Ai fatti narrati io vedo opporre la testimonianza di alquante persone, intorno al deposto delle quali una cosa sola dirò: che nè anche l'Onnipotente può fare che il fatto non sia. A che questi testimoni di cose che l'Accusa stessa, co' suoi Documenti, smentisce? Perchè ricorrere a così torbida sorgente? Non tali auxilio.... doveva esclamare l'Accusa, come Ecuba quando vide Priamo barcollante sotto il peso delle armi; ma l'Accusa accolse Priamo e mi ha preso anche Tancredi. Purchè mordano, l'Accusa accetterebbe gli orsi, non che gli eroi dei poemi epici! O non vi sono dentro gli Archivii i Dispacci del Prefetto, i Rapporti dei Delegati, le informazioni del Provveditore della Università di Siena, le Procedure incominciate o concluse? E mentre l'Accusa tiene queste lucerne sotto il moggio, o come fa ella a mettere sul candelabro un Misuri copista, un Baldassini tappezziere, un Fedeli sarto, un Corsi falegname, e un Tancredi (senza avvertirci se sia diverso dallo amante di Clorinda), i quali vi dichiarano (e l'Accusa par che lo creda) che Siena era tranquilla, ma che venuto il Montanelli venne il diavolo?... L'Accusa non dice se qui il testimone si sia fatto il segno della santa croce. — È notabile una lettera confidenziale di Niccolini al Circolo di Firenze, dove gli si dà ragguaglio di quanto egli operò a Siena il 6 febbraio 1849: in quella egli non ispaccia il nome del Governo, nè se ne dice incombensato, nè propone, o fa cose che gli si possano riprendere.[231]
Io per me, quando considero i Documenti dell'Accusa e li confronto con quello che so, ed è vero, e si trova nelle carte officiali del Governo, non posso impedire alla mia mente di meditare sopra la tremenda sentenza del signor Thiers: «Nei tempi in cui si agita la discordia civile, si vedono quei vergognosi processi dove il più forte ascolta per non credere, il debole parla per non persuadere.»[232]
§ 2. Invito al Circolo Fiorentino di tenere le sedute in Palazzo Vecchio.
I Documenti dell'Accusa ritengono che io invitassi il Circolo fiorentino a tenere una orgia rivoluzionaria nella Sala di Palazzo Vecchio, che per mio ordine fu illuminata a festa, dopo avere rimproverato il signor Lanari, perchè non concedesse il suo Teatro per celebrare cotesta solennità di Popolo.
Ora io dichiaro siffatto invito apertamente falso. Nel giorno 8 febbraio, tra le altre pretensioni del Popolo, dei Repubblicani, dei Demagoghi (chiamateli come meglio vi piace, ma di quella gente insomma a cui nessuno di quanti mi accusano avrebbe saputo dire di no in nulla, — assolutamente in nulla), vi fu quella di volere tenere Circolo nella Sala di Palazzo Vecchio. Tanto poco io lo invitai, che il Circolo volle la Sala quasi in sussidio per non essere stato accolto nel Teatro Nuovo. Tanto poco io lo invitai, che scrissi parole acerbe al signor Lanari per rimproverargli il suo rifiuto, nello scopo appunto, che cotesta vicinanza molestissima non venisse ad annidarsi in Palazzo Vecchio; e se adoperai la espressione di solennità popolare, ciò feci perchè, come costumava a quei tempi, ebbi a scrivere il biglietto sotto gli occhi dei petizionarii. Comecchè io primo confessi che sarebbe stato un impossibile, tuttavolta, immaginiamo che l'onorevole Magistrato, che sostiene adesso le parti di Regio Procuratore, nell'8 febbraio si fosse trovato nei miei piedi, ed avesse creduto per lo meno reo consiglio scrivere il biglietto al signor Lanari onde allontanare il Circolo da Palazzo Vecchio, e di questo biglietto avesse dovuto fare portatori i petizionarii; io mi attenterei domandargli, così per mia istruzione, se avrebbe scritto sotto ai loro occhi: vi raccomando accomodare questa geldra di ribaldi degna di corda, del vostro Teatro, per certa orgia rivoluzionaria con la quale intende deturparvelo materialmente, e moralmente....? Ecco, io sono uno