«E sono accuse fabbricate sopra fatti generali quelle che comprendono ora lo stato di un paese, e il cumulo delle pubbliche disposizioni in certi tempi, e ora una serie determinata di casi che spaventarono il potere, o svelarono un pericolo urgente: qui si trattengono sul contegno e sui fini di un partito, altrove su la tendenza di tale o tale altra opinione, che conta maggiore o minore copia di amici e difensori. In Inghilterra sotto Carlo II erano fatti generali i partiti repubblicano e cattolico, la paura del popolo pel papismo del duca di York, gli sforzi della opposizione parlamentaria; in Francia sotto Enrico IV le diffidenze della Lega e del protestantismo, e lo agitarsi dei gesuiti.» Fatti generali sono da noi le cospirazioni manifeste o palesi del partito repubblicano per ridurre a forma repubblicana la massima parte della Europa, e tutta potendo; le mene bene altramente minacciose di sovvertire lo intero ordine sociale. «Non è giustizia (sempre il Guizot favella), ma persecuzione politica, quella che immagina una congiura indipendentemente da ciò che si referisce agli accusati, che prova con una moltitudine di fatti ai quali gl'imputati sono estranei del tutto, di cui non hanno cognizione, e in cui essi non si trovarono. Non è giustizia, ma politica persecuzione, la raccolta dei fatti fuori dell'accusa speciale intesa a costruirne uno edifizio capace di percuotere la immaginazione, e mostrare fra mezzo un dedalo di confusione e di oscurità il delitto sprovveduto di forme individuali e precise, e poi dire: ecco, il fatto è certo, congiura vi fu; adesso predico, che questi uomini se ne resero colpevoli. — Ecco come la tirannide (parla sempre il Guizot) adopera i fatti generali, quando non potendo trovare il delitto negli uomini va a cercarlo da ogni lato per metterveli dentro. — Questa pratica equivale al gettare lunga rete, e a strascinarla per largo tratto di mare pescando tutti i mezzi per nuocere. In questa guisa tutte le tristi passioni, tutte le vecchie diffidenze dei partiti, tutti i ciechi errori sono evocati, e diretti contro un punto solo. Ed è arte iniqua prendere uomini onorati, e di chiara fama, e metterli a canto di uomini perduti nella pubblica estimazione, quasi per fare riflettere sopra loro la luce sinistra che emana da questi ultimi. Pervertimento deplorabile, conciossiachè avvenga per lo appunto il contrario, che i buoni non iscemino di reputazione, e i cattivi al confronto dei buoni vengano ad acquistare una importanza, che non avrebbero mai posseduto, nè dovrebbero possedere.»

Presago forse che i suoi precetti poco sarebbero attesi, e per avventura nemmeno letti, con più gravi parole insiste il pubblicista della Monarchia Costituzionale, «che fra tutte le pesti di cui la empia virtù contamina la giustizia quella dei fatti generali è la più pericolosa: per lei considerazioni vaghe vengono sostituite ai motivi legali; per lei la condizione dei prevenuti è snaturata così, che si trovano immersi dentro una atmosfera oscura e dubbia, indizio certo della invasione della politica sopra la giustizia, della presenza del dispotismo, e dello approssimarsi delle rivoluzioni. — Fra tutti i sentieri, per mezzo dei quali la giustizia entra nella via della iniquità, i fatti generali sono il più largo e il più fatale, però che esso si chiuda irrevocabilmente dietro a coloro che l'hanno passato.»

Pellegrino Rossi dettando il suo Trattato del Diritto Penale ammaestra, che l'Accusa incolpando di tradimento i Ministri può fondarsi sopra fatti generali, a differenza dei privati, pei quali forza è che adduca fatti speciali. Ma, considerato quanto sia dura la condizione del Ministro in simile caso, aggiunge ch'egli ne trova compensamento nelle maggiori garanzie offertegli dalle forme dell'accusa e del giudizio, e dal tribunale eccezionale e politico dei Pari. Pei privati, il giudizio è più legale che politico; pei Ministri, più politico che legale.

