Mancavo di potere immediato, perocchè, verun corpo di guardie stanziando alla Camera, dove io non avessi preteso stringere con una mano sola i tre colli dei Municipali, non si sa davvero comprendere come gli avrei potuti arrestare; e se non avevo armi allora, peggio era da aspettarmi nel seguito, dacchè, trovato modo in mezzo a cotesto trambusto d'interpellare il Generale Zannetti intorno alle disposizioni della Civica, n'ebbi in risposta: nella massima parte sembrargli decisa ad appoggiare il Municipio.

Da siffatta scienza, in quel punto e non prima di allora acquistata, — insieme alla ignoranza di cotesto caso, espressa parlando al Maggiore Diana, e scrivendo al Maggiore Basetti, — non meno che dalla contemporanea notizia del convenuto fra l'Assemblea e il Municipio di concertare le provvidenze per la salute della Patria, imparai che mi era stato ritirato il potere, e che ormai poteva sperarsi che ladronecci non sarebbero successi, omicidii non rinnuovati; insomma il motivo, temuto reazionario ed anarchico, diventava politico, e tendente al fine, che fra tre giorni ancora, in virtù di solenne deliberazione dell'Assemblea Costituente, avrebbe conseguíto pacificamente il Paese.

Esaminiamo i tre deposti. — Quello del Conte accenna a cosa non presente, bensì da farsi in futuro, e sotto due condizioni: la prima, che le cose sostassero; la seconda, che agli adunati piacesse. Quello del Brocchi spiega una propensione, non volontà determinata, a operare cose presenti, o future. Quello del Venturucci dichiara: volontà portata all'atto. Tutto questo che monta? Importa: che un deposto per necessità esclude l'altro; — importa: che da un uomo comecchè versato mediocremente, non dirò nelle regole della ermeneutica forense, ma in quelle della Logica e del senso comune, dovrebbersi rigettare tutti i deposti. Invece l'Accusa, che sta insieme con la Logica come gennaio con le more, gli allega tutti, comecchè si contradicano, e si elidano, in prova del medesimo fatto! — Oltre il contrasto fra loro, che gli rende inattendibili, per poco che tu rifletta su quello del Digny, tu vedi correre i vermini della bugia su tutte le sue parole; infatti, come poteva egli prendersi travaglio di un partito che doveva effettuarsi in avvenire impossibile? Come richiamare l'attenzione degli adunati su le conseguenze di cosa non avvenuta, e che non poteva accadere? Come ammonire le persone dei pericoli a cui si avventuravano per colpa di una minaccia partita unicamente da me? Il Brocchi almeno si mostra meno stolido, se non più verace, poichè, le minaccie da lui si affermano di arresto immediato, e veramente furono per la parte dei signori Ciampi e Cipriani, ma nel senso di rammarico di mancata parola; e poichè da più era mossa la minaccia, sta bene eziandio che a più lo ammonimento si dirigesse. L'Accusa pertanto, comecchè alleghi tre deposti discordi, tuttavolta si fonda sopra uno solo (altra prova di senno nell'Accusa!), ed è quello del Dottore Venturucci. Conoscendo la lealtà dell'uomo onorandissimo, io viveva sgomento e dubitava della mia memoria, quando venne a confortarmi la lettura del suo esame, dove dichiara: «Rispetto alla prima domanda, cioè se il Guerrazzi accogliesse benignamente la proposta della Deputazione nella Sala delle Conferenze, ripeto quello che ho annunziato — e presso a poco disse le parole che ho riferito, — ma tardò poco a calmarsi e a convenire con i signori Municipali; ed è da notarsi eziandio che il Guerrazzi era già alterato per alcuni rimproveri che gli avevano fatto di non essere comparso, secondo il convenuto, la sera antecedente nella ora stabilita all'Assemblea.» Non deponendo pertanto il Dottore Venturucci assolutamente, ma a un dipresso, non è da dubitarsi neppure un momento, che non sia per trovare esatta la mia narrativa, molto più che stando egli dal lato opposto, in fondo della tavola lunghissima, e lontano dal gruppo dei disputanti, non distinse da cui si partisse