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XXIX. Del Giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7 gennaio 1851. — [Pag. 671] e seguenti.

Opinioni di alcuni Scrittori partigiani di varie Fazioni intorno al medesimo argomento.

Secondo che me ne venne il grido dal mondo lontano, scrissero dei fatti miei distesamente un Inglese, un Francese, parecchi Italiani, fra i quali un Cappuccino. Inglese, Macfarlane energumeno: di costui già lessi la Storia degli Assassini di tutto il Mondo in 3 volumi, e mi parve Omero degno di cotesti eroi, e cotesti eroi degni del loro Omero. Quando mi proveranno, che predicando al Rospo egli potrà per via di persuasioni lasciare il veleno, che gli viene da natura, imprenderò a curare Macfarlane l'Inglese. Il Francese è D'Arlincourt: se costui fosse giovane, la risposta che meriterebbe non sarebbe nemmeno una guanciata....; ma essendo vecchio passeremo su lui, come sopra un sentiero fangoso, in punta di piedi, e in fretta, per non c'imbrattare le scarpe: nella sua gioventù compose romanzi assurdi; ha voluto disonorare i suoi capelli canuti con un romanzo perfido; sciagurato vecchio! Non sembra a voi che io abbia parlato troppo di cotesto mal vecchio? Sì davvero, la metà di avanzo. Lasciamo degli oltramontani, e degli oltremarini, e le loro ignominie: veniamo a favellare degl'Italiani, principiando dal Cappuccino; ma come volete che io mi trattenga con Padre Pasquale (dacchè importa grandemente, o miei Lettori, che voi tutti sappiate come il buon Frate si chiami per lo appunto Fra Pasquale), se fino dal principio del suo Opuscolo mi paragona con una secchia? Secchia? dite voi. — Secchia, dico io; e per farvelo vedere vi cito addirittura il passo, che dichiara così: «Al signor Guerrazzi si tributa nella penisola una specie di culto, onde la nostra critica potrebbe sollevare contro noi le passioni dei suoi proseliti.... La Italia è il solo paese, che possa vantarsi avere trovato in una secchia una causa di guerra, un soggetto di poema. Or bene, il Guerrazzi è questa secchia, senza altri giuochi di parole![761]» Così, Padre, io tolgo presto commiato da voi; e se non mi sembra dovermi raccomandare ai vostri scritti, penso potermi, o Reverendo, raccomandare con maggiore frutto alle vostre orazioni.... però badate, che io conto sopra di queste.


Dopo il Frate metto due Rossi tinti in chermisi: uno si chiama C. Augusto Vecchi, l'altro Carlo Rusconi. Dirò poco del primo, non tanto perchè mi pare che meriti poco, quanto per non conoscerlo intero, essendomi pervenuto della sua Opera fino al sedicesimo fascicolo; ma se la balla corrisponde alla mostra, so bene io come mi avrà concio. Favellando a pagine 248 della mia vita privata, dopo molte gagliofferie afferma, che appresi sui processi criminali le corruttele dei viventi. Ora io non avvocai cause criminali, tranne due o tre, e queste per la singolarità loro, perchè ricordo che in una si trattava di fattucchieria, e in un'altra di un Carabiniere còlto con l'amante sua dentro a una capanna, — parendomi strano, che là, dove Virgilio aveva trovato argomento dello episodio di Didone ed Enea, i Giudici nostri avessero rinvenuto materia per cacciare in prigione la innamorata Regina, e il pio Troiano; onde io per puro amore del Libro IV della Eneide mi feci a difenderli. Più oltre C. Augusto Vecchi senti un po' che cosa scrive: «La pazza idolatria di sè stesso lo spinse tanto oltre a credersi disceso da stirpe dominatrice, poichè un Guerrazzo aveva tiranneggiato in remoti tempi la sua natale città. E tutti hanno letto in una sua Lettera diretta a Giuseppe Mazzini com'ei rivendicasse su tarlata pergamena rinvenuta in Portoferraio l'albero geneatico della modesta famiglia sua. Ed io ho veduto nello scorcio del 48 in Firenze siccom'egli dispregiatore in altrui degli aviti vezzi, facesse imprimere sur un polizzino ingessato un blasone di propria fattura; in cui tra bandiere, picche, e pastorali mitrate, appariva un lione rampante; e sotto una insegna cavalleresca, che nessun principe al certo gli aveva conceduto.[762]» Io con troppo maggiore motivo di quello che ebbe il Cardinale Alfonso d'Este, quando domandò all'Ariosto in proposito dell'Orlando Furioso: donde avete cavato tante c...., devo ricercare il mio Augusto dove diacine abbia letto tante bugie. — Tutti hanno letto la lettera ec. Orsù, sa egli leggere? Nè prenda in mala parte la domanda, imperciocchè ho trovato persone, che non sapevano leggere, le quali ne avevano obbligo molto maggiore del suo: supposto pertanto ch'ei sappia, torni a leggere questa lettera meco. Discorrendo delle cose mie alla buona, così scrivo a pagine 19 di questa lettera stampata a Livorno nel 1848 nella Poligrafia Italiana:

