La seconda colonna composta di poca gente, guidata da Cercignani e Toccafondi, albergava da qualche tempo in Borgo Ognissanti; la più parte Civici.
La terza era di Volontarii disarmati, e furono messi in Fortezza di San Giovanni Battista.
Intorno a questa è da dirsi. Alla chiamata della difesa della Patria erano accorsi circa mille Giovani dalla provincia. Per cura principalmente del Capitano Montemerli in poco più di 15 giorni, secondandolo altri egregi Ufficiali, si resero idonei ai più complicati movimenti militari. Instruiti a dovere, erano incamminati al campo. Si offersero allora mille altri circa Giovani livornesi; il Ministro della Guerra pensò surrogarli nella Fortezza di San Giovanni Battista ai partiti, affinchè presto s'instruissero, e pronti, secondo i bisogni della Patria, si avviassero ai confini: disegnò gl'instruttori e gli Ufficiali; non gli armò, perchè non ebbero tempo ad ammaestrarsi neppure nei movimenti che si fanno senz'armi; e non furono mai armati.[703]
E questo ancora risponda alla calunnia, che fossero stati raccolti armati per soverchiare il Popolo di Firenze. Bene altre volte erano venuti militi da Livorno quaggiù, e gli accoglievano festosi; anzi, come si è visto certa volta, giunti di notte, comecchè fosse tardi, erano ricevuti al chiarore di torcie, e al suono di bande.
Ora secondo i rapporti che ci venivano, niente era da dirsi della colonna Guarducci, e meno degli altri raccolti in Castello. Quelli di Borgo Ognissanti commisero parecchi trascorsi di cui fanno fede i Rapporti delle Delegazioni. Mi riferisco a cotesti; io credo potermi rammentare si trattasse di qualche baruffa in Via Gora a cagione di femmine. Non conosco la strada, nè le persone che vi abitano; però mi assicurarono, che colà si riducono donne le quali non godono fama di castissime in Firenze. Che se poi la informazione si trovasse essere falsa, io protesto solennemente che non intendo oltraggiare la fama delle donne di Via Gora, e mi unisco alla stima in che le tiene l'Accusa.[704] Ma caste o no, le donne, quando tirano pei fatti loro, convengo di leggieri che si abbiano a rispettare. Però devo aggiungere, riportandomi sempre ai Rapporti delle Delegazioni, che della medesima specie baruffe erano state commesse, in tempo assai remoto, dai militi albergati all'Uccello, senza che avessero sèguito alcuno, tranne il castigo, che in simili casi sogliono applicare ai trasgressori. Io vorrei un po' sapere, se tutti i soldati appartenenti a milizie ordinatissime, e sottoposte a disciplina piuttosto acerba che dura, si sieno astenuti sempre da procedere brutali con le femmine di partito, e se abbiano puntualmente pagato tutto il vino che si hanno bevuto; e, avendo commesso queste ed altre taccherelle che si tacciono per Io migliore, siasi detto di coteste milizie che la città deturpassero con la bruttezza dei modi e dei costumi! La sera del 10 aprile 1849 mi avvisarono essere sorto tumulto a Porta a Prato: andai, e trovai che un sergente e un soldato della compagnia Cercignani avevano voluto forzare la consegna di non uscire dalla città in cotesta ora; erano stati arrestati: mantenni l'arresto, e ripresi severamente il sergente, che, invece di dare esempio della disciplina, pel primo la manometteva. Di lì recatomi alla Porticciuola, osservai per buon tratto di Via della Scala rovesciarsi in città una frotta di gente armata di grossi bastoni, e udii ancora uno di quella imprecare al mio nome.