la intimazione dello arresto, la quale in vero fu fatta, come ho avvertito, per la parte dei signori Cipriani e Ciampi, e secondo che per bene due volte dall'avvocato Brocchi ancora si dichiara. — Nè già si creda che io qui arresti la dimostrazione: io vo' perseguitare l'Accusa con la verità, com'ella mi ha perseguitato con la fallacia. Il Cavaliere Martelli, uno dei tre Municipali, interrogato, depone: che, quando egli venne col Conte Digny e col Brocchi per la seconda volta all'Assemblea, vi trovò anche me, e che a lui rivolgendo la parola mostrai: «propensione grandissima per conciliare le cose, e gli dissi: farmi paura i Partiti, e dichiararmi parato a tutto per metterli d'accordo;» inoltre, contestatogli il deposto del Conte Digny su le minaccie, risponde francamente: «Io non intesi cotesto discorso di certo; può essere che l'abbia fatto quando non vi ero io» (e questo non poteva darsi, perchè si presentò con gli altri, e la disputa avvenne alle prime parole). «Al Municipio in cotesto giorno sentii parlare delle minaccie di arresto state fatte contro il Municipio da alcuni Deputati, ma non intesi includere fra essi il Guerrazzi.» Ed è questo il secondo riscontro della verità della mia narrativa, e della fallacia del supposto dell'Accusa. — Terzo riscontro: Panattoni, Avvocato, attesta che dai colloquii uditi rilevò che minaccie veramente non accaddero, ma rammarichi per la parte di alcuni Deputati, e forse anche del Capo del Potere Esecutivo, a cagione che il Municipio non avesse secondato gli accordi che si dicevano passati col signor Professore Taddei, e resultanti ancora dal Manifesto stampato, ecc.[724] Quarto riscontro: Panattoni, Avvocato, condottosi al Municipio per proporre temperamenti conciliatorii, ascolta urli di gente tumultuante che dice: essersi deliberato arrestare il Municipio; ond'egli esce ad arringare cotesta turba per ismentire la voce calunniosa, non si sa come diffusa fra il Popolo, e Digny conferma la verità della buona intelligenza che passa fra l'Assemblea e il Municipio.[725] Quinto riscontro: Panattoni, Avvocato, espone, che fu detto, e gli pare anche da qualche Deputato, che il Dottore Venturucci narrasse poco dopo questo fatto, ma che fu giudicato un suo male inteso. Sesto riscontro: Se le minaccie in discorso fossero state profferite da me, e ritenute temibili dai Municipali, non è da credersi ch'eglino si sarebbero per un'altra volta, come fecero, commessi in mia potestà. Settimo riscontro: Se io avessi bruscamente intimato l'arresto al Conte, breve ora dopo trattenendosi col Chiarini non gli avrebbe dimostrato dispiacenza per non essere io stato accettato, com'egli ne faceva istanza, a parte della Commissione Governativa.[726] Ottavo riscontro: Nel giorno 14 aprile il Conte trova il Chiarini Segretario al Ministero dello Interno, e gli dice: «Giusto, aveva bisogno di vederti; insomma, tentano fare una Reazione?» Interrogato da cui, risponde: «Dagli esagerati.» Ed ingegnandosi il Chiarini di provargli cotesto suo concetto fallace, il Conte soggiunge: «Ma intanto volevano ieri l'altro arrestare il Municipio.» Chiarini di nuovo: «Non ho sentito dire niente di questo, e non lo credo.» E il Conte: «Eppure mi viene assicurato che lo dicesse il Guerrazzi.» — «Io» obiettava Chiarini «non lo crederei nè anche se glielo avessi sentito dire.»[727] Digny tacque; Chiarini fu dispensato prima, poi dimesso dallo impiego. Io ho notato come il proverbio, che corre fra noi, dice: chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare; — ma Digny non seppe trovare neanche il pretesto, dacchè il Conciliatore del 13 aprile annunzia un motivo per giustificare la trama ordita a mio danno, ma, parendogli che non potesse reggere in confronto degli atti miei, va in cerca di un altro, e, come vediamo, non è più felice adesso. E quale il pretesto affermato nel 13 aprile dal Conciliatore? Eccolo, e somministra il nono riscontro della verità delle mie parole:

