Mentre a diligenza del Municipale signor Cavaliere Martelli apparecchiano il quartiere molto alla lesta, come quello che doveva bastare per giorni, e si può dire per ore, io e i miei ci riduciamo nelle stanze del Prevosto. Qui mi si mostrava assiduo al fianco il Capitano Galeotti, e volendolo io dispensare dall'ufficio, risponde secco: «avere ordine di guardarmi a vista.» Finalmente prendiamo stanza nello alloggio preparato. Il Capitano Galeotti domanda se avessi armi addosso per risparmiarmi la visita su la persona! «Ma che sono io arrestato?» gli domandai. «Tali non sono i patti.» Il Capitano risponde secco: «avere i suoi ordini.» La mattina appresso volendo accostarmi alla finestra per bere un sorso di aria pura, m'impongono ritirarmi; nè stette molto, che alle quattro finestre ebbero messo le ferrate, poi le tramoggie, poi le graticole, poi le ribalte guarnite di festoni di tela, le quali calavano alle ore 24; sicchè mi parve essere diventato proprio Giona in corpo alla balena. Se l'ardore del Sole schiantava le tavole tanto che un pelo di luce passasse, ecco di subito calafati e falegnami, che penzoloni imbracati con corde inchiodavano, sverzavano, ristoppavano la fessura: poi visita alle finestre due volte il giorno, nè la rimanente casa restava imperquisita: nè basta ancora: guardie di sotto, guardie di sopra e all'uscio, e per le scale; nessuno usciva; fu dopo qualche giorno, non senza difficoltà, e non so se previa visita personale, concesso dal Cavaliere Galeotti castellano al cane di prendere aria pel Forte, ma legato. — Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei che a gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero. Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni: non risposero. In cotesta dimora, che di bellissima erano riusciti a rendere infernale, durammo giorni 44, tranne un servo (anch'egli, poveretto! côlto al laccio), che, caduto infermo di febbre, era trasportato per refrigerio al Carcere delle Murate.
Fu tramutato di Arno in Bacchiglione!
Così sepolto vivo, ignaro affatto di quello che pel mondo accadeva, mando il nepote al suo zio in Roma credendo sottrarlo al pericolo, quando ad un tratto con profondo rammarico conosco averlo esposto a pericolo maggiore. E se vi talentasse sapere quali pericoli il mio nipote, qui nella sua Patria, corresse, ve lo dirò. Giovane di 15 anni, un bel giorno mi significò volere ridursi in campo per fare il suo ufficio nell'arme dell'artiglieria. Io per distornelo gli dissi, che se voleva andare si scrivesse soldato. La età novella, il duro mestiere, la qualità del semplice gregario, gli affetti domestici e i comodi della casa, non valsero a trattenerlo; nè io, premendo il dolore, lo trattenni. Il giovanotto dopo il 12 aprile dai proprii camerati fu preso in abbominio; — uno gli sparò dietro lo archibugio! — Non vi pare questa una turpissima azione, o Signori? — Ed ora egli naviga l'Oceano fuggendo una terra così poco amica al suo sangue. Forse i miei occhi non lo rivedranno più; ma la mia benedizione lo accompagnerà da per tutto; — e la nepote, che uscita di convento per visitare lo Zio si trovò ad accompagnarlo in prigione, anch'essa come grano di spelda vive balestrata fuori della Patria sua... Oh! il primo passo che mosse per la vita fu doloroso per lei, — e queste sono le sventure che dissi: mano di uomo non può riparare, quella di Dio consolare soltanto.
Dopo 44 giorni, certa notte di maggio con misterioso terrore mi strappano allo improvviso dalle braccia della mia nepote, e mi trasportano al Carcere delle Murate; quinci la notte appresso pure mi rimuovono, e mandano a Volterra: di là finalmente, nel novembre del 1849, mi tolgono e ricacciano dentro alle Murate, dove fino da quel tempo giaccio sepolto.
