le artiglierie in piazza, e al Colonnello Diana d'intimare il Popolo e caricarlo, per cui si compì la Restaurazione pacifica e senza sangue.

Nè qui si trattiene la opposizione del Guerrazzi (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge: per contrariare l'avvenuta Restaurazione), perchè ad alcuni Membri recatisi all'Assemblea per invitarla a sciogliersi (L'Atto di Accusa aggiunge: e intimarle che non si rendesse opponente alla già decretata e incoata Restaurazione) egli dichiarò ch'essi avevano operato una vera Rivoluzione, e minacciò prima, poi intimò loro l'arresto.»

Il Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa lasciano lo intimò, ma questo secondo aggiunge: «E si fu dopo tutto questo, che il Guerrazzi si mostrò più docile e pieghevole alla Restaurazione stessa, suggerì dei temperamenti, non secondati, e si esibì di recarsi a Livorno onde maneggiarsi perchè vi fosse accettata

Quanto questo racconto corrisponda al vero, adesso vedremo.

Erano in Firenze nel giorno 11 febbraio tre colonne di Livornesi. La prima condotta dal Guarducci. Questa stanziò un tempo a Pistoia, amorevolmente accolta dal Popolo. Ottime informazioni ci venivano di lei. Nel Ministero della Guerra potranno trovarsi. Fu chiamata di là per inviarla nel contado aretino: andò, ma credo non passasse Montevarchi. Il signor Romanelli avvisò irregolare il procedere dei militi, gli revocassimo; poco dopo mandava diverso rapporto: essere stato male istruito, i militi non dare luogo a richiamo; ma siccome la gente gli era di troppo, ed egli si augurava venire a capo della sua commissione per vie conciliatorie, così insisteva perchè fossero rivocati. Guarducci ebbe ordine tornarsi alle stanze di Pistoia; giunto a Firenze per trasportarvisi con i cariaggi della Strada Maria Antonia, prese quartiere al convento di Santo Spirito, onde ristorarsi del cammino. Il maggiore Guarducci espose lo stato miserabilissimo delle sue genti: mancare di cappotti, di vesti, di scarpe, di tutto. Il Ministro Manganaro propose passarle in rassegna, ed io l'accompagnai. Veramente noi le trovammo in pessimo arnese. Il Ministro osservò non essere cotesta forma, assisa, nè armamento da soldato; restassero per essere vestite e armate convenientemente. Esse rimasero, e questo serva a raddrizzare ciò che fu detto erroneamente di loro, che repugnassero a partire, e perfidamente dato ad intendere al Popolo, che io le avessi chiamate a Firenze a pravo scopo.