«Ed ora in te non stanno senza guerra

«Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode

«Di quei che un muro, ed una fossa serra;»

non hanno virtù alcuna per commuovere le ardue viscere dell'Accusa. A noi il pianto nasconde la dolentissima storia.... ed anche all'Accusa questi fatti nasconde.... il pianto no.... ch'ella non piange mai, — ma il fiero talento di nuocere a torto, in onta al vero, e con angoscia della innocenza; — che cosa dunque rappresenta fra noi questa Accusa?

I Rapporti governativi depositati negli Archivii del Ministero, fin qui non concessi, mi davano abilità di fare stampare quanto segue nel Monitore del 5 febbraio 1849: «S. A. il Granduca si condusse, secondo il solito, a Siena per visitare la Reale Famiglia che sverna costà. Un Partito di pochi, e, piuttostochè tristi, stupidi retrogradi, si valse della presenza dell'Ottimo Principe per fare una dimostrazione avversa alla Costituente, coonestando lo stolto intento con acclamazioni al suo Nome, le quali non potevano essere se non che universali. — Di qui avvenne la reazione; e i retrogradi ebbero la peggio, rilevando alcuni di loro parecchie ferite. La Giustizia informa: molti arresti sono stati operati; alcuni arrestati confessarono, a un tratto, essere stati pagati: a vero dire, sottilmente pagati, perchè i retrogradi hanno copia di generosità come d'intelletto. — Intanto il Principe, per queste angustie dell'animo e per disposizione di corpo, è caduto infermo. Sebbene obbligato a tenersi giacente, non ha febbre, ma sonnolenza e gravezza, dolore di capo, e gli altri segni tutti di forte reuma. Il Consiglio dei Ministri, ieri sera, aveva deliberato mandargli qualche Ministro per circondarlo della responsabilità ministeriale, e il Presidente Montanelli si chiamò pronto a partire. Nella notte sono arrivate notizie da Siena, le quali istruiscono che il Principe desidera e chiama intorno a sè parte del Ministero, o per lo meno un Ministro. Così il pensiero ministeriale si è trovato d'accordo co' desiderii del Principe. Il Presidente Montanelli è partito in compagnia del Segretario Marmocchi di patria sanese. Queste notizie, della verità delle quali non è dato dubitare, abbiamo voluto rendere palesi, affinchè ogni trepidazione cessi, e la città si rassicuri. La stretta armonia tra il Principe e il suo Ministero, anzichè soffrire alterazione, ogni dì più si conferma

Ora, comecchè coteste cose non mi tocchino, tuttavolta in omaggio del vero, esaminiamo se il Granduca statuisse la partenza da Siena prima o dopo l'arrivo del signor Montanelli. Già fu avvertito che il Presidente lasciava Firenze il 5 febbraio, ed arrivava il 6 a Siena nella mattinata. Ora, dai Documenti pubblicati dal Ministero degli Affari Esteri Inglese, intorno ai casi d'Italia, per essere presentati alle Camere del Parlamento, s'impara come Lord Hamilton avverta il Visconte Palmerston, nel 7 febbraio, che il Granduca desiderava uno dei vapori inglesi stanziati in Livorno per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano.[229] — Dunque, se si calcola il tempo che un messaggio impiegava allora, per difetto di strada ferrata, da Siena a Firenze, il tempo per mandare a Livorno e ottenere risposta dai Comandante Inglese, il tempo per riscontrare S. A., il tempo finalmente perchè il piroscafo giungesse nel prefisso giorno a San Stefano per imbarcare S. A., non sarà indiscreto supporre che, o nella notte del 5 febbraio, o almeno nelle prossime ore matutine del giorno 6 pervenisse al Ministro Inglese la richiesta di S. A. per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano. — Però ci persuaderemo che la risoluzione presa di partirsi da noi, precedeva, non susseguiva, l'arrivo del signor Montanelli a Siena: e ci persuaderemo eziandio, che infausti consiglieri di quella furono i successi accaduti dal 30 gennaio al 5 febbraio, non già la presenza del Montanelli e dei seguaci suoi.

I Documenti dell'Accusa si sbracciano a volere trovare un concertato fra i disegni dei Repubblicani, le agitazioni di Siena e la presenza dei signori Montanelli e Marmocchi in cotesta città: in prova di ciò allegano certa lettera di Antonio Mordini a Lorenzo Corsi ingegnere di Arezzo; ma è di evidenza intuitiva che il concetto di quella non accorda per nulla con quanto avvenne, nè con quanto il Ministero operò. Infatti la lettera si basa sul caso possibile della dimissione del Ministero toscano che il Partito provocherà fra il 1o e il 5 febbraio. Ora questa dimissione non solo non avvenne, ma in quel medesimo giorno 5 il Monitore annunziava, per mia diligenza, che l'armonia fra il Principe e il suo Ministero, invece di soffrire alterazione, ogni dì più si confermava. — E chi, Dio mio, non lo avrebbe creduto al pari di me? Da Siena, lettere confidenziali di persona intima all'A. S. me ne assicuravano sollecito il ritorno; delle notizie, pervenutemi per via particolare e colà trasmesse, mi ringraziavano; di usare solerte opera onde la città rimanesse tranquilla mi raccomandavano. Lusinghiere, amorevoli erano coteste lettere, ed io mi vi affidavo intero. Nè andava di tanta benignità immeritevole la mia fede, perchè ogni mio riposto consiglio manifestava al Principe, e perfino la mia corrispondenza privata. —

E non avvenne la Dittatura immaginata dal Mordini, nè il nostro invio a Roma; e gli sforzi miei erano diretti a conseguire il ritorno del Granduca, la sua partenza non già, e fatti e scritti il dimostrano; nè la unificazione con gli Stati Romani, Toscani e Veneti, nè alcuna delle cose quivi indicate successero. Io non so pertanto che consiglio sia questo di andare a trovare un nesso tra il fatto mio e le infinite fantasie uscite dagli accesi cervelli di quei tempi; molto più quando fra loro appariscono siffattamente disformi.