«Nasco di gente antica. Gli avi miei, agricoltori e soldati, seppero versare il sangue per la patria e per la fede, come senza troppo svolgere di carte te ne porge testimonianza l'Odeporicon del Proposto Lami. Guerrazzo combattè in Ungheria contro il Turco, quando pendeva lite se il mondo dovesse obbedire a Cristo o piuttosto a Maometto, e se alla causa della Umanità avesse a prevalere quella della barbarie; nè egli si ritrasse dai campi di battaglia prima che lacero di ferite non divenne incapace alla milizia, come si ricava dalla patente amplissima del Principe Don Mattias dei Medici datata da Vienna; ebbe la insegna di Santo Stefano, e la potè portare senza vergogna perchè prezzo di sangue[763]. Filippo, regnando Cosimo I, governò Livorno dove io suo discendente dimoro senza neppure il titolo di cittadino. Donato avo mio condusse una compagnia di soldati armata a proprie spese a Napoli col Principe Carlo: nella speranza di future duchee vendeva in parte i paterni poderi. Il Principe Carlo acquistato il regno, seguendo il vecchio costume, attese a tenersi bene edificati i sudditi nuovi, e i suoi sovventori gli increbbero. Gli uomini nelle superbe fortune infastidiscono spesso dei proprii amici nelle umili, i Principi sempre. Antico caso e non raccolto mai dalla esperienza.

Donato si ridusse povero a Livorno, e vergognando tornarsi a casa donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui stanziò come uomo deluso, sazio di giorni, e soldato che dal menare le mani in fuori non sapeva fare altro. Roso dal tedio del vivere solo, condusse tardi in moglie una del Popolo, e per sostentarsi continuò a struggere il suo. Le nozze sterili lo confermavano in questo proponimento: moriva, e credo all'ospedale, miserissimo in parte per cagione delle improvvide vendite, in parte per le rapine dei congiunti. Per colmo di sventura lasciava incinta la moglie.»

Dunque nè il signor Augusto, nè tutti, possono avere letto nella mia lettera le cose, che non vi sono; almeno pare, e dico così, perchè tra la portentosa illuvie delle bugie giudiciali, e stragiudiciali, se io non perdo il lume dello intelletto, è proprio miracolo. Rimane pertanto a conoscere se quello che scrissi, non fatuamente, fosse vero; ed il signor Vecchi, se avesse voluto tôrsene il carico, avrebbe potuto trovare nell'Opera del Proposto Lami intitolata: Charitonis et Hodœporici Hodœporìcon (Pars secunda; Florentiae 1741, ex Typographio Jo. Bapt. Bruscagli et Sociorum, ad insigne Centauri):

Pag. 606. — «Anno 1553. — Il Capitano Filippo di Raffaello Guerrazzi di Castelfranco è Commissario dell'Artiglieria della Fortezza di Foiano. (Vedi sotto all'anno 1574.)