«Quell'ambigua condotta teneva il Paese nell'agitazione, sfatava gli animi di ogni generoso sentimento, preparava quella terribile catastrofe che dovremo fra breve raccontare. Aggiornata per quanto si era potuto la convocazione della Costituente Toscana[785], il Guerrazzi si vedeva però alfine costretto a radunarla, e nel Discorso di apertura che profferiva faceva una parte tanto più larga a quel voto di Unificazione dei due Paesi, quanto meno intenzione avea di attenerlo, ben conscio d'altronde, che senza assecondare quel voto, almeno in parole, non gli sarebbe rimasto per un'ora il Potere[786]. Senonchè poi, onde non lasciare mettere in discussione quel soggetto, a cui con tanto ardore parea riportarsi, con mille piccole arti ei lo andava sempre aggiornando, adducendo ora la necessità di aspettare lo scioglimento delle cose del Piemonte, ora motivando i sentimenti toscani che da quell'atto, diceva, potevano rimanere offesi. — E all'effetto di prender tempo, egli suggeriva ancora all'Inviato Romano, come, per condizioni preliminari di quella Unificazione, sarebbe stato bene, che Roma sanzionasse che il Governo e la Rappresentanza nazionale avrebbero risieduto un anno a Firenze, uno a Roma; che Firenze avrebbe avuto un collegio militare, una università, una scuola di belle arti, — disposizioni che avrebbero servito a non irritare quelle suscettibilità municipali che troppo fatalmente sentivano, egli soggiungeva, i suoi compagni[787]. Ma gli rispondeva con dignità l'Inviato Romano, non doversi stuprare un gran concetto con quelle meschine considerazioni; doversi far scomparire gli elementi secolari di divisione che tanta parte erano stati nella rovina d'Italia, non piaggiarli, accarezzando grette passioni, che da nessuno, che l'Italia amasse, potevano alimentarsi; doversi mostrare colle opere al Mondo che l'Italia era matura a quella civiltà, per cui dettato avevano le loro pagine i suoi scrittori immortali, per cui il sangue avevano sparso migliaia di martiri: essere necessario infine un atto magnanimo, che forse Sicilia e Venezia avrebbero tosto imitato: e quanto alla Costituente Italiana poi, per cui già la Toscana eleggeva i suoi Deputati, essa avrebbe difinitivamente regolate le condizioni di ogni provincia, facendo ragione a quelle esigenze che potessero restare.
«Guerrazzi, stretto così da vicino, inaugurava la Toscana Costituente col Discorso a cui accennammo[788]; poi tergiversando in mille maniere decidevasi ad aspettare l'esito delle cose piemontesi prima di fare null'altro. La Toscana permaneva quindi col Governo Provvisorio, permaneva staccata da Roma; il Partito liberale, sdegnato di quell'inerzia, accennava d'irrompere da un momento all'altro[789].
«La notizia della disfatta di Novara poco dopo giungeva, e paralizzava vieppiù le risoluzioni del Guerrazzi. Quella notizia produsse oltre Appennino l'impressione che aveva prodotto a Roma, e là pure si sentì che una crise si avvicinava. Ma mentre Roma traeva forza dalla sventura e si apparecchiava a morire, almeno degnamente, la Toscana, mercè la condotta subdola del suo Triumviro, s'accasciava miseramente; in una stolta ed egoistica lusinga miseramente si addormentava[790].
«Guerrazzi, riescito a disfarsi[791] dei suoi Colleghi, che opposti si sarebbero a quelle risoluzioni a cui già piegava, spaventando[792] l'Assemblea con un Rapporto dei Ministro dell'Interno, che dipingeva coi più neri colori lo stato del Paese, indotto avea l'Assemblea ad aggiornarsi, conferendogli una specie di Dittatura, a cui l'ultimo ostacolo veniva tolto coll'allontanamento di Montanelli, mandato a Parigi[793]. Fatto solo rettore delle sorti toscane, fu allora che fra i due partiti che gli restavano, d'unirsi a Roma, o di accudire ad una Restaurazione, si attenne a quest'ultimo, avendo egli, repubblicano, voluto prima forse l'unione col Piemonte monarchico, se il Piemonte vinceva; poi il ritorno del Duca come il solo mezzo, così credeva, di evitare l'intervento tedesco. Questa ultima risoluzione, che avrebbe potuto scusare le sue intenzioni, se fossero state leali, non scusava certo il suo senno. Come non vedeva egli che il Duca non poteva tornare che colla Reazione? Che Livorno, non vi fosse stato altro, non si sarebbe piegata mai a quel ritorno? Che, in fine, un'intervenzione armata diventava necessaria[794]?
«Infiammando i sentimenti nazionali, egli potea mettere il suo Paese in solido con Roma; evocando le memorie di Curtatone e di Montanara, potea spingere la terra ov'era nato a dar di sè una testimonianza dell'antico valore; e se destinato era che entrambi quei Paesi cadessero, grande consolazione sarebbe certo stata che cadevano almeno con gloria; gran documento di virtù cittadina alle venture generazioni avrebbero lasciato! Prima che far ciò, egli preferì di assiderare, con mille voci insidiose astutamente sparse, quei po' di spiriti patrii che tuttavia restavano; si oppose ai Corpi Lombardi che chiedevano di traversare il suolo toscano per andare a Roma; blandì con ogni maniera di accorgimenti gli uomini del Principato, e fu stolto abbastanza, o abbastanza orgoglioso, per credere nella riconoscenza loro, o nel bisogno che avrebbero avuto dell'opera sua[795].
