Prima però che per me la Fortezza si abbandonasse, ecco comparirmi davanti i signori Conte Digny e Avvocato Brocchi, i quali, dopo avermi con oneste parole commendato sì per quello che avevo fatto, sì per quello avevo disposto si facesse, mi significavano come la città non potesse posare tranquilla, finchè non avesse sicurezza che da Livorno non fosse per muoversi Popolo armato contro Firenze: questa voce sparsa nella città, e creduta, tenere agitati gli animi dei cittadini a stupenda irritazione; studiassi anche qui di trovare modo a sedare. Negando che simile motivo potesse accadere senza mio ordine, o almeno a mia insaputa, essi fervorosamente instarono onde io per via telegrafica, ad ogni buon fine, ordinassi che nessuno da Livorno si muovesse; e questo feci con volenteroso animo, aggiungendo: che dove per sorte Volontarii si trovassero per via, subito indietro si richiamassero; — scritto il Dispaccio alla presenza di moltissima gente, lo consegnai al signor Conte Digny, il quale disse correre col fido Brocchi alla Stazione di Livorno per ispedirlo.
E questo risponda all'accusa stupida, che io mi accingessi alle difese estreme. Veramente chi così intende non provoca la partenza di milleseicento Giovani, non li toglie da un Castello provveduto in copia di armi e di cannoni; ma qui dentro gli aduna, gli arma, e poi minaccia. Ma ormai a queste perfidie non crede più neanche la plebe di Firenze, e deh! non mi togliete il conforto della fiducia, che il Popolo fiorentino generosamente si penta di averle creduto un momento!
Pensai condurmi allo Spedale di Santa Maria Nuova per visitare i feriti, e ci giungemmo davanti; ma cambiai consiglio, perchè veramente, fra le angoscie dell'animo e del corpo, io era come immemore di me. Avevo appena riposato il capo, che vennero a significarmi (e penso che fossero Guardie Nazionali di presidio al Palazzo) come un capannello di Popolo accennasse atterrare l'Albero della Libertà in Piazza, e a domandarmi che cosa dovessero fare; ebbero in risposta: «Il Popolo lo ha alzato, il Popolo lo atterri.»
Qui sorge l'Accusa, e rampogna come diretti a combattere la Restaurazione gli apparecchi ordinati durante la notte dell'11 al 12 aprile 1849. — Prima di tutto ella dissimula i Livornesi, non dispersi, ch'è falsità, sibbene da me rimandati a casa; inoltre, nemmeno si studia ad onestare le sue contradizioni, imperciocchè avendo concesso prima, che, quantunque tardi, io mi fossi mostrato propenso alla Restaurazione, quando per le sventure della guerra considerava la tornata del Principe possibile, ad un tratto mutato consiglio, pretende che io l'abbia all'ultimo avversata, quando il moto impresso agli avvenimenti la faceva inevitabile. E così non solo mi trovo accusato di traditore dall'Accusa, non pure qualificato da lei di doppio cuore, non pure convertito in donna; chè adesso attende a dimostrarmi anche matto...
O pazïenza, che tanto sostieni!
Ciò nasce dalla insania di ritenere come diretto alla Restaurazione qualsivoglia atto di reazione e di anarchia; e questo è torto grande, e, a parere mio, ingiuria manifesta alla dignità del Paese e del Principato. — Quando, tolto pretesto dalla persona del Principe o dalla forma del Governo, le vendette private fiutano l'aria come segugi per conoscere s'è il tempo di lacerare, — la calunnia e lo spionaggio tendono trabocchetti agli ufficiali per iscorticarli degl'impieghi, e gli ufficiali minacciati per conservarli si mostrano pronti a vendere trenta Cristi per un danaro solo, — l'astio codardo si affaccia all'uscio socchiuso, celando dietro la schiena la mano armata di stiletto, — la mediocrità velenosa si apparecchia a fare scontare altrui il martirio di sentirsi nulla, — il fanatismo rinfresca la sua fiaccola con la pece e coll'olio, — e la plebe gallonata o cenciosa, strascinandosi alla coda chi presumeva starle alla testa, stende le mani ladre od omicide: — cotesta è reazione. Il Conciliatore ci ammoniva, come questo motivo sarebbe stato Restaurazione popolare di libertà, non Reazione, facendo fede così quanto l'una dall'altra differenziasse; ma quando favellò in simile sentenza il Conciliatore? Il giorno 13 aprile; e sta bene, ed io concedo volentieri, che gli uomini del Conciliatore in quel giorno potessero e dovessero credere così. Nella notte dell'11 al 12, e per la massima parte della mattina del 12 aprile poteva, all'opposto, e doveva temersi, che o tutte o la massima parte delle infamie che compongono la REAZIONE sarebbonsi vedute. L'Accusa, confondendo i tempi, da per sè stessa si confuta: invero ritiene in tutti i suoi Documenti, come nel giorno 12 aprile soltanto si trattasse di Restaurazione; differiscono poi nello indicare in quale ora del 12 questo successo si compisse; chè il Decreto del 7 gennaio, sconsigliato quanto intemperante, lo dichiara compíto allorchè i Membri del Municipio vennero nella Sala delle Conferenze dell'Assemblea. — e la Requisitoria in quel punto lo dice incoato soltanto, e questa sentenza troviamo essere vera. Dalle quali cose apparisce, che i provvedimenti presi nella notte dell'11 al 12 aprile, e nello stesso giorno fino allo apparire dei Membri del Municipio nella Sala delle Conferenze, non potevano contrastare alla opera della Restaurazione, come quella che non era per anche iniziata. I casi del giorno 11 aprile ebbero indole di tumulto popolare suscitato dal conflitto co' Livornesi in Piazza Vecchia; fin lì non ispiega il carattere politico che nel giorno susseguente gli impressero; nessuno lo conduce, o se ne mostra capo. Nè temevo soltanto la reazione in Firenze, bensì anche a Livorno, e altrove, e la temevo come cagione di guerra civile, onde io mi mostrai solertissimo a prevenirla da per tutto.