«Il Dittatore Guerrazzi ostinavasi nel ritenere nelle mani un potere rimasto senza valore. Alcuni Deputati ostinavansi a rivaleggiare (sic) di forza col Municipio. Non mancò tra loro chi chiedesse fosse posto in istato di accusa il Municipio e la Commissione aggiunta.» — Pretesto alla iniqua guerra nel 13 aprile era la mia renitenza a lasciare il Potere; la proposta di porre in istato di accusa il Municipio e la Commissione annunziavasi sì, ma ad alcuni Deputati attribuivasi; trovata debole la prima calunnia, estendono anche a me, anzi unicamente a me, la seconda; però che nella musica della calunnia s'impari maravigliosamente presto a trapassare da una nota all'altra.

Dunque è chiarito: non essermi opposto alla Restaurazione, ma invece adoperato onde riuscisse subitamente universale e felice; — avere rampognato i Municipali, non già della iniziata Restaurazione, bensì di slealtà per mancata parola, e di periglioso consiglio, convertente a vittoria meschina di Partito quella deliberazione, che per essere dentro e fuori proficua doveva e poteva presentare i caratteri che ho qui avanti notati: — non avere minacciato, molto meno intimato l'arresto di persona.

Con tale e siffatto lusso di prove in contrario, la imperterrita Accusa scrive, senza che la mano le tremi, come io nello intento di oppormi alla Restaurazione un po' compita, un po' incoata, minacciassi prima, intimassi poi l'arresto ai Municipali. Le mie parole dovrebbero suonare severe a carico di quanti nei Documenti dell'Accusa parteciparono, ma taccio, e raccomando al Paese Civile, ai Governanti nostri, al Principe nostro temperantissimo, considerare se per questa via si renda rispettabile l'Autorità, e veneranda la Giustizia, salute estrema di società commosse.

Riprendo la mia narrazione. I motivi che mi persuadevano a insistere, perchè il Municipio deponesse il pensiero di camminare disgiunto dall'Assemblea, erano di due sorte: i primi di onestà, e fu dimostrato; i secondi di politica convenienza, e gli esposi ai Commissionati Municipali che ne rimasero percossi così, che, condannato lo intempestivo Manifesto, promisero correggerlo. «Il Municipio» io diceva «si propone due fini parimente ottimi, e necessarii: preservare il Paese dalla invasione straniera, mantenere incolumi le libertà costituzionali; in quanto a me, avevo disposto le cose in modo, che la Restaurazione in guisa diversa, che mi sembrava più onorevole, e ad un punto più sicura, si operasse; ma l'uomo trama e la fortuna tesse. Quello ch'è stato è stato, ed ormai tutto lo studio nostro si ha da riporre in questo, che ciò che ebbe mal principio riesca a prospero fine. Importa massimamente che non si manifesti dissenso in veruna parte delle Provincie, e che il moto si dilati universale e spontaneo. A conseguire un tanto scopo, parmi, non che utile, necessaria l'adesione dell'Assemblea, per rimuovere l'obietto che taluno potesse fare, questo essere un partito imposto da Firenze, non consentito da Toscana tutta.[728] Versiamo in cosa di pericolo grandissimo, procuriamo con sommo studio evitare ogni accidente capace a fornire appiglio o pretesto di offenderci. Quando anche l'adesione dell'Assemblea non vi paresse necessaria, e forse nemmeno utile, accettatela tuttavolta per misura di cautela, che negli eventi dubbiosi non è mai troppa. Se nel rifiuto ostinandovi ne venisse a nascere danno, pensate, a qual carico voi vi esporreste? Di faccia al Paese voi sareste tenuti a rendere conto di qualunque sventura potesse succedere. Comprendo voi andare orgogliosi della presa iniziativa; voi non volete dividere con altri la gloria delle durate fatiche, per infrenare l'anarchia e la parte repubblicana; voi non consentite partecipare con nessuno l'onore dei pericoli corsi, per apparecchiare questo evento; e sia così; la sua parte ad ognuno:[729] ma adesso, dato bando ai consigli della vanità, vediamo insieme quali rimedii possiamo apportare alle fortune afflitte della Patria.» Piacquero i consigli e le parole; suonavano uguali a quelle che adoperò più tardi il Conciliatore, Giornale di cotesto Partito, — con una differenza però: che io le diceva di cuore, egli per finzione;[730] — e fu risoluto che una Deputazione dell'Assemblea si conducesse al Municipio per confortarlo di non operare scissura, e starsi unito per carità di Patria. Affermano testimoni degni di fede, che per me in questa occasione si dettasse una carta,[731] dove erano indicate le guise dell'operare congiunto dell'Assemblea col Municipio; e questo dimostrerebbe quale e quanto studio da me si ponesse, onde la bene iniziata alleanza non si disfacesse, e a fine fruttuoso s'incamminasse. Questi consigli e queste profferte andavano a presentare al Municipio il Generale Zannetti e l'Avvocato Panattoni, accompagnati dal Dottore Venturucci, e dai tre Municipali, Digny, Brocchi e Martelli. Quivi giunti esposero la commissione, la sostennero con buoni argomenti, sicchè fu di nuovo statuito solennemente che, in tanta opera, Municipio e Assemblea avrebbero proceduto congiunti.

