«Suggellava in quel momento un patto infrangibile d'amore e d'alleanza coll'esercito, colla Civica antica, colla sorgente e rinnovata Guardia Nazionale. Poi, ad una semplice preghiera del Generale, si disperdea, procedendo alle grida di: Viva Zannetti, Viva la Repubblica, Viva l'Unione con Roma.
«Tali sono le tendenze e le volontà del Popolo che si rivelano ad ogni istante, in qualunque occasione. Noi non sappiamo perchè gli uomini del Governo e quelli che sono da esso preposti sembrino paventare questa salutare espansione del Popolo, e s'industrino a rattenerla. Vanno ripetendo l'ordine, l'ordine, l'armonia. E chi più del Popolo la sente, la coltiva, l'apprezza? Vanno instillandogli che egli non abbia a usurpare una soverchia potenza, facendosi rappresentanza del concetto di tutti, e quasi gl'indicono di porre un freno agli interni aneliti, che sono la prima rivelazione della verità. E chi più del Popolo non l'ha da gran tempo compresa questa verità; di lui che in luogo del monopolio dei privilegiati, ha domandato e domanda il libero esercizio della sovranità universale? Lo spediscono dolcemente alle case con raccomandazione di calma taciturna, quasichè l'aperto grido alla luce del cielo in questo stadio di vita convulsa e interrotta, — d'organismo politico disfatto e rinnovantesi, — non fosse un sintomo, una prima e necessaria manifestazione dell'avvenire!
«Noi estimiamo, noi apprezziamo sopra tutti il distinto carattere, le splendidissime doti dell'egregio Zannetti. L'accento paterno e italiano dell'animo suo trova le vie del nostro cuore come quelle del Popolo. Lo preghiamo solamente a non lasciarsi trarre dal concetto dell'armonia fino a quello della profonda quiete, dall'idea della rispettata legalità fino ad un prolungato e mortale silenzio; — perocchè egli sa come noi e più di noi, quanto nobili e sante sieno le ispirazioni del Popolo accompagnate agli evviva per l'illustre cittadino.» — (Costituente Italiana del 15 febbraio 1849, — Popolano e Alba del medesimo giorno.)
[276.] Nel Galignani's Messenger del marzo 1849, si legge, in certa lettera datata da Firenze: «after spending some time at Florence in attempting to effect the fusion of Tuscany with Rome, he at length repaired to Rome.»
[277.] Io sono stato lunga pezza meco stesso esitante se avessi dovuto citare la opera di Luigi Carlo Farini, come quella, che va deturpata di molte, e potrei dire infinite macchie. Vi ha chi godrebbe, che concitato a sdegno, non ingiusto forse, pei molti errori dettati sul conto mio, e più pel difetto del riguardo, che ogni onesto aver deve a cui versa in pericolo, io gli facessi rabbuffo tale da intronargli la testa. Appunto perchè questo spettacolo si cerca, e si vuole, non si ha da dare; e volta mite la parola a Luigi Carlo Farini, gli dico: «tu hai peccato molto; se per leggerezza, mi appello da te male informato a te bene informato: anco verso gl'Imperatori adoperavasi questa formula, e non l'avevano a male, e tu sai che da Filippo dormente sendo interposto appello a Filippo svegliato, il re multò sè stesso nei danni della iniqua sentenza; nè tu, confido, per carità patria, e per onore al tuo nome, vorrai esser minore del Macedonio; dove poi, e questo repugno credere, te avesse mosso o tristizia di mente malvagia, o viltà di anima venduta, allora io dovrei contristarmi per la Patria, e per te.» Intanto fra i suoi errori, cui a me piace credere involontarii, non ha potuto negare queste verità: «... Il Mazzini era giunto il dì stesso che il granduca partiva da Siena, e vi era stato accolto con grande festa. Egli si era dato a predicare l'unificazione con Roma, che non voleva chiamar fusione; parola a lui ed a' suoi esosa, la quale voleva dire lo stesso, ossia non aveva significato pratico, perchè gli uomini ed i popoli non si fondono come i metalli per calor di libertà e artificio di eloquenza, nè gli Stati si unificano per decreto di assemblee. Ma il Guerrazzi non voleva l'unificazione, e pochissimi erano in Toscana che la volessero; del che gli stessi ufficiali del governo facevano testimonianza: sicchè anche in Toscana il Maestri milanese, legato della Repubblica Romana, faceva poco frutto... Il Mazzini non riesciva a governare nè coll'autorità sua, nè colle pratiche e le grida de' suoi, i negozii politici della Toscana. Modesto egli al sembiante, come ostinato di volontà, desiderava sovra ogni altra cosa fare della Toscana una provincia della Repubblica Romana: ma questo concetto coperto sotto la pomposa parola d'unificazione non andava a versi nè del Guerrazzi, nè del Consiglio di Stato, nè pur dei cittadini più segnalati per liberali caldezze.» Quello che seguita intorno a Montanelli e a Mordini non è vero; e finalmente! «... A Roma egli (il Mazzini) dà sollecita opera a costringer di là Toscana a quella unificazione, a cui la non si voleva piegare, e vi narra che tutti i Toscani ne hanno desiderio, sebbene sappia il contrario; e perora e studia perchè si compia.»
[278.] Il mio Difensore mi narra, come l'Accusa per escludere la violenza si fondi sopra il deposto di due testimoni; e chi sono eglino? Due Custodi del Ministero. E perchè due soli, e gli altri esclusi? Perchè questi due come conservati in impiego reputò l'Accusa degni di fede, i dimessi non parvero sicuri. Badino bene i Ministri ai Custodi che si mettono dintorno, procurino di tenere strette le chiome alla Fortuna, perchè il pericolo, che corrono di vederseli mutati in delatori, e in peggio, è grande davvero. — Ma i Custodi hanno contro il fatto, il senso comune, copia di testimoni più intelligenti e più degni; e finalmente intorno alla violenza relativa il Dispaccio della Spedizione di Portoferraio niente possono deporre perchè essi dichiarano avere lasciato il posto alle 23 ore, ovvero alle ore 4 e ½ pom., e il Dispaccio in discorso fu scritto alle 6 pom.
[279.] Popolano del 9 febbraio 1849.
[280.] Avverti che i Giornali sono scritti il giorno avanti della loro pubblicazione: così l'Articolo Firenze 14 è pubblicato il 15 febbraio.
[281.] Alba, 4 marzo 1849.
[282.] Alba, 11 febbraio 1849.