Ora, mercè i miei Giudici, non si concede il mio Tribunale naturale ch'è il Senato, e si costruisce l'accusa di fatti generali. Ministro sono pel modo della incolpazione; per quello del giudizio, privato. La offesa è politica, la difesa deve procedere dentro le angustie delle prove forensi. Lo Accusatore per sè usurpa la Tribuna dei Parlamenti, me poi costringe a rispondere dallo sgabello dei comuni imputati: per sè egli reclama le licenze della fantasia, me condanna al rigore dell'abbaco. No, questa non è giustizia: accusa politica mi apponeste, datemi ancora il mio Tribunale politico, — il Senato. —

III.
Esposizione dei fatti generali composta dall'Accusa.

I documenti dell'Accusa ben possono andare contenti
Di questa digression, che a lor non tocca!...

Onde non cadesse dubbio intorno al modo, ecco che il Decreto del 7 gennaio 1851 apertamente intitola la sua rete lunga strascinata per largo spazio di mare Esposizione del fatto in genere (p. 2). e poi passa agli Addebiti speciali (p. 19). E, perchè il fatto risponda alle parole, così racconta: «La Toscana non andò del tutto esente dalle commozioni che negli anni 1820, 1821, 1832 agitarono alcune provincie italiane, ma dalle riforme introdotte negli Stati Romani dopo l'assunzione al pontificato di Pio Nono, molti Toscani presero argomento per desiderare che si convenisse in diritto il fatto delle libertà toscane. Il Principe, mosso da considerazioni generali e speciali, largiva al paese la rappresentanza nazionale; ma la rivoluzione francese del 24 febbraio 1848 suscitò smoderate voglie in coloro che reputavano impossibile conseguire la indipendenza nazionale senza accettare la forma repubblicana; le quali voglie sempre più si accesero dopo lo infortunio delle armi italiane, e allora si dette opera a congreghe politiche per superare ogni ostacolo che alla instituzione della Repubblica si opponesse. I maggiori sforzi in Toscana si manifestarono nel 1848; giunsero al sommo dopo la sconfitta di Novara. Però fino sul cadere del 1848 una grave e profonda agitazione fra noi turbò la pace e la floridezza toscane, e ne condusse sotto il dominio di fazione cospirante contro la Monarchia; e la plebe spinta dalla fazione irrompeva allora ogni momento nelle piazze, resisteva alle leggi, disprezzava le Autorità. I circoli si facevano centri di violenze e disordini. La stampa, tranne poche eccezioni, travolgeva i più santi principii dell'onesto vivere civile. Il ministero Capponi, per ricondurre in calma la sconvolta Livorno, vi mandava governatore Montanelli, reputato in cotesti tempi uomo di fede candida, e conciliatore; se non che Montanelli, obliando il mandato, cresceva legna al fuoco col pubblicare la Costituente italiana. Il ministero Capponi ebbe a dimettersi, e incaricato il Montanelli di formare un nuovo ministero, mentre protestava devozione alla Monarchia Costituzionale, e prometteva tenere lontano dal governo il Guerrazzi (creduto autore principale dei moti livornesi), propose tosto a suo collega quel Guerrazzi di cui poco addietro aveva consigliato lo arresto per fatti delittuosi, che asseriva a lui noti, e che aveva schernito e vilipeso nei suoi scritti. La fazione esulta del nuovo ministero appellato democratico. Animata principalmente dal Programma ministeriale del 28 ottobre 1848, che dichiarava preferire al silenzio per paura il trasmodamento per licenza, l'anarchia si fa sempre più temuta e irresistibile, come ne somministrano testimonianza la violenta occupazione dei forti di Portoferraio; la barbara orgia di Livorno per la strage del conte Rossi, assistente il Governatore; le violenze elettorali; le offese contro alcuni giornalisti e deputati avversi, o tali creduti, al Ministero; la invasione del palazzo dello Arcivescovo di Firenze costretto a esulare; le furie di una stampa empia e sovvertitrice. — In tanto sconvolgimento, il Governo, o complice, o impotente, se non rimaneva affatto inoperoso, restringeva la sua azione a parole e provvidenze ingannevoli; quindi il presagio della prossima rovina della Monarchia e dello Statuto appena se ne fosse presentata la occasione. La Costituente proclamata dal Montanelli dava