Per lo papiro suso un color bruno,
Che non è NERO ancora, e il BIANCO muore;
alla scoperta gli dice: «Tu non hai fatto nulla; ti posasti un bel giorno come la mosca su i bovi, e poi desti ad intendere a cui ti voleva credere che arasti il campo.» Mi sia permesso affermare, che il Partito dal color bruno, che non è nero ancora e il bianco muore, nel giorno 8 febbraio avrebbe a buoni patti dato una gamba per essere lasciato andare illeso con l'altra; doloroso e lacrimoso esclamava: Siam fratelli; siam stretti ad un patto, con quanto tiene dietro. Il Partito direttore del 12 aprile, in cotesto naufragio avvisando salvare la pencolante società, attese a promuovere la elezione del Governo Provvisorio con la voce e con la stampa; io mi persuado che alle persone elette avrebbe voluto aggiungere qualche altra dei suoi; ma che noi, o alcuni di noi volesse rifiutare, non credo: provveduto in questa guisa al pericolo più urgente, incominciò a speculare intorno ai modi capaci di restituire le forme costituzionali alla Toscana, — che in coscienza le si confanno, e le bastano per quanto ho potuto conoscere di certo, mentre stava al Potere, — e parve così a lui come a me trovarli nella Costituente Toscana; di qui i suoi conforti a sciogliere il Parlamento, le persuasioni ai Deputati a non intervenirvi se il Governo si mostrasse restío a farlo, e le istanze a consultare il Paese col mezzo del suffragio universale. Il Partito direttore del 12 aprile volle procedere solo nelle elezioni, senza dare al Governo aiuto, nè riceverlo da lui; tuttavolta, malgrado che i Repubblicani vi si affaticassero attorno con isforzo maraviglioso, ebbero a convincersi del poco frutto che facevano, e lo confessarono.[738] I Direttori del 12 aprile non prevalgono nelle elezioni, però prendono ad avversare l'Assemblea da loro medesimi voluta; mutato avviso intorno alle cospirazioni da essi vilipese, adesso cospirano; e negarlo non giova, chè mi erano note coteste conventicole e i luoghi dove si raccoglievano, ed io lasciavo fare però che tendessero allo scopo a cui io stesso mirava, e, se amici non gli speravo, nemmeno sperimentarli nemici temevo; e se taluno mi avesse presagito lo strazio che reputarono onesto praticare meco, io gli avrei detto: «taci, tu menti!» I Direttori del 12 aprile potevano, accostandosi a me, darmi forza e coraggio a muovere l'ultimo passo, e dirmi apertamente: questi sono i nostri disegni; quali sono i vostri? Potevano altresì, se tanto ero venuto loro in odio, persuadere l'Assemblea a non eleggermi, a dimettermi, e precipitare le deliberazioni; anzi, come avrebbero dovuto, potevano starsi allo stabilito nella mattina del 12 con l'Assemblea, che pure dichiararono della Patria benemerente; tutto questo a loro rincrebbe, e davvero non si comprende a qual fine parlassero affettuose parole, quando nei fatti incocciarono a mostrarsi superbi; dicevano volere stringere tutti in amplesso fraterno: ma di che cosa sappiano cotesti amplessi, provo io, che ne porterò i segni finchè mi duri la vita. Non avrebbero per avventura giovato meglio a tutti parole meno soavi, fatti più degni? — Ma no, essi calpestarono l'Assemblea e me, e si posero a capo del moto popolare per sentirsi rinfacciare più tardi, che, se gli andarono avanti, ciò fecero come il tronco dell'albero menato via dalla piena. Però, se i Direttori del 12 aprile non erano, la sommossa popolare veniva sicuramente soppressa dalla Guardia Nazionale e dai borghesi; imperciocchè le sommosse, dai cittadini industriosi ed abbienti odiate sempre, ai nostri tempi mettano ribrezzo; i cervelli incominciano a preoccuparsi anche fra noi della salute della Società: quel rimescolarsi delle plebi cittadine co' proletarii delle campagne fa stare pensosi, e le smodate condanne non giovano a nulla e la esperienza n'è vecchia. I Direttori del 12 aprile, tolta in mano la sommossa, l'avvivarono, l'atteggiarono, le diedero moto, le diedero affetto[739] la vestirono di tutte le speranze del tempo, con i timori del tempo e degli uomini la fasciarono, l'afforzarono con tutte le previdenze e con tutti gli apparecchi di lunga mano raccolti; ed avendola assunta alla dignità di Restaurazione Costituzionale trovarono quaggiù favorevoli tutti, dissidenti pochissimi o nessuno. Ora provano la ingratitudine; ed io invece di rallegrarmi con empia gioia, e dir loro: qual seme gittaste, tal messe raccogliete; piango con essi i nostri non degni destini; e Dio, che vede i cuori, sa se io avrei mosso neppure un lamento per lo strazio disonesto a cui mi hanno condotto, se oggi, mercè loro, la Patria comune andasse consolata delle benedizioni, che essi le promettevano.