di quelli, che credo che l'onorevole Magistrato non avrebbe scritto precisamente così; e mi ha da essere cortese, che tra scrivere queste parole il giorno 8 febbraio 1849, sotto gli occhi dei rappresentanti il Circolo fiorentino, e scriverle nel 29 gennaio 1851, nel § 73 della sua Requisitoria, un qualche divario vi potrebbe pur correre![233] Andate a vuoto le preghiere, le offerte di pagamento, ed anche le minaccie, se così si vuole, per allontanare il Circolo, onnipotente in quei giorni, i suoi rappresentanti tornarono più imperiosi che mai a volere il salone di Palazzo Vecchio; e questa verità di per sè si comprende, imperciocchè, se avessi inteso invitare il Circolo nel salone, non avrei adoperato tutte le vie perchè non ci entrasse. Ricordo come, per ischermirmi, osservassi non convenire che una sala deturpata con le pitture rappresentanti il Trionfo di Cosimo I sopra città innocentissima, udisse la eloquenza di uomini liberi: ma non mi valse, perchè risposero che il Savonarola l'aveva fatta fabbricare a posta per favellarvi di libertà, e che il Popolo voleva usare liberamente degli edifizii fabbricati da lui, nè più nè meno come disse il Circolo sanese quando volle occupare il salone delle Alabarde; per lo che lascio considerare a chi legge, se tanto pretendeva nel 30 gennaio del 1849 a Siena il Circolo sanese, che cosa dovesse pretendere l'8 febbraio il Circolo fiorentino a Firenze![234] — Con simile ripiego mi riuscì, più tardi, salvare la campana del Bargello, venerabile monumento di patria antichità, minacciata anch'essa della fusione: tanta era la smania del fondere a quei tempi! Allora posi loro sott'occhio la spesa della illuminazione, grave sempre, adesso gravissima pei bisogni della guerra: non la potei spuntare: ridotto a piè del muro, non nego avere detto al signor Giuseppe Nardi: bisogna contentarli; — ma tardi, verso sera, tornato invano ogni schermo, ogni pratica venuta meno per mandare il Circolo altrove; ed anzi parmi ricordare avergli detto, com'era vero, «lo vogliono;» ma se io male non appresi la mia lingua, mi sembra che il termine bisognare corrisponda ad essere di necessità; ed è scrivendo o parlando il più usitato, quantunque, per vaghezza di variare, si muti talora con la frase — è forza, tal altra con quella — fa di mestieri, e simili. Però, se fui costretto codesta sera a cedere, mi adoperai, facendo tenerne proposito a parecchi caporioni del Circolo, perchè andassero altrove a piantare i loro tabernacoli, principalmente insistendo sopra la improvvida spesa. Voglio aggiungere un altro fatto, ed è, che se avessi invitato il Circolo, non mi sarei mostrato di tanto scortese a non accoglierlo di persona, o almeno, per breve ora, visitarlo: ma no, io non lo accolsi, neanche per un istante mi vi affacciai. Questi fatti bene poteva attestare il signor Nardi archivista del Ministero dello Interno, e poteva attestare altresì se io, repugnante, come quello che patisce forza, o volenteroso, come chi invita, lasciassi entrare il Circolo nel Palazzo Vecchio. Se il signor Giuseppe Nardi (la quale cosa non credo, però che egli mi parve onestissimo uomo, e mi dorrebbe più per lui che per me se dovessi persuadermi adesso di essermi ingannato) per peritanza che spesso, e a torto, sente uno impiegato a deporre in favore del caduto in disgrazia, non avesse somministrato testimonianza del vero, non mancano testimoni che sappiano e vogliano attestarne, conciossiachè lo espediente a cui mi appresi, per sottrarmi, si sparse per la città, dando luogo, siccome avviene, a novelle. Intanto l'Accusa si acquieti di questo, che, per quanto cercare ella faccia, ella non troverà che prima e dopo l'8 febbraio il Circolo fiorentino procedesse d'accordo con me; io con lui.[235]
§ 3. Impieghi dati in ricompensa a Mordini, a Ciofi, a Dragomanni; danari a Niccolini.