la pinta, perigliosa com'era pel suo indefinito concetto alle Monarchie italiane, sicchè la demagogia della Penisola l'accolse esultando e mescendo l'acclamazione della Costituente alla strage del Rossi, e alle violenze esercitate contro il Pontefice costretto ad abbandonare i suoi Stati. Al quale successo deplorabile non rimase estraneo il Ministero democratico, e particolarmente Montanelli, il quale favorì esecrabili articoli sul Papato, mentre domandava affettuoso la benedizione dal Papa, e spediva La Cecilia a Roma per tenere accordi con parte repubblicana, e sovvertire la pontificale monarchia. I faziosi, udita la notizia della romana Costituente, si commuovono e si agitano perchè il Ministero ne ricavi argomento per chiedere, ed ottenere dal Principe l'approvazione al progetto di legge della Costituente. Invero, nel 21 gennaio 1849 il Circolo fiorentino sotto le Logge dell'Orgagna proclama la necessità della Costituente instituita mercè il suffragio universale; e tumultuante trae alla Cattedrale, e al Palazzo Arcivescovile, dove, dolenti i buoni, inerte il Governo, accaddero le violenze esaltate a cielo dai giornali del tempo; nel successivo giorno lo stesso Circolo presentava al Consiglio indirizzo col quale chiedevasi minacciosamente, che per via di suffragio universale i deputati alla Costituente italiana sollecitamente si eleggessero; e ad arte si sparsero per la città rumori, che il Consiglio avrebbe patito violenza se la proposta del Circolo non fosse stata senza porre tempo di mezzo discussa ed accolta. Così disposte le cose, alcuni ministri si condussero presso il Principe, e adducendo (arte del tempo) il pericolo d'imminenti subbugli, e dopo molte ore di combattimento, ottennero l'assenso sovrano per la presentazione della legge del 22 gennaio 1849; nè però lo assenso fu dato assoluto, sibbene con riserva circa allo esercizio del veto, come si ricava dalla lettera del Principe scritta in Siena il 7 febbraio 1849, dove dice, che egli manifestò il dubbio del pericolo della censura, la quale sarebbe dipesa principalmente dal mandato da conferirsi ai deputati della Costituente. La legge fu presentata per urgenza: la Commissione proponeva l'ammenda — che le attribuzioni dei deputati alla Costituente italiana, e il luogo, e il tempo della convocazione dovessero determinarsi per via di una legge successiva, — ammenda che se fosse stata accettata salvava i dubbii dal Principe manifestati ai Ministri, ma conflittata gagliardamente dal Montanelli, sostenuto dal tumulto delle tribune, che quasi soffocarono la discussione, riuscì ad ottenere il mandato illimitato sopra le cose e le persone. La Camera dei Senatori approva anch'essa la legge. Il Granduca partiva per Siena, dove la sua famiglia reale godeva ospizio affettuoso e fedele, e quivi egli avrebbe potuto esercitare la regia prerogativa, se i faziosi non ne avessero turbata la quiete, mal sofferendo le accoglienze e i plausi fatti al Principe, non disgiunti da gridi contro la Costituente. In quei giorni la demagogia macchinava la distruzione del Principato, come si ricava da certa lettera del Mordini, la quale dichiara: avrebbe provocata la dimissione del Ministero toscano tra il primo e il cinque febbraio, proclamato la dittatura nelle persone di Montanelli, Mazzini, e Guerrazzi, e inviatili a Roma per domandare la immediata unificazione di fatto fra gli Stati Romani, Veneziani, e Toscani; e quindi i Faziosi e i Partigiani della rivoluzione per mezzo dei loro giornali, non escluso il Monitore, presero a prorompere in obbrobrii e minaccie contro la fedele città: il Circolo di Grosseto denunzia le dimostranze di affetto dei Senesi al Granduca come mene aristocratiche, e chiede l'abolizione dell'Articolo 70 dello Statuto: quello di Arezzo dice deplorabili i casi di Siena, impreca la vendetta del cielo contro il partito degli Aristocratici, propone sostenere armata mano i liberali di cotesta città: l'altro di Firenze per le notizie di Siena si dichiara in permanenza, nomina Commissarii per opporsi alle mene dei Retrogradi, scrive al Circolo di Siena chiedente soccorso; stesse di buono animo, recarsi costà Montanelli, Marmocchi, e