Contestatogli che Giovanni Chiarini, presente al contratto del passaporto, depone che fu promesso al Guerrazzi di farlo partire mediante treno speciale, tre volte gli vacilla la memoria, e dice: «Non ho memoria di avervi messo che poche parole e insignificanti....; sebbene la mia memoria sia molto confusa in questa parte, credo rammentarmi che condizionalmente si parlasse di treni speciali; ma, ripeto, non ho memoria di avere avuto commissione formale, sempre perchè la Commissione non aveva neppure discusso su questo soggetto.» Ma sapete voi, signor Conte, che la vostra memoria è veramente infelice?
Nè qui soltanto Guglielmo Conte Digny è d'infelice memoria; ma basti per ora. Forse il Conte si lagnerà che non gli si abbiano i debiti riguardi, ed anche in questo avrà torto; conciossiachè, se io dovessi prendere da lui lo esempio del punto rispetto che a sè stesso porta, davvero che io temerei incorrere la taccia di sboccato; e, al fine che lo asserto non vada disgiunto da prova, cred'egli che io vorrei smentirlo quattro volte sopra la medesima cosa com'egli fa? — In certa parte del suo deposto narra come egli venisse la sera a trovarmi nel mio appartamento in Palazzo Vecchio, dove io lo aveva chiamato fino dalle 4 del pomeriggio per dirgli che voleva andare a Livorno, ma egli nulla rispose! In altra parte, narrando il medesimo fatto: «Guerrazzi insisteva col Zannetti e con me per andare a Livorno, ma NOI adducemmo le grida e il tumulto per consigliarlo a non pensarvi per ora;» dunque parlava, e sinistre parole, se io male non mi appongo? — In altra parte: «È vero.... che col Guerrazzi e Zannetti si parlò di partenza;» dunque, che siate benedetto, signor Conte, parlaste ancora di partire? — In altra parte: «La conversazione si aggirò sulla possibilità di una partenza del Guerrazzi, ma io non ho memoria di avervi messo che poche parole e insignificanti....; credo rammentarmi che condizionalmente si parlasse di treni speciali.» Dunque prima non parlaste; poi parlaste che non potevo partire, e parmi questa significantissima cosa; poi parlaste parole insignificanti, dopo averle parlate significantissime; finalmente parlaste di treni speciali sotto condizione. Qual mai condizione? — Signor Conte, sapete voi come nel nostro Paese si appellino coloro che quattro volte smentiscono sè stessi? — Io glielo direi se non mi trovassi dove mercè sua mi trovo; o piuttosto, tutto bene considerato, mi sembra che non glielo direi. A lui basti sapere ch'è il testimone di predilezione dell'Accusa!
Cinque furono testimoni presenti al fatto; e siccome essi non hanno battuto, come Rosignolo, il capo nel bastimento, così non importa tenere su questo proposito più lungo discorso, molto più che dalle cose successive viene maravigliosamente confermato.
Adesso cresce intorno al Palazzo un tumulto di plebe ed uno schiamazzo di gridi: Morte! morte al Guerrazzi! Chi poi cotesti urli incitasse, io non dirò; dirò soltanto la contesa infame che dalla ringhiera che guarda Via della Ninna udimmo più tardi, nella notte, agitarsi lì sotto al lampione. I gridatori non trovavano modo di spartirsi la moneta ricevuta per la egregia opera di maledire e imprecare morte a cui non conoscevano, e non gli aveva offesi mai, e nelle vecchie frenesie loro trattenuti. Gli adulti, per assottigliare il prezzo ai garzoncelli, adducevano la ragione che, avendo meno voce, men forte avessero gridato Morte al Guerrazzi; e i garzoncelli non si arrendendo allo argomento, comunque affiochiti, strepitavano, che era stato promesso a tutti (come agli Operaj della vigna) mercede uguale; che quanto e più di loro avevano strillato: Morte a Guerrazzi! e che non volevano soffrire bindolerie. E qui da una parte e dall'altra un bisticciarsi da fare piangere gli Angioli, e ridere i Demonii. Ahi sciagurati! Il fanciullo che avvezzaste a vendere l'anima sua a prezzo di poca moneta per gridare morte a un uomo, gliela darà più tardi per rubargliela. Voi renderete conto a Dio di quel delitto e di quel sangue. Tali erano le opere civili e cristiane che nella notte del 12 aprile si commettevano a Firenze!
