Così mi scriveva il Generale Zannetti or fa un anno e 20 giorni! — Ed io gli rispondeva:
«Caro Amico.
«Ti ringrazio della lettera e del libro. Certo la condizione del tradito è dura, ma troppo peggio è quella del traditore. Questo mi dà conforto nel disonesto carcere. Il tempo poi conduce le sue giustizie, e in ciò confido. Aspettare e sperare sono fondamento di sapienza umana. Tra noi non abbisogna più lungo discorso. Addio; ci rivedremo: io su la panca degli accusati, tu nel seggio dei testimoni.»
Come io dormissi, lascio che altri pensi; — sul fare del giorno scrissi una lettera alla Commissione, e questa pure è stata soppressa; non ricordo il dettato, ma lo effetto fu che fece muovere il Conte Digny per assicurarmi stessi tranquillo, non volersi già attentare alla mia sicurezza; solo alla Commissione non piacere che io toccassi Livorno; mi adattassi a partirmi da un altro lato. Allora, e con ragione, tornai a ricordargli mancarmi il danaro per questo viaggio; però pregarlo a dire al Marchese Capponi, che le cose mie conosceva, m'imprestasse trecento scudi, i quali gli verrebbero rimborsati a vista dal mio Procuratore a Livorno; anzi questa domanda scrissi col lapis, e non mandai, ma consegnai allo stesso Digny. Costui confessa possedere questo biglietto; lo mostri. Indi a breve sopraggiunse il signor Martelli, al quale narrando il successo, e sollecitandolo a fare in guisa che il Conte la commissione assunta non obliasse, come persona turbata da cosa che le dia fastidio prese ad esclamare: «no davvero! mancherebbe anche questa! — ella devia dal suo cammino per compiacere il Municipio e la Commissione aggiunta; è giusto ch'essi pensino alle spese del viaggio.» E poichè io avvertivo ciò non montare a nulla, perchè ricco io non era, ma neppure tanto povero da non sopportare la spesa del viaggio; il signore Martelli, sempre più infervorandosi nel discorso, aggiungeva: «Il Municipio e la Commissione non lo possono patire assolutamente: adesso andrò, e procurerò quanto bisogna.» — Allora, per una ragione che non sarà difficile comprendere, favellai: «In questo caso, signor Martelli, basteranno mille lire, di cui il Municipio potrà rivalersi sopra la Depositeria, perchè dimani l'altro, 15 del mese, scade la rata mensile del mio stipendio, ed il Cassiere della Comune potrà riscuoterla per me.»[745]
Per questo modo disposte le cose, passa un'ora, passano due, senza più vedere uomo in faccia; nuove adunate di plebe accadono in piazza, e me inique voci, ma più languide assai della sera, maledicono e chiamano fuori.... ed io sarei andato fuori a domandare ragione dei vituperii, e se avessi potuto parlare avrei condotto di quella gente, almeno la onesta, a vergognarsi; invece Gino Capponi parlò per me! — Come favellò Capponi? — Parole triste non disse, — di queste non può dire Capponi.... ma io per Gino Capponi avevo, e avrei discorso in bene altra maniera![746] — Verso le undici fu vista una frotta di villani armati di falci, vanghe, ed altri arnesi rurali, precedere le Guardie Nazionali, che piegavano verso il Palazzo; i villani allagano i cortili, e levano su urli d'inferno, che per le angustie del luogo forte commuovendo l'aria ebbero virtù di scuotere i vetri così, che pareva volessero spezzarsi; io non comprendevo nulla, o piuttosto un'ombra truce di sospetto passò su l'anima mia, e mandai pel Digny chiedendogli quali arti infami fossero coteste; rispondeva scrivendo un biglietto, ov'è da notarsi questa frase: «stessi tranquillo, darsi moto per provvedere alla mia personale sicurezza.» Fors'egli per mia sicurezza personale intendeva trarmi in Castello per consegnarmi poi all'Accusatore? Questa opera emulerebbe la immanità di Maometto II, quando, dopo avere promesso a Paolo Erizzo salva la testa, lo fece segare nel mezzo per non tradire la fede della capitolazione! Se non che il fatto del Turco è dubbio, mentre quello del Conte so bene io se sia vero.[747] Verso le ore 12, venti o poche più Guardie Nazionali in compagnia del Generale Zannetti e del signor Martelli vengono a prendermi; non si mostrò Digny: — l'Accusa in vece sua si mostra, e indaga se impallidii, se repugnai; e, raccolte risposte contrarie al desiderio, sta cheta. Pellegrini, fra i primi testimoni ricercati dall'Accusa, a siffatte inquisizioni risponde: «La mattina successiva rividi il signor Guerrazzi fino alle ore 11 e ½, alla quale ora vennero a prenderlo il Generale Zannetti e l'Ingegnere Martelli; — avendo io sentito che il signor Zannetti gli disse: che andasse con lui (e mi pare anzi, che glielo dicesse come domandargli se voleva andare con lui, e soggiungendogli che poteva, volendo, condurre seco la famiglia): ed il signor Guerrazzi sentii che gli rispose: «Eccomi;» e andò via unitamente con quei Signori.» — E più oltre: — «Non mi accòrsi che si turbasse, e vidi, e sentii, che si mostrò subito disposto di andare, come di fatto andò con quei Signori.»