Niccolini, i quali avrebbero posto il capo a partito ai malvagi e agli stolti; e Montanelli infatti partiva in compagnia degli altri mentovati, recando seco lire 1400, e Siena per la infausta presenza loro, improvvisamente mutata, tumultuava, sicchè il Principe temendo gravi calamità dall'approvazione della Legge, e diffidando in tanta esaltazione del libero esercizio del veto nella Capitale e in Siena, si allontana da questo luogo cercando altrove un asilo contro alle violenze, protestando però di non volere abbandonare il suo diletto paese, come apparisce dalle sue lettere ai ministri. Niccolini torna frettoloso a Firenze a recare notizia del caso al Guerrazzi, e seco lui si rimane gran parte della notte; poco dopo sopraggiunge Montanelli lieto in vista, e, convocati i Ministri, deliberano adunare per urgenza il Consiglio generale, e rassegnare lo ufficio; nè i soli Ministri convennero nella notte del 7 all'8 febbraio in Palazzo Vecchio, ma, invitati, ancora, Mordini, Dragomanni, e i fratelli Mori, che usciti di là col Niccolini si conducono al convento di Santa Trinita, e adunano il Circolo, il quale in preferenza delle Camere riceveva primo le partecipazioni ministeriali; agli adunati i Faziosi palesano la partenza del Principe, e lo vituperano; invitano il popolo, promettendo pagamento, a intervenire pel giorno successivo a pubblica adunanza sotto le Logge dell'Orgagna. A tutte queste operazioni non dovè rimanere estraneo il Ministero, o almeno alcuni di coloro i quali lo componevano, sì perchè lo allontanamento del Principe da Siena, qualificato abbandono, presentava opportunità a operare la rivoluzione per cupide o ambiziose voglie meditata da tempo remoto; sì perchè Niccolini disse a Montazio, intenzione di Montanelli e Mazzoni essere che il Circolo prendesse la iniziativa per la formazione del Governo provvisorio; sì perchè il Mazzoni dichiarò, che la riunione dei Circoli venne provocata dal Governo; sì perchè gli agitatori del Circolo furono dal Governo confessati suoi commessi, e pagati, secondo che si ricava dal biglietto del Mazzoni dell'8 febbraio 1849. — Gli Agitatori per mandare a compimento i disegni macchinati nella notte, traggono tumultuanti sotto le Logge dell'Orgagna; Mordini apre la seduta con apparato di bandiere e di cartelli, in mezzo a curiosi e tristi pagati poi coi danari dello Stato; quivi notificano la partenza del Principe, la sua condotta calunniano, il suo nome vituperano, la sua decadenza decretano, il Governo provvisorio proclamano, una mano di plebe è spinta contro l'Assemblea per imporle la sua volontà. In questa i Deputati si adunavano per udire le comunicazioni del Ministero. Invano il Presidente Vanni, avvertito poche ore innanzi, prevedendo saviamente i pericoli della seduta, propose la riunione del Comitato segreto; Guerrazzi si oppone, dicendo volere seduta pubblica; non temesse il Presidente, perchè le disposizioni erano prese per tutelare la libertà della discussione; invano alcuni Deputati la proposta del Vanni rinnuovano; invano il Presidente torna ad invitare il Ministero a condursi nella sala delle Conferenze per tenere tranquillamente una discussione preparatoria; Guerrazzi e Montanelli vi si ricusano pertinaci. Si apre alfine la seduta pubblica. Montanelli salito in tribuna annunzia la partenza del Principe da Siena, e legge le granducali lettere. Non era terminata la lettura, quando il Popolo da un lato irrompe minaccioso e fremente nelle tribune, dall'altro 13 o 20 forsennati invadono l'emiciclo, preceduti da un cartello, dove a grandi caratteri stava scritto: Governo provvisorio — Guerrazzi — Mazzoni — Montanelli. Niccolini antesignano degl'invasori presa la parola bandisce: decaduto il Principe, le Camere sciolte, il Governo provvisorio deliberato dal popolo padrone; l'Assemblea vi aggiunga per formalità il suo voto: altramente guai! — Il Presidente alla strana intimazione risponde: vietata la parola ai non Deputati; se il popolo ha petizioni da presentare, le depositi, la Camera si ritirerebbe, e le prenderebbe in considerazione; al che fieramente Niccolini soggiunge: non essere quella petizione, ma comando del popolo