Tardando le risposte, fu avviso di condurre l'Assemblea nel Palazzo Vecchio, però che la Camera, non avendo chi la guardasse, poteva di leggieri, siccome già minacciavano, essere forzata; e così fu fatto. Tornarono alla perfine i Municipali, Digny, Brocchi e Martelli, e poichè, secondo quello che Panattoni racconta, le profferte nostre erano state con lieta fronte accolte dal Municipio, vuolsi credere che per accordarsi con noi intorno alle ulteriori operazioni venissero; — tutto al contrario: essi venivano ad accertarci, che il Municipio, rigettata ogni proposta di conciliazione, aveva deliberato di fare da sè solo. — Commosso da questo partito, di cui prevedevo e sentivo gli effetti perniciosi, con quelle parole che la profonda convinzione sa suggerire meglio persuasive, io supplicava a considerare i mali a cui stavano per esporre la Patria. Livorno alle ordinanze del Municipio Fiorentino non era da credersi si volesse sottomettere, e la ragione non importava che si dicesse; e il suo dissenso solo guasterebbe l'armonia del disegno, e metterebbe in repentaglio tutto il bene che si auguravano ricavare da quello. «Ma che cosa è mai» io domandava «questa durezza? Qual tristo genio v'insinua nell'animo i fatali consigli?» Mi avvertirono come i loro Dottori avessero considerato, che l'unione dell'Assemblea col Municipio veniva a contaminare la origine governativa di questo, e forse a metterlo in imbarazzo co' Rappresentanti delle Potenze Estere da cui speravano protezione. Alle quali ragioni io fervidamente rispondeva: «Ed è prudenza questa, per guardare fuori di casa, trascurarla dentro, e per una protezione dubbia, che non verrà forse mai, non attendere a pericolo sicuro che accadrà di certo? — E poi anche a questo vi ha rimedio, e pronto; uditelo se vi talenta. — Io sarei di avviso, che si mettesse fra noi una proposta a partito; la quale, deliberata, si pubblicasse con le stampe, e dicesse:

«Il Municipio fiorentino, provvedendo alla salute della Patria, ha deliberato restaurare il Principato Costituzionale in Toscana, e assumere il Governo Provvisorio del Paese, finchè non abbia disposto in altro modo la Corona. L'Assemblea Costituente Toscana, considerando che il Municipio fiorentino con questa sua Deliberazione altro non abbia fatto che prevenire il suo voto, aderisce pienamente alla deliberazione, dichiara il suo mandato adempito, e, lasciando al prelodato Municipio la cura di condurla a compimento, si scioglie.» Proponevo eziandio che il Generale Zannetti e il Professore Taddei si chiamassero a parte della Commissione Governativa per senso di convenienza; e ciò tanto più agevolmente potevano assentire, in quanto che Zannetti avessero già chiamato, e il Professore Taddei fosse per ogni conto meritevole di tanto onore. I Municipali accettarono la mia proposta piuttosto con esultanza che con soddisfazione; come savissima e opportunissima la lodarono; e commisero la cura di compilarla a taluno dei presenti; e questi sì fece, ma, letto lo scritto, non parve suonasse, e veramente non suonava, a dovere; onde Guglielmo Conte Digny prese a dire: «Troppo più mi garbavano le parole del signor Guerrazzi; via, signor Guerrazzi, la prego non le sia grave di scrivere ella stessa quanto ha proposto.» Al che risposi lo avrei fatto molto volentieri; se non che sentendomi, pei tanti travagli patiti, un po' confuso di mente, io gl'invitava a lasciarmi solo; e questo di leggieri assentirono.[732]