Antonio Mordini erami, come ho detto altrove, e qui confermo, non pure non legato in amicizia, ma[236] perfino ignoto di persona. Giuseppe Montanelli lo mise in sua vece al Ministero degli Esteri, ed io non poteva contrastare. Da prima furono le mie relazioni poche con esso, se non che nell'udirlo ragionare parendomi, come veramente egli è, uomo d'ingegno non ordinario, incominciai di mano in mano ad aprirmi seco, e di leggieri, ponendogli sott'occhio le ricerche coscienziose, ed i fatti dai quali resultava evidente la repugnanza del Popolo toscano dalla Repubblica, lo ebbi persuaso della necessità della restaurazione del Governo Costituzionale. Di questo egli somministrò non dubbie prove, e lo vedremo più tardi nell'Assemblea della Costituente combattere i suoi antichi amici politici. Dalla parte repubblicana sono stato acerbamente ripreso di avere assiderato i cuori delle persone che mi stavano attorno; e fu posto in dileggio quello che chiamano positivismo.[237] Non è così: io non ho assiderato come non ho inebriato nessuno: ho pregato di bene esaminare i documenti raccolti, e decidere con coscienza, posto da parte qualunque privato desiderio. Quando si tratta delle cose di questo mondo, mi sembra che dare loro una occhiata non sia poi irragionevole affatto, nè scandaloso tanto quanto il Regio Procuratore della Repubblica sig. Rusconi presume; però che spesso mi tornasse alla memoria quel filosofo, che per fissare sempre le stelle cadde nel pozzo. Ora, in quanto al signor Mordini concludo, che non lo conoscendo non lo avrei impiegato, come invero io non lo impiegai; ma dopo averlo conosciuto io lo avrei impiegato, perchè di mente giusta, capacissimo a tenere uno officio, e di vuote astrattezze troppo meno vago, che altri non immagina.
Consentii che il signore Demetrio Ciofi, anzi ebbi caro che ad ogni modo si allontanasse da Firenze. Le carte del Processo attestano com'egli fosse persona di moltissimo seguito nel Popolo minuto, capo del Circolo di San Niccolò, parlatore facondo e potente a tirarsi dietro la moltitudine devota. Siccome per ordinario le provincie prendono norma dalla Capitale, così rimuovere da Firenze le persone che forse avrebbero mantenuta accesa l'agitazione, mi parve diritto consiglio; altri propose, ed io approvai, quantunque a vero dire non vi fosse luogo a repulsa; e certo non è senza riso questa accusa, imperciocchè conoscendo l'autorità grandissima in quei giorni del Ciofi e dei compagni suoi, vuolsi maravigliare, che di sì lieve ufficio si contentasse, e ad assentarsi da Firenze acconsentisse, e non piuttosto rovesciato il Governo in luogo suo si surrogasse; il quale avvenimento quanto potesse essere desiderato da quei medesimi che adesso m'incolpano, lascio a loro considerare.
Dragomanni poi proposi io stesso: egli non era temibile affatto; mal destro a discorrere; di poco credito in guisa, che mai gli riuscì farsi eleggere Deputato: o di fortuna poco bene in arnese. Quando mi capitò il destro di mandarlo lontano, io lo afferrai, e così adoperando intesi dare sussistenza ad uomo di chiara stirpe, cultore delle lettere, e mostratomisi parziale fino da quando egli, Presidente dell'Accademia della Valle Tiberina, me immeritevole e non chiedente, anzi repugnante, volle ascritto nell'albo dei socii della medesima.[238] L'Accusa da prima sospettò, che cotesto impiego fosse mercede della opera prestata nell'8 febbraio; io feci avvertire che soltanto nel 10 aprile egli era promosso: ricompensa un po' troppo remota; — allora gavillando l'Accusa ha trovato che si volesse allontanare perchè, più che di vantaggio, fatto impedimento; e nè anche questo è vero. Il signor Lemmi era stato eletto Segretario allo Incaricato di affari a Costantinopoli: ricusando egli, gli subentrava il sig. Dragomanni quasi fortuitamente.