al quale la Camera deve obbedire. Plaudono i tristi con minaccie e con urli; il Presidente seguito da alcuni Deputati si ritira nella sala delle Conferenze; il tumulto continua; Niccolini salito in tribuna legge il decreto del Circolo intorno alla decadenza del Principe. Guerrazzi invitato per la terza volta a recarsi nella sala delle Conferenze risponde: «Io non mi muovo di qui perchè non ho paura del Popolo.» Montanelli pregato dal Tabarrini a sedare il tumulto replica: «non è più in mia mano farlo.» Si sentono minaccie di morte ai Deputati che si assentassero. Vanni ritorna nella pubblica sala cedendo al timore, incussogli dal Montanelli, di guerra civile e di strage. — Riapertasi la seduta, Guerrazzi legge il Processo verbale dettato nella notte dai Ministri, concludendo deporre il potere per lasciare il paese a sè stesso. Incomincia un simulacro di discussione alla presenza degl'Invasori e dei Tumultuanti, dopo la quale, sotto la coazione evidente della forza maggiore, la Camera delibera un Governo provvisorio, senza determinarne lo scopo nè le attribuzioni, nominando a comporlo le persone indicate dagli agitatori che lo avevano imposto, e finalmente si scioglie al grido del Montanelli: «Se Leopoldo di Austria ci ha abbandonato, Dio non ci abbandonerà!» I Faziosi, conseguito lo intento, conducono gli eletti sotto le Logge dell'Orgagna, dove, per attestare fiducia al popolo, e confermarlo nella presa deliberazione, arringando dicono: — fuggito il Principe, — falso pretesto lo scrupolo di coscienza allegato, — motivo vero il desiderio di dare luogo all'anarchia e alla guerra civile.... — rammentasse il Popolo i suoi diritti.... Dio avere scritto sotto i merli del ballatoio di Palazzo Vecchio la parola Libertas, perchè il Popolo dopo tanti secoli vi rientrasse padrone. Ciò fatto, i Triumviri salgono in palazzo, il Circolo si ritira a Santa Trinita imprecando a Leopoldo secondo, e acclamando la repubblica. Il Governo, per mostrarsi grato ai suoi partigiani, invita per mezzo del Guerrazzi il Circolo a tenere la sua adunanza nel salone del Palazzo Vecchio nella sera del 9 febbraio, come di fatto avvenne, e a spese dello Erario vi fu festeggiata la partenza del Principe, vilipeso il nome, applaudito il Governo provvisorio, preparata la instituzione della Repubblica; nè qui si ristette, chè, ricompensando coloro che avevano violentato il Consiglio generale, promosse Mordini a ministro degli Esteri, Ciofi gestatore del cartello nell'emiciclo mandato a Siena, Dragomanni cancelliere della legazione toscana a Costantinopoli; Niccolini ricompensato con danari (da Guerrazzi ebbe dieci scudi!). Da questi fatti emergono fino di ora bastanti argomenti a convincere, che il Governo dell'8 febbraio ed i suoi principali aderenti avevano artificiosamente preparata, o per lo meno accettata coi suoi criminosi caratteri la rivoluzione, considerando abolito lo Statuto da essi giurato, e reputandosi commessi non già a mantenere il potere conferito alla persona del Principe secondo il diritto universale in casi analoghi, ma sì a consolidare le basi della Rivoluzione.» —

Per ora basti fin qui, chè il rimanente sarà tema doloroso della speciale Difesa.

IV.
Confronto del metodo praticato dall'Accusa con le dottrine del Guizot.

Questo metodo presenta i caratteri indicati dal Guizot? Furono accumulati fatti a me estranei? Fui immerso dentro una atmosfera vaga e indefinita dove non si trova la strada per uscirne? Si espose la storia, o piuttosto la novella dello stato del paese, e delle pubbliche disposizioni, per appuntarmela al petto? Fuori dei fatti dell'accusa speciale non fu egli costruito uno edifizio per rovesciarmelo sul capo? Ebrei con Sammaritani mescolaronsi o no? La Chimera favolosa non si doveva vedere ridotta a verità nei Documenti della Accusa? La lunga rete non si strascinava per tratto largo di mare onde pescare di tutto un po' ai miei danni; fatti estranei, induzioni, rumori plebei, calunnie, rabbia di partiti, sofismi, per invilupparmici dentro? Non si è prima tentato di stabilire una cospirazione diretta a distruggere la Monarchia Costituzionale, e poi si è detto: ecco il colpevole?