Di lì a breve fu inteso romore come di gente che prorompe; e poi spalancata la porta del mio quartiere, tra una mano di Guardie Nazionali, comparvero alcuni del Popolo; e il Generale Zannetti venuto per me mi pregava a mostrarmi, ed io andai; e con accento commosso volgendomi ai Popolani, dissi: «Che cosa volete da me? In che vi ho offeso? Qual peccato voi mi rimproverate?» Essi tacquero; non una parola, non un grido profferirono: io sarei stato curioso davvero di sapere quale colpa il Popolo fiorentino mi apponesse. Però non cessavano in Piazza il tumulto e lo schiamazzo, onde quei dieci o dodici che stavano quivi dentro rinchiusi meco, fra servi, custodi, segretarii, e la mia nipote giovinetta pure ora uscita di Convento, e la sua governante, si mostravano sgomenti, e lo dirò con compiacenza, assai più per me che per loro. Temendo che la Plebe rompesse le porte, alcuni tentarono a questo estremo caso un riparo. — Io auguro a tutti quelli che mi hanno offeso di non trovarsi mai in simili strette, perchè all'uomo può forse bastare il coraggio per sè fino in fondo; ma quel trovarsi intorno gente atterrita, e di tutti avere a confortare gli spiriti smarriti, è tale uno sfinimento a cui mal regge l'anima umana. Non pertanto l'Accusa acuta e sottile si studia mettermi la mano sul cuore, e sentire com'egli mi battesse. — Egli batteva come deve battere il cuore dell'uomo, che sa quali mali possono fare gli uomini, e sente non meritarli.[741]
E poichè, — lasciamo da parte il volere, — sembrava che i nuovi Governanti non avessero il potere di opporsi alla plebe, che ad ogni ora ci dicevano in procinto di sbarattare la Guardia Nazionale, e fracassate le imposte irrompere dentro a far carne; parecchi dei racchiusi meco procuravano spiare luogo di salute, là dove questo estremo accadesse, e qui pure il mio pensiero si consola, rammentando che quantunque mi fossero per la più parte sconosciuti, nondimeno queste apprensioni per me sentissero, queste diligenze per me facessero. In che queste ricerche consistessero, a qual fine fossero dirette, e qual parte io vi prendessi, sarà bene lasciare referire ai testimoni, perchè nel ricordare quel tempo parmi che il mio strazio si rinnovelli. Però mi maraviglio, e non posso astenermi di rimproverare a nome della Legge l'Accusa, che omise interrogare testimoni su punti capitali, e con tanta compiacenza si allargò su questi particolari, forse per argomentare dal mio spavento e dai miei conati di fuga la coscienza colpevole, e poi non ne trasse costrutto essendole tornati contrarii; come se potesse apprendersi quale indizio di colpa, lo studio di sottrarsi ai bestiali furori di plebe avvinata e indracata.[742]
Dopo parecchie ore di tediosa aspettazione, standoci, la mia famiglia ed io, in procinto di partire, ecco una Guardia Nazionale, dopo l'ora fissata alla partenza, portarmi un biglietto del Generale Zannetti, il quale diceva: «Alcuni non volere lasciare libero il passo; opinare la Commissione di trasferirmi pel corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Veliti avrebbe messo la Nazionale: però questo accadrebbe nella prossima mattina; non dubitassi di niente, stessi tranquillo; andassi a prendere per qualche ora riposo, che giudicava doverne avere di mestieri.»[743] Questo biglietto unii alla lettera, che nel tumulto di angosciose passioni io scrissi sotto gli occhi del signor Galeotti, castellano di San Giorgio (poichè tale era l'ordine; e le cose necessarie a scrivere di lasciare in potestà mia si negava!), e mandai a Gino Capponi e agli altri Componenti la Commissione Governativa il 25 aprile 1849. Questo biglietto è stato soppresso! Così tentavasi abolire ogni prova del patto violato a mio danno, e me seppellire sotto la lapide del tradimento, senza neppure lasciarmi la consolazione di potere dire al mondo: «Popoli civili e anche barbari, vedete come si tiene fede a Firenze!» Ma ciò, come a Dio piacque, non valse al fiero disegno. Mi stava su l'anima una amarezza infinita, come un Zannetti, che pure mi parve angelica natura, avesse potuto avvilirsi tanto da sostenere meco le parti di brutto Giuda Scariotte, e tuttavia mi pesa per Gino Capponi... e mentre scrivo queste righe infelici... la mano mi trema, e gli occhi mi si offuscano di lacrime, — ma non per me. Un'aura di refrigerio penetrando nello infame carcere, mi portò che avessi a deporre ogni amarezza contro il Generale Zannetti, avvegnadio fosse stato ingannato, non ingannatore; quasi nel punto stesso mi capitava sott'occhio il suo Rendiconto generale del servizio sanitario dell'armata toscana spedita in Lombardia per la guerra della Indipendenza, dove trovai scritto il nome di Domenico Guerrazzi,[744] giovane accademico, rimasto ferito di mitraglia nell'avambraccio sinistro, nella sempre onorata e sempre dolorosa battaglia di Montanara, e di qui trassi argomento per dirgli, che io avevo dubitato di lui, ma oggimai, saputo il vero, avergli ridonato la mia stima; si consolasse: continuare io a ritenerlo, come lo reputai sempre, quanta lealtà viveva al mondo; ond'egli subito, per riparare al mal soppresso biglietto, mi scriveva la lettera seguente, che, senza sentirsi più spessi sussultare i polsi, io non credo si possa leggere da uomo vivente, amico, od avverso, che sia.
«Pregiatissimo Amico.
«9 settembre 1850.
«La lettera che mi dirigevi l'altro jeri, fu a me carissima e di verace conforto. Infatti, il pensiero di dovere nell'animo tuo essere considerato come uomo sleale, come vilissimo traditore, ed ogni traditore ed ingannatore è vigliacchissimo uomo, mi gravava potentemente su l'anima. Vero è però, che dopo i miei costituti quel gravame si alleggeriva non poco; vero è, che almeno allo Avvocato tuo difensore la dovutagli lettura del Processo doveva palesare quanto io mi fossi stato leale in cotesta epoca. Pure essere oggi fatto conscio, che tu pure lo sai, e non mi reputi reo in veruna particola di quel turpissimo fallo della Commissione Governativa, agevolmente immaginerai che mi fu, ed è di solenne consolazione. Però accogli sincero il ringraziamento per la lettera che mi scrivesti, e pel gentile pensiero che ti prese di me dal fondo del tuo sepolcro, monumento storico di vergogna... Ti lascio col desiderio che presto tu possa essere confortato dal termine di una procedura, che già già per la sua lunghezza ha indignato i Cittadini, ed anco i più avversi a te....»