Donde muoveva? Chi la inviava? Chi le labbra e l'anime comprava per dirmi: morte? Come, e perchè la gente di contado mostravasi tanto tenera delle offese di cui i cittadini si risentivano sì poco? Io so chi la spingeva, e chi la comprava, e non merita memoria. Per questo e per altri indizii sospettando fosservi uomini indettati ad attaccare briga, e con intento scelleratissimo aizzare la gente a guerra fraterna, come pur troppo vi erano, fu reputato il meglio sgombrare la città dei militi livornesi. A questo scopo fino dal giorno 9 aprile, con lettera confidenziale al Ministro della Guerra, commisi ordinasse al Guarducci partisse incontanente per Pistoia; colà avrebbe trovato le cose necessarie: agli altri sarebbesi provveduto subito dopo. Il Guarducci verso sera nel giorno 11 aprile con la sua colonna s'incamminava alla Strada ferrata Maria Antonia. Percorsa quasi tutta la città, sboccando per via degli Avelli, ormai era arrivata alla Stazione.
Essa partiva, obbedendo agli ordini ricevuti, sicchè bisogna convenire che perduta opera era quella di disperderla; bastava lasciarla andare. O che l'Accusa, per via di figure rettoriche tolte in prestito dalla Italia Rossa, vuole dare ad intendere che lo sfondo di un uscio aperto equivalga alla presa di Belgrado? Qui accadde il conflitto detestabile. Se fossero i Livornesi provocati o provocatori non so di certo; solo rammento che i rapporti pervenutimi nella notte chiarivano, come una mano di ragazzi, seguitati da parecchi uomini, gli avessero insultati a parole, ed inseguiti co' fatti. Chi primo fu ad usare l'arme nella infame battaglia? Questo, come cosa di obbrobrio eterno alla Patria, ogni uomo onesto deve aborrire di raccontarlo, ed io non lo dico; però non lo ignoro. Intanto mi pervenne avviso del fatto; e quantunque io non lo credessi grave, pure asceso in carrozza condussi meco il Colonnello Vincenzo Manteri per vigilare da me stesso. Quando udii lo scoppio dei moschetti mi prese ribrezzo. Arrivato a certa strada, di cui ignoro il nome, mi occorse uno squadrone di Cavalleria, condotto dal Maggiore Diana, che stava a ridosso dietro un casamento: solo l'Ufficiale Capanna tentava imboccare nella Via dell'Amore, comunemente nota col nome di Via dei Cartelloni, ma il cavallo aombrato non glielo concedeva. A me pareva che in quel momento, nè il luogo, nè gli atti fossero convenevoli a soldati, e non rimasi da muoverne qualche risentita parola al Maggiore; poi fatto scendere un Dragone da cavallo vi salii sopra, intimando ai soldati di seguitarmi. Così mi persuase il dovere, e così senza badare ad altro io feci. A mezzo di questa via certo uomo da una porta mi trasse un colpo di fuoco addosso, e certo non mi parve cotesta cosa da farsi in Via dello Amore; ma (come a Dio piacque) rimasto illeso, attesi ad affrettarmi. Arrivato nella Piazza Vecchia vidi alcuni Livornesi inferociti, sciolti a modo di Bersaglieri, sparare nella direzione della Piazza Nuova lungo la Chiesa di Santa Maria Novella; tre o quattro giacevano feriti; un altro, mi pare, soldato, e un vecchio, lo furono accanto a me. Le fucilate dalla parte dei cittadini venivano dalle finestre, rade ma aggiustate; una ne fu tratta da certa casa allora non finita, prossima allo ingresso della Stazione; però che levando gli occhi vedessi la fumata spandersi fuori della finestra. Scesi da cavallo per ordinare che cessassero l'orribile guerra, e siccome non volevano obbedire presi a strappare loro le armi di mano: uno poi, così si mostrava imbestialito, fu mestieri prendere in quattro per trasportarlo alla Stazione. Resi altrove meritata lode, e qui la ripeto, al signor Janin e a tale altro signore che mi si disse americano, i quali per amore di umanità standomi al fianco secondarono i miei sforzi; nè, in omaggio del vero, devo commendare meno il Maggiore Guarducci, che vedendo i soldati inobbedienti a cessare dal fuoco gittò via lo squadrone, protestando con accese parole non volerli più comandare. — In questo momento vennero a dirmi alcuni cittadini, avere arrestato l'uomo che aveva tratto contro di me nella Via dei Cartelloni; e mi presentarono uno stocco che gli avevano tolto di mano: povero arnese, fatto di un fioretto appuntato dentro a un finocchio delle Indie; ordinai lasciassero l'uomo in libertà, e gli rendessero lo stocco; solo gli domandassero in che cosa l'avessi offeso. Dentro la Stazione trovai altri feriti, aiutai a riporli dentro ai carri, mi sottrassi fuggendo alle istanze di andare seco loro, nè quinci mi mossi, finchè io non gli vidi partiti. Il Dottor Morosi, il Chiarini, ed altri moltissimi, possono attestarne.