Qui per ammenda, dopo lunga procedura, un giorno, armati fino ai denti di tutte armi, e a me nudo affatto, e legato, quasi per ischerno, di repente dicono: Difenditi! Per ammenda, l'Accusa, esordita da uno Zagri barattiere e prevenuto adesso di falsità, sopra le traccie somministrate da lui di continuare non rifuggono. Per ammenda, i Documenti della mia Amministrazione all'Accusa concedonsi, che ad uno ad uno gli esamina e gli sceglie; a me poi l'Accusa, e i Giudici fino ad ora li contendono.[750] Per ammenda, si trovano Giudici, che scrivono avermi colto in fragranti! quando mi trovavo in Belvedere, dove dimoravo sotto fede che alla mia libertà non si attentasse. Per ammenda, i miei Giudici naturali e necessarii, trattandosi d'imputazione relativa alla malleveria ministeriale, dove intervenne perfino Decreto firmato dalla Corona, non mi consentono. Per ammenda, immaginano non so quale delitto continuo e complesso, per cui mi troverei esposto a rispondere perfino dei fatti, che io stesso mi credei in dovere reprimere. Per ammenda novella, congiungono il mio con non so quale altro, processo di Pistoia, dove, per quanto intendo, si tratta di espilazione e di altre simili turpitudini. Per ammenda (incredibile a dirsi se non fosse vero!), L'ACCUSA il testimone Zannetti rifiuta, il testimone Digny chiama a deporre, — e questo parmì che tocchi la cima di quello che può osare un'Accusa... — Certo io sono vivo... la morte violenta di Oliverotto da Fermo, nè del Carmagnola, ho sofferto. Il secolo e il paese civili queste immanità non consentono... dal sangue aborriscono... i troppo delicati nervi se ne irritano. Lo imputato si lascia per anni e anni nella trista compagnia dei suoi pensieri angosciosi; gli si dà spazio infinito a contemplare la sua famiglia distratta, la dissoluzione del suo corpo, la etisia della sua intelligenza; gli si nega un sorso di aria pura. — Era barbarie, ma barbarie grande, quella di levare dal mondo un uomo per morte violenta: oggi la carità persuade restituirglielo, decorso spazio che reputasi conveniente di tempo. — Andate, affrettatevi al carcere, amici e parenti; l'ora venne per riscattare dalle mani di questa carità il prigioniero; ricevetelo, amici e parenti; ella vi consegna — che cosa mai? — un matto o un moribondo.
XXXI. Di una Sentenza della Corte Speciale di Parma del 1831.
Come pei tragedi antichi si costuma mettere in fondo delle loro tragedie il Coro, il quale veniva a raccontare agli uditori la catastrofe di tutta la favola; così l'Accusa, sul finire del suo Volume, stampa la Sentenza del Tribunale di Appello di Genova, del 24 luglio 1849. Dove poi io m'ingannassi, e non l'avesse posta per disporre gli animi alla già immaginata catastrofe, in osservanza al precetto della Poetica di Orazio: Segnius irritant animos demissa per aures, — potrebbe dubitarsi che l'Accusa lo avesse fatto per dimostrare come in Piemonte si astenessero dallo iniziare Giudizio, se prima non si erano bene accertati, che tutti i prevenuti si fossero posti in salvo; mentre, all'opposto, in Toscana si sono bene accertati prima di tenerli sottomano, quantunque, se qui fra noi religione di patto e santità di fede valessero, quanto (e non domando troppo) una volta valevano per le spiaggie di Algeri o di Salè, me e lo egregio uomo Lionardo Romanelli non dovessero tenere. La sentenza finale e capitale di Genova non ha fatto piangere nessuno; mentre per la Procedura fiorentina già furono le famiglie disperse, le intelligenze spente, ed altre che non vo' dire lacrimevoli sventure patite. Quando il condannato a morte può andare a cena e a dormire col Giudice che lo condannò, le sentenze danno materia di piacevolezze convivali;[751] ma occhi non bastano per piangere le blandizie di queste carceri umanitarie. Ormai, se male non mi appongo, dubito forte non abbia a correre il detto: «meglio condanna capitale del Tribunale di Genova, che assoluzione in Toscana;» però messo questo da parte, riporterò ancora io una Sentenza per Coro della mia Apologia, intorno alla quale importa innanzi tratto avvertire com'essa fosse pronunziata da Tribunale Speciale, e negli ardori di Rivoluzione pure ora repressa; come tre mesi soli, e forse nè anche tanti, gl'imputati avessero a travagliarsi nel carcere, nè uscendo da mangiare pane di dolore si trovarono ormai per tutta la restante vita imbandito pane di disperazione. Certo, io sento rispondermi dall'Accusa: «ora ad affrettarti tocca a te; io per me sono lesta.» Oh! lo credo, che tu sia lesta, e da tempo non piccolo; e forse ogni ora che passa ti par mille anni di concludere: ma io ti ricordo le parole di Ugo Foscolo al Direttore della Polizia del Cantone di Zurigo, e ti ammonisco che se alla Difesa fossero stati consentiti gli Archivii, come furono sbirciati da te, e se tu non avessi potuto ricusare lo esame del Processo al mio Difensore fino oltre maggio passato, e così due e più anni dopo il mio arresto, potremmo avere veramente concluso. — Intanto, se ti piace, leggi, o Accusa, la Sentenza di una CORTE SPECIALE.
«Parma, 7 luglio 1831. —
«La Commissione dichiara essere risultato dal dibattimento:
«Che una grave sedizione scoppiò in Parma nei giorni 13, 14 febbraio prossimo passato, nella quale gran parte del Popolo prese le armi, inalberato lo stendardo della Libertà ad esempio degl'insorti di Reggio, Modena e Bologna, e disarmò una porzione del reggimento di S. M., ed obbligò la M. S., che non volle consentire le domande dei rivoltosi, ad abbandonare la sua residenza nella notte del 14 al 15 febbraio suddetto, trasferendosi a Casalmaggiore, donde per la via di Cremona si recò nella sua città di Piacenza, ove pervenne il 18 dello stesso mese;