«All'Eccellentissimo Sig.re il Sig.r M. Gotti «Cancelliere della Comunità di Firenze.»
Il Cancelliere, che sa tutte le cose che il Cavaliere leale gli contesta, scrivendo al Segretario ne dichiara eziandio bene altre ancora: egli sa, a modo di esempio, che la Commissione, composta di TUTTI i Priori residenti nel Magistrato rappresentante il Municipio Fiorentino, ORDINÒ a lui Cancelliere, si dessero le lire mille per la causa espressa nella lettera del Cavalier Martelli.
Documento a c. 570 nero.
«Illus.mo signor P.ne Col.mo
«Dall'unita ufficiale del signor Cavalier Giuseppe Martelli, uno dei Componenti la già Commissione Governativa Toscana, di questo stesso giorno, rileverà la causa che motivò la stessa Commissione, che si componeva di tutti i signori priori residenti nel magistrato rappresentante il Municipio di firenze, ad ordinarmi di spedire, conforme feci, nella mattina del 13 aprile decorso, un mandato di lire 1,000, marcato di nº 424, a favore del prelodato signor Cavalier Martelli, per passarsi all'Avvocato F.-D. Guerrazzi, per il titolo espresso in detta officiale. E siccome la somma predetta esiste presso V. S. Illustrissima, per quanto resulterebbe dalla mentovata lettera del signor Martelli, mentre questa Comunità non ha ottenuto rimborso dal Regio Erario, così prego la somma di lei bontà a volere liberamente passare allo stesso Camarlingo, e per esso al suo Sostituto Legale, latore della presente, l'ammontare di detto Mandato; ritirando dal medesimo o distinta ricevuta, o meglio (almeno per quanto a me sembra) in calce di detto Mandato. E colla più alta considerazione e profondo ossequio, passo al pregio di protestarmi,
«Di VS. Illustrissima,
«Dalla Cancelleria Comunitativa di Firenze, li 2 giugno 1849.
«Umiliss. Servo
«Firmato — G. Gotti.
Al signor Segretario del Ministero di Grazia e Giustizia.»
Andando con la nepote e la governante, chiesi (dacchè trattavasi di pochi giorni) mi seguitassero Roberto Ulacco segretario, e i due servitori; e lo concessero; Ulacco subito, i servitori più tardi. Durante il cammino.... Ma giova sempre, quando si può, che da per loro i testimoni raccontino. — Generale Zannetti: «Siccome, strada facendo, il signor Guerrazzi mi domandò più volte s'egli era prigioniero, oppure se così si agiva per tutelarlo semplicemente dal Popolo, non mancai riassicurarlo, dicendogli che la Commissione non poteva mancare a sè medesima. ma poichè ebbi ad accorgermi che la commissione governativa non manteneva altrimenti la sua promessa, e più che mancava di fede e di riguardo alla Guardia Nazionale, ed allo stesso Capitano consegnatario, unendo i Carabinieri alla Guardia Nazionale, per tutelare il signor Guerrazzi; e di più vedendo che la Commissione Governativa non teneva la promessa della intera ripristinazione del Governo Costituzionale; io che aveva firmato con lei, a nome della intera Guardia Nazionale, il primo Decreto da essa fatto della Restaurazione del Governo Costituzionale, non trovai altra via lecita e conveniente a calmare la mia coscienza, che quella di ritirarmi dal posto di Generale.»[748] Però mi veniva confermando, che la Commissione di mandarmi a Livorno non aveva voluto intendere nulla, e mi tornava a interrogare se io fossi contento davvero di starmi per qualche tempo lontano dal paese; ed io gli rispondeva: — che lo avrei reputato (tanto mi sentiva sbigottito dalle sventure della Patria) sommo beneficio; però conoscere egli le mie fortune, e a vivere fuori con la mia famiglia lungamente non mi bastare; ed egli cortese si esibiva tornare la sera a conferire meco in proposito; la quale cosa non consentii, dicendo tenermi per soddisfatto se avesse voluto favorirmi il giorno veniente. — Così alternando varii discorsi arriviamo al quartiere del Comandante le Guardie di Onore, dove ci tratteniamo alquanto; quindi prendendo passo passo su per l'erta del monte giungiamo sotto le mura della Fortezza di San Giorgio. Qui mi occorre un'altra infamia; le mura apparivano gremite di Veliti, i quali presero a profferire minaccie e improperii contro di me. Io strinsi il braccio al Generale Zannetti, e guardatolo in volto lo interrogai con voce tranquilla: — Dove mi porti? — Come restasse quel virtuoso uomo, male può con parole referirsi; chiamò tutto commosso il Comandante del Forte signor Cavalier Galeotti, il quale o non poteva reprimere cotesta ignominia, o la sopportava, e acerbamente lo rimproverava dicendogli: «Così non mantenersi patti; Carabinieri non dovere essere in Fortezza; ricondurmi indietro finchè non isgombrassero.» Il Comandante Galeotti lo chiamò in disparte, sussurrandogli non so quali parole nell'orecchio, a cui il signor Zannetti non parve acquietarsi. Retrocedemmo al Palazzo Pitti; passata qualche ora, torna il Generale affermando che adesso potevamo andare sicuri, perchè i Veliti a tenere dei patti erano stati remossi, e che le parole date si avevano ad osservare. Certo, quando pervenimmo la seconda volta sotto la Fortezza, Veliti non vedemmo: i Veliti erano stati appiattati nel quartiere; partito appena il Generale Zannetti uscirono fuori! — Così, postergato ogni pudore, prendevano bruttissimo giuoco della fede di uomini onesti! — In quanto al Comandante del Forte, mi proverò a sforzarmi di credere che egli non fosse partecipe di cotesta infamia. E infamia fu, però che, come ho annunziato altrove, questi, soldati no, ma della onorata milizia onta perpetua, sotto le finestre venissero a inasprirmi con disoneste parole l'amarezza del carcere, e traverso le imposte della porta taluno di loro minacciasse volere darmi della baionetta traverso il corpo. O non vi bastava il trofeo del canto al Mondragone?[749]