E questo ancora valga a chiarire come sia erroneo affermare, che il Popolo disperdesse i gruppi armati e soverchianti. La quasi totalità della colonna Guarducci era assettata nei cariaggi, imprecava ai rimasti, voleva partire senza loro; i combattenti, se non erano venti, a trenta non arrivavano, i quali dagli egregi uomini rammentati sopra, e dai compagni stessi furono strappati a forza dalla Piazza, e a forza rimessi dentro alla Stazione. Però fra tutti i militi, e segnatamente presso coloro che piangevano detestando lo scontro scellerato, e se n'erano astenuti, trovai comune la opinione, che una gente iniqua avesse tramata la insidia per ispingere al sangue fratelli contro fratelli; e così su l'anima mia ho creduto, e credo che fosse.
Allora mi referirono che il Generale Zannetti avviluppato in altra strada prossima si trovava a mal partito. Rimontai a cavallo, e seguitato dai Dragoni mi diressi in Piazza Nuova di Santa Maria Novella; la Civica si aperse per lasciarmi passare, ma presto conobbi non essere possibile entrare a cavallo nella Via de' Banchi dove stava il Generale Zannetti, perchè, riselciandola allora, copia di pietre nuove e vecchie ne ingombrava lo sbocco. Qui incontrai uno stuolo di Popolo armato di grossi bastoni fermo su per le pietre ammonticchiate; e mentre io mi approssimava mi furono tratti due sassi da un medesimo uomo giallo, e pessimamente in arnese; però un sasso solo mi colse fra il petto e la spalla destra. Io mi accostai sempre più, esclamando: A me? E il plebeo: Sì a te; ed io di nuovo avanzando: A me? Il plebeo scappò mutolo appiattandosi dietro ai compagni. Chi sa quanti Alberi della Libertà aveva piantato costui! Intanto seppi che il Generale Zannetti non correva più rischio. La Guardia Nazionale che mi stava attorno mi si dimostrava amorevole oltremodo, e sentivo ad ogni passo dirmi proprio così: «A lei vogliamo bene; ella è un galantuomo davvero, ma mandi via i Livornesi.» Ed io rispondevo: «Sì, avete ragione, e subito.» Con senso di gratitudine parimente rammento, come non mancasse taluno dei Nazionali che precorrendo e a lato mi sgombrasse il cammino, e fidata scorta fino alla Via degli Avelli mi facesse.
E premuroso che i Livornesi tutti, anche quelli che venuti per istruirsi ed armarsi avevano stanza nel Castello di San Giovanbattista, più presto che si potesse se ne andassero, mi vi condussi io stesso, e persuasi la gente di ridursi immediatamente a casa. Certo, parve duro a costoro, dopo averla abbandonata per militare alla frontiera, ritornarvi così subito a guisa di scomunicati; ma alle mie esortazioni si arresero, se non che domandavano gli schioppi; però anche questi con molte ragioni ricusaronsi; e, se io non erro, il Colonnello Tommi mi fu assai efficace aiutatore nella bisogna del rimandare i Volontarii disarmati a Livorno. Per questo modo dopo avere ordinato i carri della Strada ferrata, ed accertata la partenza, lasciai il Castello insieme col Capitano Montemerli e il signor Chiarini Segretario.