Succede un altro Repubblicano, e, per quanto egli c'insegna, socialista: Ministro fu della Repubblica Romana, e tenne l'ufficio degli Affari Esteri; io lo conobbi in Firenze, dove venne a sollecitarmi per la Unificazione et reliqua, con ogni maniera di pressure morali. Ho detto com'egli, nello intento di strascinarmi, giungesse fino ad affermarmi, che Francia e Inghilterra gli avevano promesso protezione e difesa, se di Roma e Toscana si componesse Repubblica; e questo non era vero: ma passione stemperata di Parte sospinge troppo più in là, e stemperatissimo mi apparve il signor Rusconi. Leggo, lui essere d'ingegno mite, d'indole amoroso, e questo volentieri mi presto a credere; e se tale è come ce lo dicono, confrontando le molte falsità, che pure non ha aborrito scrivere, tanto più dovremo deplorare la devastazione che il maledetto spirito di Parte opera anche sopra i migliori. Io pertanto stamperò quello che nel suo libro mi riguarda, e lo verrò di mano in mano con opportune Note commentando.
In opposizione alla Requisitoria del Regio Procuratore di Firenze ecco la
REQUISITORIA DEL REGIO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA, SIGNOR RUSCONI, estratta dalla sua opera intitolata: La Repubblica Romana del 1849.
«Reggeva allora la Toscana con poteri quasi dittatoriali[764] Domenico Guerrazzi, uomo di acutissimo ingegno, ma che troppo poco credeva alla umana virtù per essere capo di un paese, che da una grande virtù soltanto poteva essere salvato[765]. Scrittore efficace, ma dotato piuttosto d'immaginazione che di sentimenti profondi, egli dalle pagine di Machiavelli e di Guicciardino desumeva le ispirazioni di quella politica che intendeva professare[766]. Informato a quelle letture, e i prodigi operati dai Popoli nelle grandi crisi sociali non accettando, che in quanto potevano riuscire sublimi nei dominii dell'arte, egli poco credeva a quelle manifestazioni patriottiche, che vedeva farsi dintorno[767]; stimava la Toscana più facile preda, che non gli dessero ragione per crederlo le maraviglie di un anno prima di Curtatone e di Montanara. La fuga del Duca gli era sembrata su le prime avvenimento di minore rilievo che altri non riputasse, e con facile fantasia precorrendo lo evento in quello vedeva forse il filo misterioso, che da quel laberinto poteva trarlo. Ostentando di basarsi sul positivo, sul pratico, come lo scrittore del Principe e messere Francesco, egli, che romanziere era e poeta, rispondeva a chi gli parlava di entusiasmo nazionale, dimandando quanti cannoni e quanti soldati sapeva mettere insieme cotesto entusiasmo[768]. Terribile uomo era egli, e che addimandava gran tatto per essere appressato, giacchè troppo sicuro egli si sentiva di sè, per adottare nessuna risoluzione che paresse essergli stata da altri consigliata.
«Il voto di Toscana era però di unificarsi con Roma, di non comporre con essa, che un solo paese, e già i Deputati la Toscana aveva eletti per andare a far parte della Costituente Italiana[769]. Le renitenze del Governo, o piuttosto del Guerrazzi, rimanevano a vincersi, per bandire intanto di fatto quella Unificazione, salvo poi alla Costituente di ratificarla. Il Ministro di Roma sentì la importanza del mandato, che affidato avrebbe al suo Inviato in Toscana, e volle incaricarne il Dottore Pietro Maestri. Se il Guerrazzi era uno avversario terribile, avrebbe avuto con chi lottare, e il Dottore Maestri era tale da sviscerare i pensieri del Dittatore Toscano[770].
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«Il doloroso tema delle cose toscane ci chiama a sè, e imprendiamo con tanto maggior disgusto a trattarlo, quantochè la Toscana fu la sola Provincia d'Italia che oscurasse con una pagina turpe la più gloriosa delle Rivoluzioni.
«Già dicemmo in altro Capitolo come la Repubblica di Roma fosse stata festeggiata al di là dell'Appennino, e come il voto popolare di Toscana si manifestasse in favore dell'Unificazione delle due Provincie[771]. Ci rimane a dire perchè quella Unificazione non si effettuasse, e quali ne fossero le fatali conseguenze.
«Il Guerrazzi che, come vedemmo, reggeva pressochè solo le cose toscane dopo la fuga del Principe, era uno di quegli uomini che, dopo essere stati innalzati dalle Rivoluzioni[772], vergognano, quasi si direbbe, dell'origine della loro grandezza, e non anelano che a farla obliare, blandendo i Partiti opposti.