Qui fu — e il cuore mi si stringe a raccontarlo, — che letta la minuta dello scritto, e andata altamente a grado ai Commissionati, il signor Digny con tale una sembianza, — che parea Gabriel che dicesse: Ave! — mi parlava le parole, che per certo egli deve aver fatto stampare nel Conciliatore del 14 aprile 1849: «Si stringano dunque i Liberali intorno al Vessillo Costituzionale, salvino con esso gl'interessi della Libertà, salvino le ragioni dell'avvenire..... Gli errori comuni saranno argomento di reciproco compatimento; i sagrifizii che tutti faranno delle private opinioni saranno cagione di reciproca stima; la cooperazione di tutti a ristorare i mali passati sarà garanzia di nuova concordia.» Bene è sciagurato quegli di cui il cuore sta duro a questi nobili inviti; ma come ha da considerarsi l'uomo che fabbrica dei sensi magnanimi e santissimi una coltella per tagliarti proditoriamente i garretti? — Nè qui si rimasero i fervorosi favellii del Conte, che me lodava tuttavia e levava a cielo per l'ottima mente dimostrata sempre, e più che mai scongiuravami a soccorrere la Patria; ed io commosso rispondeva: «O che credete, che la Patria prema a me meno che a voi? Salvate le Libertà Costituzionali. Spero andrà bene ogni cosa, ma temo che da Livorno voglia venire opposizione; pure io mi vi porterò subito, e opererò in maniera, mercè lo aiuto degli amici, che stia contenta al fatto; però considero che Livorno è ingombra di gente straniera, la quale non ha cuore, nè interessi toscani, e questa per certo farà resistenza. Bisognerebbe, se il mio presagio si avverasse, e si avvererà di certo, avere autorità di farla arrestare e allontanarla: ora a me simile autorità è venuta a mancare, e non potrei ordinare l'arresto di persona senza offendere le leggi. Se vi pare bene, datemi facoltà capace a ovviare questo temuto impedimento, e riposate sopra la mia fede tranquilli.» Il Conte Digny accolse premurosamente la proposta, e mi domandò quando contavo di partire per Livorno; alla quale interrogazione avendo risposto: «subito, col treno della Strada ferrata delle 4;» egli mi fece osservare, come nello spazio breve di tempo non avrebbe potuto procurarmi la commissione in discorso, e ch'egli trovava opportunissimo mi fosse conferita; però pregarmi a volere attendere fin dopo le ore ventiquattro, ch'egli sarebbe allora venuto a portarmi la spedizione necessaria. «E come potrò partire io dopo le 24, se non vi sono altre partenze?» gli osservai; ed egli rispose: con treno speciale. Qui certamente fu, che narrando io la mia amministrazione avermi stremato di pecunia, così che pochi paoli mi erano rimasti addosso, e non potere commettere la spesa, piuttosto grave a privato, di un traino a posta per la Strada ferrata, il Cavaliere Martelli, generoso e buono, soggiunse: «Non essere di ostacolo il danaro.» Ed io credei ancora profferire le parole che ho detto di sopra, avvegnadio già sentissi romoreggiarmi attorno certe male voci di danari espilati, che nella sera poi si convertirono apertamente con infamia eterna di chi le suggeriva alla plebe sciagurata in: «ladro[733] Allora il Conte soggiunse: «Dunque mi dia parola aspettarmi;» ed io: «Le do parola;» e ci toccammo le mani.