Per completare il racconto, mi giovo adesso della relazione che mi fanno pervenire testimoni oculari dei casi che narro. Letto lo scritto che fu da me dettato a richiesta del Digny, e approvato largamente così dai Municipali come dai Deputati, era rimesso al Municipio dai signori Dottor Venturucci, Alimonda, Digny, Brocchi e Martelli. Il Municipio, accolto il messaggio, e consideratolo, invitò i messaggeri Dottore Venturucci e Alimonda a ritirarsi, per deliberare; indi a breve richiamati, ebbero a sentirsi dire: il Municipio essere ormai deciso operare solo, e respingere dal suo seno qualsivoglia rappresentante della Costituente Toscana. Allora il Dottore Venturucci, altamente compreso della convenienza di accettare il proposto temperamento, sia perchè si effettuasse istantanea l'adesione delle Provincie, in virtù del voto dei loro Rappresentanti, sia pei riguardi dovuti ai Deputati, i quali pure animosamente, e non senza pericolo, avevano avversato la proclamazione della Repubblica e la Unificazione con Roma, prese prudenti raziocinii a discorrere, affinchè il Municipio dalla deliberazione sconsigliata si remuovesse; e poichè vide ogni ragionamento tornare vano, esortò i signori del Collegio a darsi cura perchè ai Deputati tutti, ed a me, fosse fatta amplissima abilità di partirci sicuri in qual parte meglio ci talentasse. La Commissione Governativa e il Municipio, unanimi, non solo assentirono, ma solennemente promisero osservare la proposta del Dottor Venturucci, e Gino Capponi, stretta la mano al Dottore, lo lodò per la solerte umanità di averla fatta.

Mentre attendevamo la risposta per la parte del Municipio, ci venne referito come una turba di plebe commossa già schiamazzasse dicendo vituperio all'Assemblea, ed a me. Il Colonnello Tommi, sedendomi accanto, mi offeriva condurmi seco lui nella vettura che l'aveva condotto, e che lo aspettava a piè dell'uscio del Palazzo in via dei Leoni; io lo ringraziai, ma non ricordo, se la data fede di non partirmi allegassi. Il Ministro Manganaro poco dopo propose di andare per una carrozza di posta, e trarmi di là, ed anche questa gentile esibizione venne da me rifiutata, fermo nel proponimento di osservare, come fra la gente dabbene si costuma, la parola.

Digny e Brocchi, furono quelli che vennero a significare la ripulsa, ed a me, cui pareva che in quel giorno Dio ne volesse male, però che i nostri antichi costumassero dire: «Dio a cui vuol male toglie il senno,» riuscì molestissima. Io non sapeva comprendere come da uomini savii potesse rigettarsi il voto istantaneo di una adesione complessiva, preferendo correre le dimore, le perplessità, e i pericoli dello sperimentare le molteplici ed individue volontà municipali. Davvero, se fu sapienza questa, io confesso di non conoscere più che cosa sia insania! Però non mi sapevo dare pace, e, nello intento di accomodare la vela al vento superbo che soffiava, per ultimo proposi che, messo da parte ogni concetto di accogliere nel loro seno due Rappresentanti dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione stessero contenti al Decreto che l'Assemblea avrebbe pronunziato in questa sentenza: «Aderisce all'operato del Municipio e si discioglie;» e se ne giovassero. — Le ragioni che io dicevo così prorompono evidenti dalle viscere stesse del soggetto, che Digny, rimastone commosso, mi richiese di ciò pure gli facessi scrittura, ed anche in questo il compiacqui. Tale è la carta a cui forse allude nel suo esame l'Avvocato Brocchi, e non ricorda portata al Municipio; poichè per l'altra, precedentemente rimessa, è vero quanto fu detto di sopra, ed anzi, oltre al doversi trovare negli Archivii del Municipio, taluno dei Priori ne trasse copia per uso privato. In questa congiuntura insistendo io su Livorno, e confortando il Conte a pensare alle difficoltà che potrebbero sorgere da quella parte; egli alla presenza del Chiarini mi richiamò ad osservare la mia promessa di aspettarlo la sera, rinnovandomi la sua, che il Municipio e la Commissione mi avrebbero fatto partire munito delle domandate facoltà, per treno speciale; e qui pure successero i fatti che depone il Chiarini, nella parte seguente del suo esame: «Le idee di Restaurazione nel signor Guerrazzi non erano ignote ad alcuni componenti il Municipio di Firenze; ciò è tanto vero che, allora quando nel 12 aprile 1849 ebbe luogo quel rovescio, e fu creata la Commissione Governativa, fu proposto che il Guerrazzi si comprendesse nella Commissione, e tale proposizione fu appoggiata molto dal Segretario del Ministro di Francia, e sostenuta da quelli del Municipio che lo conoscevano bene. Oltre il prefato Segretario, potrebbe attestare questo fatto il Conte Digny, il quale, allorchè più tardi venne nelle stanze del Ministro della Guerra, disse al signor Guerrazzi: dispiacergli che non fosse stato accettato per uno dei componenti la Commissione Governativa; e facendo sperare che la sua proposta sarebbe stata accolta dal Municipio, lo pregò a fargliene la minuta, la quale da questo fu fatta e consegnata al Digny. Questo discorso del signor Digny, pare a me che provi abbastanza la sua persuasione intorno alla tendenza del signor Guerrazzi a restaurare il Principato Costituzionale, imperciocchè diversamente il Digny non si sarebbe attentato di richiedere il Guerrazzi a stendergli cotesta minuta, ch'egli subito, e volentierissimo dettò, ringraziando il signor Digny delle premure che diceva avere fatto per lui onde nella Commissione Governativa si comprendesse, aggiungendo che non avrebbe accettato, atteso il modo col quale il cambiamento politico era avvenuto.»