La sera il conte Digny non mancava al convegno, e con esso venne il Generale Zannetti; e l'uno e l'altro, come Mandatarii speciali del Municipio e della Commissione Governativa, dicevano con accomodate parole: fossi contento esulare, tanto che fossero quietate le cose, in estero paese. Ma sentiamo un po' il Generale Zannetti come racconta il fatto: «Ella m'invita» (così rispondeva l'uomo di coscienza cristiana al Processante), «Ella m'invita a tornare sopra una giornata della quale io dovrò rammentarmi, perchè, contro mia volontà, è vero, ma pure in quel giorno anche io divento complice di mancata parola. — Mi spiego: nella sera del 12 aprile riunitasi la nuova Commissione Governativa, fra le varie e molte risoluzioni che ella prese, fu pure quella di allontanare da Palazzo Vecchio il signor Guerrazzi, e siccome pareva alla Commissione medesima prudenziale provvedimento, che il signor Guerrazzi si allontanasse dalla Toscana, e dubitando ch'egli non volesse accettare, la Commissione incaricava il signor Digny e me di comunicare questo progetto al signor Guerrazzi ed invitarlo ad aderirvi; ed invero il signor Guerrazzi non ESITÒ un momento ad accettare la proposizione di un passaporto per uscire di Toscana, perchè, egli diceva: in qualunque luogo di Toscana io vada, se per sorte succede qualche movimento, sarò io lo incolpato. Allora, in adempimento della commissione ricevuta, il signor Digny ed io dicemmo al signor Guerrazzi che sarebbe partito nella notte con passaporto per l'estero.»
Guglielmo Conte Digny nega il convegno, nega la proferta del passaporto, nega il contratto religioso e solenne; tutto nega: — qui occorrono due vie da governarmi col Conte; scerrò la più mite.
Vi ricordate del personaggio di commedia chiamato Rosignolo? Sì, certo, voi rammentate quel gobbo che aveva tante e poi tante inventato girandole, che alla perfine, non sapendo come districarsene, immaginò, per non essere côlto in fallo, un suo trovato, e fu il seguente: narrò (e anche questa era girandola) come, navigando per mare, un grossissimo cavallone lo aveva portato via dalla coverta, e fattagli percuotere la testa nel bastimento così, che ne aveva perduto la memoria; col quale pretesto quando gli tornava il ricordarsi, ei rammentava; e quando non gli tornava, scusavasi con la capata nel bastimento.
Digny, intorno ai concerti presi dal Municipio col Presidente Taddei la mattina del 12 aprile, rammenta perfettamente avere letta la Notificazione dopo stampata; per gli altri fatti, non ha la minima memoria avere letto la Notificazione prima che fosse mandata alla stampa.[740]
Contestatagli la disputa nella Sala delle Conferenze a cagione della mancata fede al Presidente Taddei, Digny si sovviene solo che il Guerrazzi disse: «Signori, avete fatto una Rivoluzione, ecc.;» per le altre cose, non rammenta con sufficiente precisione i dettagli (sic).
Contestatogli il fatto gravissimo del passaporto promesso e accettato, e però del contratto consumato, Digny rammenta, che la Commissione non prese deliberazione sul Guerrazzi finchè non fu trasportato a Belvedere; intorno al religioso deposto del Generale Zannetti, dichiara: «non rammento avere data alcuna assicurazione.... in tanta confusione di avvenimenti, dopo tanto tempo, forse la mia memoria, — forse quella dello Zannetti si confondono....»
Contestatogli il fatto dei danari da me richiesti al Marchese Capponi per le spese del viaggio, e somministrati poi con autorizzazione ed ordine della Commissione Governativa dal Municipio pel titolo espresso del viaggio, Digny ricorda: «che la mattina del 13 Guerrazzi gli scrisse un biglietto a lapis, nel quale lo pregava di domandare al Marchese Capponi una somma in prestito;» quindi «sa che i danari per mezzo del Martelli mi erano stati trasmessi, ma non sa menomamente che ci fosse la idea di farli servire al mio viaggio!»