E perchè doveva impallidire io? Con me stavo bene; degli altri un sospetto mi aveva traversato la mente, ma lo avevo respinto come tentazione del Demonio. Doveva dubitare di Gino Capponi amico ventenne, mio confortatore nei primi passi che mutai nel sentiero delle lettere umane? Poteva sospettare io avrebbe sofferto a tenere di mano ad una prigionia, la quale me ha disertato e la mia casa, quel Capponi che nel 25 gennaio 1848, al Carcere Elbano, così mi scriveva: «Per me, che io ti abbia a scrivere in cotesto luogo, è cosa tale che io pongo tra le afflizioni della mia vita: dispiace a tutti, credilo pure, e a me più che ad altri, per quella antica familiarità ed affezione che ora mi preme più che in altro tempo di attestarti; credimi ec.?» Poteva dubitare che me volesse prigione e calpestato e distrutto Orazio Ricasoli, uomo che mi era parso di cuore dolcissimo, e che tante grazie, pochi giorni innanzi, mi aveva profferto per non crederlo capace di turbare lo acque già torbide? O Digny e Brocchi, che, lasciato da parte quanto fu discorso fin qui, la sera stessa del ricevimento dei Legati Romani, avevano tenuto meco discorso lunghissimo, nella Sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, intorno alla necessità della Restaurazione Costituzionale? O il Marchese Torrigiani, col quale intervennero onestissimi officii, di cui le inchieste sollecito compiacqui, e a cui la sospetta lettera senza sospetto rimisi? O il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi? quel Senatore Capoquadri, il quale, da me visitato Ministro, mi palesò breve sarebbe la sua durata al Ministero, dacchè l'animo suo non gli consentisse patire certe emergenze che non gli parevano regolari del tutto; onde io da lui dipartendomi nello scendere le scale ripeteva col Dante:
O dignitosa coscïenza, e netta,
Come t'è picciol fallo amaro morso!
quel Senatore Capoquadri, che la sospetta lettera ebbe da me senza sospetto, e me ne profferse grazie? Forse doveva dubitare del Barone Bettino Ricasoli? Se mai avesse potuto rimanermi dubbio per qualcheduno, di lui doveva sospettare meno che degli altri, perchè emulo pubblico. Io così sento, e così con esso adoperai; ma pur troppo, e tardi, mi accorgo che di siffatta magnanimità, che pure si ammirava virtù tra uomini barbari e semibarbari, presso i civili è spento il seme. Temistocle, sè confidando prima ad Admeto re dei Molossi, poi a Serse barbaro, fu reputato sacro da loro; Santa Elena grida che cosa giovasse a Napoleone avere imitato Temistocle; e se ai grandi esempii è lecito mescolare l'umilissimo mio, il Castello di San Giorgio e l'infame Carcere delle Murate testimonieranno ai presenti ed agli avvenire a che meni commettersi in balía della fede degli uomini civili! — Mentre siamo per muovere, il signor Cavaliere Martelli Priore mi consegna con autorizzazione ed ordine della Commissione Governativa lire mille pel viaggio, che, dopo essermi fermato due o tre giorni in San Giorgio, tanto che la plebe quietasse, dovevo effettuare fuori di Toscana. — Martelli: «Peraltro, sebbene la Commissione su la sorte del Guerrazzi non avesse deliberato, pure tra le altre idee vi fu quella, non mi ricordo da cui esternata, di farlo allontanare dalla Toscana, dandogli il danaro per ciò effettuare. Mille lire ebbi dalla Cassa Comunitativa, e le consegnava la mattina del dì 13 al momento che da Palazzo Vecchio muoveva per la Fortezza di Belvedere, sembrandomi il momento di adempire all'autorizzazione ed ordine che mi aveva dato la Commissione Governativa.» Ecco il Mandato in virtù del quale, nel giorno 13 aprile 1849, furono estratte dalla Cassa del Municipio lire mille.