Dopo piccolo spazio di tempo mi comparvero innanzi i signori abate Bulgarini e Capaccioli, incumbenzati dal Municipio e dalla Commissione Governativa a parteciparmi la giunta loro imminente, e il desiderio che sgombrassi il Palazzo. Il signore Bulgarini per commissione speciale del Conte Digny mi domandava dov'egli avesse potuto rivedermi la sera; razionale ricerca a cui bene intende, perchè, nel presagio che io rendendomi allo invito cortese sgombrassi il Palazzo, il buon Conte voleva sapere in quale orto.... voglio dire in qual parte avesse potuto darmi, secondo il convenuto.... la risposta. Dissi: «Mi sarei ritirato nelle mie stanze; attendere il Conte nella sera colà.» Il Capaccioli andò a portare la risposta al Conte, Bulgarini attese a fare schiudere i passi che dal Palazzo conducono alla Camera dei Deputati.[734]

Intanto che il signor Bulgarini e i custodi indugiavano in questa faccenda, io accolsi i Deputati in casa mia. Indi a breve vennero ad avvisare aperta la strada; chiunque volesse potersene andare liberamente, dove meglio gli talentasse. Parecchi fra i Deputati pregarono, e con reiterate istanze sollecitarono affinchè seco loro io mi partissi; ricusai sempre, allegando la promessa di aspettare fino a sera la Commissione del Municipio; però gli accompagnai per le scale, e per la sala alta del Palazzo, e poi mi ridussi da capo nelle mie stanze. Poco dopo mi visitarono i signori Generale Zannetti e Colonnello Nespoli, il quale mi consigliò a mettermi in salvo, offrendomi mandare una compagnia di Guardia Nazionale per tutelarmi, andando alla Via ferrata Leopolda, ed io ricusai le offerte rispondendo non avere alcun timore, ed essermi legato di aspettare fino a sera. Egli allora con parole di affetto mi disse Addio, e chiese potermi baciare, ed io lo baciai di gran cuore, ricambiandogli le parole con quelle lodi che alla virtù del giovane egregio mi parvero condegne. Zannetti aggiungeva: «Dunque io verrò a prenderti stasera, e allora ti bacierò.[735]»

Adesso, su per certi Giornali ho letto che l'adesione dell'Assemblea non si poteva accettare dal Municipio per tre ragioni, e non si doveva per una quarta. La prima poichè l'Assemblea era prorogata; la seconda perchè pochi apparivano i Deputati presenti; la terza perchè siffatta accettazione gli avrebbe tolto il credito presso le Potenze. Nessuna di queste ragioni regge allo esame. L'Assemblea, per prorogarsi che faccia, non perde il diritto di revocare la proroga quando le piace, al sopraggiungere di casi gravi, e i sopraggiunti comparivano gravissimi; non è poi vero che pochi fossero i Deputati; in breve ora potevansi richiamare i partiti per Pisa, Lucca e Livorno; finalmente pel fine morale dell'adesione bastavano pochi, non facendo punto mestieri specificarne il numero, e la deliberazione si sarebbe presa alla unanimità dei Deputati presenti; l'avrebbero sottoscritta il Presidente e i Segretarii soltanto, come si costuma. Intorno alla terza io non voglio dire adesso, chè si è veduto a prova qual frutto abbiano cavato da cotesto concetto; imperciocchè bene ammaestravano i nostri vecchi, — che dopo il fatto, di senno sono piene le fosse; bensì argomentando a priori, non si arriva a comprendere come una espressione di consenso (al quale termine si era per ultimo limitata la mia proposta) avesse potuto nuocere al credito del Municipio, che dall'Assemblea non desumeva autorità od incumbenza. — La quarta ragione, per cui i Dottori affermano che non doveasi accettare l'adesione, consiste nella sua inanità, perchè i Deputati sarebbero stati costretti a consentire; e questo è cavillo mero, avvegnadio dalla storia degli avvenimenti successi parmi chiarito abbastanza come l'Assemblea avesse dimostrato tale essere la sua volontà, e per la opera sua a sostenerla gagliardamente, e con pericolo, da questi stessi Dottori era stata lodata. No, tutti i sofismi col tempo scompaiono, e, sviluppata dalla moltitudine delle parole dolose, rimane questa verità: «pei consigli di superbia non si aborrirono gli eventi infelici che avvennero pur troppo, i quali forse tutti, ma certamente in parte, sarebbesi potuto evitare, e con essi le conseguenze che la Patria deplora.»