Il Decreto del 7 gennaio 1851, nel § 16, dice espresso, che Montanelli andò a Siena seguíto da Marmocchi, e più tardi da Niccolini: l'Accusa del 29 gennaio 1851 ostenta ignorare se eglino con Montanelli andassero, o innanzi o dopo esso. Nè questa esitanza si creda priva della sua buona ragione, imperciocchè tutti i Documenti vorrebbero trovare che il subuglio in Siena avvenisse dopo, non prima la giunta loro a Siena. Ma no; anche il Lunario è inesorabile: il gennaio nell'ordine dei mesi viene innanzi al febbraio, e nel processo dei numeri il 5 tiene dietro al 4. Molte cose possono fare e molte ne hanno fatte i Giudici, ma porre febbraio prima di gennaio, e il 4 dopo il 5, non possono: però, se non lo possono fare, lo possono dire; e lo dicono, e certamente non si risparmiano da scriverlo. Il Decreto del 7, § 17, imperturbato afferma che i movimenti anarchici accaddero dopo il 5 febbraio, pei quali cessò la sicurezza della reale famiglia; l'Accusa, § 54, anch'essa sostiene, che Siena, bastantemente tranquilla.... fino ai primi di febbraio, cambiò tosto aspetto e trascese alla rivolta. Il Lunario dice che i moti anarchici avvennero dal 30 gennaio 1849 al 5 febbraio 1849. Il Lunario dice che la deliberazione presa di abbandonare Siena, e imbarcarsi l'8 a Santo Stefano, ebbe a precedere, per necessità, l'arrivo del Montanelli; ed il Lunario intende avere ragione, ed il Lunario l'ha, perchè per mostrare che il torto è del Lunario questo non si tribola, e non può tribolarsi col carcere. Felice Lunario! Leggendo attentamente l'Atto d'Accusa, § 45, non trovo che dopo lo arrivo del Montanelli altro abbia saputo raccogliere che conferenze con pretesi demagoghi, dimostrazioni apprestate, voce di danaro sparso, opinioni di mutate condizioni della città; ma gli assembramenti, le grida in senso opposto, le percosse, le ferite, il Granduca costretto a presentarsi alle moltitudini, le minaccie: «uccisi prima i Repubblicani, daremo addosso ai Signori;»[230] gli Scolari deliberati ad abbandonare Siena, e il fatto dello abbandono; le bande armate per la città; il proponimento di non usare d'ora innanzi misericordia; il Lunario inesorabile dice che successero dal 31 gennaio al 5 febbraio, e non dopo il 5 febbraio 1849; anzi dall'agosto del 1848, quando vi fu chi ebbe cuore d'irridere i reduci dalla infelice guerra lombarda!

I Documenti dell'Accusa talvolta capiscono troppo, e talora troppo poco: se volessero leggere meco i Rapporti di polizia, troverebbero questi fatti semplicissimi che loro racconto. Due Partiti da molto tempo travagliavano Siena: uno smanioso del Principato assoluto, nemico naturalmente di guerra, avverso alle dubbie fortune, il quale alla patria, alla gloria, alla voce stessa del Principe, che pur ci chiamava ad impresa ch'era e che fu detta santa, la tenace conservazione, e lo ignavo godimento del paterno censo anteponeva; l'altro, promotore del Principato Costituzionale, della Costituente, e di quanto altro in quei tempi antichi andava per le bocche (chè per i cuori mal saprei dire davvero) dello universale; conciossiachè vuolsi notare da cui fa studio della verità, come dalle stesse carte dell'Accusa non ricavo che in Siena si acclamasse la Repubblica nè prima, nè quando giunse il signor Montanelli. Il primo provocò il secondo, questi raccolse le forze, e andò a combatterlo; quindi scontri deplorabili e timore di peggio. — L'Accusa sembra che lealissimi, degni di onore, amici veri del Principato reputi quelli che acclamavano: — al Principe solo, e basta; — che urlavano: — Morte agli scolari! — che spiegavan bandiera bianca e rossa; che imprecavano alla guerra della Indipendenza, che insultavano la gente, che in piazza si presentavano armati, e a cui non gridava come loro davano di buone coltellate pel mezzo della faccia: — demagoghi (dacchè oggi di questa parola è gran consumo nelle scritture, specialmente nelle curiali), e meritevoli di perpetua infamia gli altri che spiegavano bandiera tricolore, e alla Costituente applaudivano. Ma la guerra della Indipendenza avevano bandita i Ministeri tutti, il Parlamento, e il Principe stesso; ma la bandiera tricolore era stata dichiarata bandiera nazionale; e tutti, badate bene, tutti, o di seta al cappello, o di smalto fra i ciondoli dell'orologio, ne portavano il segnale; ma tricolore fu dato il nastro ai Deputati donde pendeva la medaglia, tricolore la sciarpa che ricingeva il collo ai Senatori, tricolore il nastro della medaglia che, mostrando la effigie del Principe, consolava i suoi sudditi dell'angoscia per la guerra dove li tradì la fortuna, non l'animò; tricolori le bandiere giurate, tricolori le bandiere agitate dalla sovrana destra dai balconi della regale dimora; ma i padri mandavano i figliuoli a studio in Siena, perchè vi venissero istruiti e non ammazzati; ma la Costituente proposta alle Camere con Decreto del Principe e votata dal Parlamento, finchè non era reietta col veto, doveva rispettarsi.