[705] — Però il Guerrazzi non doveva supporre mai, aggiunge l'Accusa, che fossero per nascere scandali, e che tutto si sarebbe composto in santissima pace. — Davvero! E dei Livornesi ch'erano rimasti in città non mi dovevo prendere cura io? Non sono uomini essi? E mi venivano informando parecchi trovarsi nascosti nella Chiesa di S. Maria Novella, nè sapevo che cosa fosse avvenuto di quelli stanziati in Borgo Ognissanti. L'Accusa insiste dicendo: — non v'era mestieri straordinarii provvedimenti; sarebbe bastata la Guardia Nazionale. — Domando con ribrezzo licenza di sollevare un lembo del panno insanguinato, che cuopre quel giorno maledetto.... non vi spaventate.... lo lascio cadere subito.... e perdonatemi ancora, — perchè, vedete, io sono sforzato a difendermi da un'Accusa, che mi rugge d'intorno. Presso il canto al Mondragone in via dei Banchi era allora, e forse havvi anche adesso, una bottega di Vendita di Tabacco; colà, nella sera dell'11 aprile, si rifugiarono tre Livornesi perseguiti da uno stuolo di Veliti, che li chiamava a morte. Zannetti, Generale della Guardia Civica, ordinava lasciasserli stare; vedendo come poco frutto facessero i comandi, pregò supplichevole; lo insultarono, lo ributtarono, ed egli ebbe a fuggirsi via, inorridito, da un luogo, che rimarrà perpetuamente infame per la strage di tre uomini operata a sangue freddo. Il Colonnello Emilio Nespoli, e Paolo Feroni Capitano, a stento salvarono, riparandolo nel Palazzo Riccardi, un giovinetto livornese, che la plebe indracata voleva finire.... Di nuovo scongiuro perdono, e calo il panno. — Quale alba promettesse cotesta orribile notte, lascio che quanti leggono considerino! Onde maturamente esaminando la scrittura dei Giudici ho, per onore della umanità, creduto e credo, che quando essi scrissero le parole: in faccia a questo moto unanime, risoluto, evidente nel suo scopo, la Restaurazione del Principe, non potevano concepirsi mali, che non avvennero; il Guerrazzi richiama nella notte dell'11 la Guardia Municipale per opporla alle mene, egli diceva, diaboliche dei retrogradi, — questi ed altri casi ignorassero: se così non fosse, dovrei deporre sgomento la penna, e piangere su lo abisso di miseria, che opprime la nostra Patria.... Obbrobrio! — Il Ministro dello Interno ordinò la Guardia alle Porte si raddoppiasse; se i campagnoli vi si presentassero in frotta, si chiudessero; grosse pattuglie la città perlustrassero. Il Ministro della Guerra non mancò neppure egli di apprestare opportuni ripari per la difesa della pubblica salute. Nella notte vennero a rammentarmi importare grandemente la Guardia Municipale si richiamasse, ed io ordinai il ritorno di cotesta milizia, come quella che per suo speciale istituto è preposta alla tutela della pubblica e privata sicurezza. Dove io nella mia mente per diaboliche mene avessi inteso il motivo del giorno successivo tendente alla Restaurazione, ed avessi voluto contrastarlo, o come immagina l'Accusa, che mi sarei disarmato di 1600 e più Volontarii Livornesi? Quando l'Accusa ne dimostrerà che i Capitani, licenziando i soldati, si apparecchiano alla battaglia, noi dal nostro canto ci persuaderemo di quello che ci vuole dare ad intendere. Nè questo è tutto; così meno iniqui mi procedessero gli uomini, come mi si mostra il cielo propizio; chè dalle carte medesime raccolte dall'Accusa per offendermi mi viene somministrato argomento di difesa; e di vero, se io durante la notte dell'11 al 12 avessi creduto, che il motivo del giorno 12 per la Restaurazione fosse la mena diabolica che disegnavo prevenire o reprimere, mi si ha a concedere ancora, che delle Guardie Municipali avrei adunato in Firenze il maggiore numero che per me si potesse. Ma no: appunto perchè presagivo d'indole prava i moti temuti, e quindi ristretta, io giudicava bastanti a reprimerli, come altra volta accadde, la Guardia Nazionale, le poche milizie rimaste, e 400 Municipali.
Il Colonnello Solera disegna cavare da Pisa tutti i Municipali per condurli a Firenze; ed io, interpellato dal Prefetto, rispondo:
«Firenze, 12 aprile 1849. Ore 6, min. 55 ant.
«Al Prefetto di Pisa.
«Ritenga i Municipali di Pisa se le sono necessarii. — Bastano gli uomini di Solera; ma vengano presto; ed entri con solennità in Firenze.