Sono così dolenti le cose che mi avanzano a raccontare, così piene di amarezza infinita, che, non mi comportando l'animo afflitto andare in fondo tutto di un fiato, forza è che mi riposi continuando la digressione. Per mio giudizio, se il moto popolare sorto dalla rissa dell'11 aprile potè convertirsi in politico nel giorno 12, vuolsi attribuire alla cessata febbre del Popolo, — alla Guardia Nazionale, che in nome di Leopoldo II accettava la Monarchia Costituzionale, e difendeva la città dall'anarchia invano acclamante il nome del Principe; conflittava al Municipio, e a quel Partito di Costituzionali che si presume ortodosso; che ritrovava, per seguitare il Popolo, il coraggio che aveva smarrito nel giorno in cui bisognava guardarlo in faccia; — agli animi disposti, agli ostacoli rimossi, alla paura della invasione straniera, alla speranza, bandita come sicurezza, di evitare un tanto infortunio col sollecito richiamo del Principe Costituzionale, e finalmente, io pure lo dirò, al bisogno in moltissimi di fare porre in oblio, dal Principato che ritornava, lo zelo professato alla Parte Repubblicana che partiva. Però siffatte Rivoluzioni non sono mica miracolose, nè si operano da sè; e come la Rivoluzione presente, e da chi fosse apparecchiata e disposta in tutte quelle parti che non sono vili, se fin qui non giunsi a dimostrarlo, oggimai tornerebbe vano insistervi sopra con altre parole. Supporre, come l'Accusa ha fatto, pochi e deboli i Faziosi, e nondimeno potenti a tenere oppressi Popolo, Curia e Senato, e da un punto all'altro vederli sparire, e' sono novelle che non furono mai nel mondo, dalle cavallette in fuori: «e Moisè stese la bacchetta sopra il paese di Egitto... e come fu mattina il vento orientale aveva portate le locuste... poi voltò il vento in un fortissimo vento occidentale, il quale portò via le locuste, e le affondò nel Mare Rosso, e non vi rimase pure una locusta in tutti i confini di Egitto[736] L'Accusa, a quanto sembra, aveva in mente questo passo dell'Esodo quando dettò le sue carte; ma coteste, giova ripeterlo, sono storie di cavallette, non di uomini. Faziosi eranvi e non pochi, e ardimentosi, e maneschi; non tanti però, che potessero violentare un Popolo fermo nel volere di non sopportarli. Rammentate la notte del 21 febbraio 1849, quando la città insorse come un uomo solo, contro la minacciata irruzione dei villani? Or bene, di chi andava composta la turba accorrente a respingerli? Di Popolo, non senza mistura, è vero, ma per la massima parte fiorentino. — Chi lo chiamò? — Nessuno; spontaneo venne. — Chi io spingeva allora? — Ebbrezza e paura. — Dunque leggiero o mendace fu nel 12 aprile, e tale insomma da non fidarsene mai? — All'opposto io tengo che deva reputarsi sincerissimo; e giova chiarire questo punto. Le anime umane conturbano di rado, ma pure qualche volta, febbri più ardenti assai delle corporali, e non soltanto quelle del Popolo per passione mobilissimo, bensì ancora quelle dei Magistrati, dei Parlamenti, degli uomini insomma e dei Collegi, i quali, per istituto e per dovere, hanno da camminare prudenti.[737] Come narrammo essere accaduto in Inghilterra ai tempi di Carlo II, successe qui. Il Popolo, non mendace, non finto, sibbene sanato dalla momentanea insania e sincerissimo, abbatteva gli Alberi, che niente altro dicevano a lui senonchè le turbolenze, le offese giudiciali e cittadine, e la invasione straniera degli anni 1796 e 1799: il Popolo sincerissimo ripose con affetto la granducale insegna, che gli prometteva indipendenza patria, le riforme di Leopoldo I, lo Statuto di Leopoldo II. Il Popolo era sanato; male pagò il Medico!

Così almeno giudicai secondo il mio intendimento, ma non sembra che abbia ad essere in questo modo; imperciocchè quantunque il Popolo a me paresse sano, pur vedo che lo continuano a purgare.

E poichè la materia mi tira, io voglio palesare quello che serbo riposto nell'animo, intorno al contegno di quella parte di Costituzionali, che adesso chiamerò direttrice del 12 aprile 1849; e ciò faccio tanto più volentieri, in quanto che vedo due Partiti alle prese fra loro, ed ho diritto di metterci ancora io la mia voce. Uno di questi Partiti lamenta perpetuamente le speranze deluse di mercede pel Paese, e credo eziandio un pocolino le speciali sue; l'altro, che richiama al pensiero la immagine di Dante:

Come procede innanzi dall'ardore