«Qual successo potessero aver quelle trame, egli cominciò a immaginarlo la sera dell'11 aprile. Una mano di Livornesi, venuti in Firenze già qualche tempo prima per scuotere la neghittosa che le ambagi del Triumviro avevano assopita, si era impegnata in una lotta con alcuni Fiorentini in cui erano sembrati risvegliarsi tutti gli antichi odii civili[796]. I Livornesi avevano avuta la peggio, e avevano giurato di vendicarsi. Essi erano tornati, forse in un migliaio, il giorno appresso, e Firenze era stata minacciata da una vera battaglia campale. Mercè gli ufficii di molti cittadini la tempesta si era però diradata; i Livornesi erano ripartiti, ma non senza mantenere un cruccio segreto che presto o tardi avrebbe voluto sfogarsi. Ed ecco finalmente che nella sera dell'11 aprile corre voce per Firenze che i Livornesi si battono coi Fiorentini alla Stazione della Strada ferrata; che la Piazza di Santa Maria Novella risuona di colpi e rosseggia di sangue; e l'allarme vien dato alla città, in cui prende allora decisamente il sopravvento il Partito reazionario, che, avendo profittato prima delle ambiguità del Guerrazzi, di quei nuovi fatti allora si valeva per dire i Livornesi rappresentanti dei Demagoghi che insidiavano Toscana, e che era tempo di finirla con quei forsennati che avevano convertito uno Stato tranquillo in un teatro di disordini e di anarchia. Il Partito reazionario concludeva affermando che bisognava tornare alle istituzioni antiche se si voleva la pace, che essi erano Toscani, non Italiani, e che senza ripudiare l'opera dei Democratici non si sarebbero evitate le fiere catastrofi da cui la Toscana era minacciata[797].
«Molti Livornesi macellati in quella sera in Piazza Santa Maria Novella, e le grida di morte ai Lombardi, morte agli Italiani, mentre sparsero la desolazione nell'anima di tutti i buoni, dovettero far accorto il Guerrazzi a che via andava la Reazione.
«L'avvertimento però giungeva troppo tardi. La novella dei fatti di Firenze si spargeva pel contado, dove da qualche giorno manifestavasi qualche commovimento in favore del fuggito Leopoldo, e la mattina del 12 aprile Firenze era percorsa da un'orda briaca, che acclamando al Principe imprecava al nuovo Governo, inferociva con ogni maniera di sevizie contro chiunque le era additato per liberale, andava per abbruciare le case e i fondachi di quelli, che l'opinione pubblica designava per amatori delle cose nuove. La schifosa turba imbestialì a suo senno; così, senza che il Potere costituito ardisse farle opposizione, atterrò gli Alberi della Libertà davanti ai presidii delle Guardie Nazionali, che come smemorate la lasciarono fare, rialzò gli stemmi del Duca facendo gazzarra, e stampò per tal modo un marchio indelebile d'obbrobrio sopra una delle città più gentili di questa terra italiana. Dov'era allora il Governo? Che facea il Municipio? Dove erano le truppe? Come patì la Guardia Nazionale sì rea violenza? La condotta del Guerrazzi portava i suoi frutti; il nulla fare, il paralizzare ogni sentimento patrio, lasciava una delle prime città italiane allo sbaraglio di alcune migliaia di villani; i Liberali piansero di disperazione vedendo l'eccidio a cui le cose erano condotte, vedendo come anche l'onore era stato indegnamente immolato.
«La Reazione percorse tutto il suo stadio, si autorizzò dell'idea fatta spargere dal Guerrazzi, che solo una Restaurazione poteva risparmiare un intervento tedesco. Le grida di morte ai Deputati, morte ai Liberali, rimbombarono per molte ore, accompagnate da atti che per l'onore d'Italia non vogliamo ricordare. Una Commissione fu istituita poi che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato Toscano cominciarono dal retribuir Guerrazzi dei servigi fatti loro, con quella carcere che da tutt'altri, che da essi, avrebbe dovuto meritare[798].
«Le Deputazioni si apprestarono a partir per Gaeta, per richiamare il benamato Principe, e tornare a quelle saggie franchigie troppo dal Guerrazzi e dal Montanelli conculcate. Ma il benamato Principe lasciò scorgere che non voleva far più a sicurtà come prima con quelle dimostrazioni di affetto, e che alcuni battaglioni di tedeschi lo avrebbero meglio rassicurato. Fu allora che anche gli spegnitori di ogni entusiasmo patrio, fu allora che quei reazionarii commovitori delle campagne conobbero che abisso si fossero scavato, e che cercarono (indegno strattagemma) di adonestar l'intervento austriaco, mostrandolo da Livorno solo motivato. D'Aspre però, a cui noiavano tutte quelle reticenze, che voleva anche un po' umiliar Leopoldo pei suoi sentimenti italiani, troncò le ambagi con un Proclama in cui disse, che il Principe stesso aveva voluto quell'intervento. Gli amici del Principato Toscano avrebbero dovuto nascondersi allora per vergogna, se di qualche pudore fossero stati capaci; ma trovarono più idoneo il continuare a bandir la croce sui Repubblicani, dicendo che se anche il Principe non si affidava più in essi, ciò era sempre per opera loro.