[239] Quantunque, come il proverbio dice, l'asino non valga la cavezza, chè materia di piccolo momento ella è questa, pure anche qui mi piace ripigliarti senza rancore, o Accusa, e condurti a toccare con mano che non ne imberci una. Fammiti qui appresso, e vediamo un po' se mettendo tutto il nostro in comune (poichè di comunità oggi corre la usanza), ci riuscisse fabbricare qualche cosa che avesse garbo di ragionamento. A che miravo io? Su, dillo, via. — L'Accusa, che teme esporre il suo a compromesso, mi sbircia alla trista, e tiene i labbri stretti. Lo dirò io per te; io non risico nulla: tanto in prigione ci sto. Miravo forse alla restaurazione del Principato Costituzionale? L'Accusa, scattando il capo, si tocca col mento la manca e la diritta spalla. No, eh! Ma potevi fare più adagio a negare, che per poco non hai preso una storta nel collo. Mulinando contro il Principato Costituzionale, un Repubblicano (e accordo, di lieve importanza) doveva pure tornarmi più vantaggioso a Firenze che a Costantinopoli; perchè anche tu, o Accusa, devi andare persuasa che indurre il Sultano a mandare Turchi in soccorso della Repubblica toscana, neanche al Dragomanni sarebbe potuto riuscire. Bisognerebbe credere che io mirassi al provvisorio eterno. Come provvisorio eterno? Non ci è rimedio: a considerare questa ipotesi io mi sento tratto pei capelli proprio da te, o Accusa mia; avendo tra i gratissimi testimoni a carico del Romanelli accettato quello che depone avergli udito dire: — Viva il Governo Provvisorio eterno, — e' pare che anche tu abbi fede nella eternità provvisoria. Lasciamo, chè di questo avrai a rendere conto a Dio, perchè gli è un peccato grosso. Come non devo credere io così, quando di queste antitesi, o come le si abbiano a chiamare, io ti vedo innamorata? Difatti, con mio non mediocre insegnamento venni notando l'uno o taluno, il complice o impotente, e fino dalle prime carte la mia scienza del veleno nascosto che si nascondeva nella montanelliana Costituente, con altre più taccherelle che si tacciono per lo migliore, come di Guccio Imbratta diceva Messer Giovanni Boccaccio. Ma dacchè provvisorio eterno, o eterno provvisorio, anche a rifarsi di capo al mondo non si trova se non su i labbri del tuo testimone, così mi sia lecito passare questo punto sotto silenzio. Avanza pertanto una cosa sola; la Repubblica. Ora come, quando si agita di Repubblica, cacciansi via i Repubblicani? La vigilia di vendemmia si licenziano eglino gli operaj della vigna, o piuttosto, in qualunque ora del giorno si presentino, si fermano e mettono alle faccende? E se mi si oppone che ancora io confesso che piccolo frutto poteva cavarsi dal Dragomanni, rispondo che è vero, ma che ogni pruno fa siepe, ed al bisogno da ogni legno schiappa si cava; sicchè convien dire che l'Accusa, gittando la rete al motivo della spedizione del Dragomanni presso il Gran Turco, non è giunta a pescarlo. — Certo, Dragomanni visitava spesso la mia casa, ma non per questo godeva davvero la mia confidenza: al contrario, nel cospetto di tutti, si manifestava di principii opposti ai miei, ed io sovente lo riprendeva alla presenza di familiari ed amici con parole acerbe della sua irrequietezza, e delle pratiche che teneva con persone troppo diverse da lui, per educazione e per nascita. Ancora: dalle sue parole profferite nel calore della disputa ricavava lume per conoscere i disegni del Circolo e degli apparecchi repubblicani, per cui talvolta mi fu data abilità di prevenirli. S. A. un giorno ebbe la bontà d'interrogarmi su questa pratica; io le ne dissi la origine e il motivo, ed essa mi parve approvarla.[240]
D'altronde, prudenza così ammaestra operare. Gli uomini diventati o pericolosi o potenti negli Stati bisogna opprimere, o amicarseli; il primo partito è dei tempi del Borgia, la religione lo riprova, non lo consente la indole toscana; molto meno la mia; importava dunque li gratificando allontanarli. In questa guisa pertanto operai Ministro, e palesandone le ragioni alla Corona, ella mi parve andarne persuasa. Finchè il Governo starà nelle mani di gente esclusiva, agirà e sarà odiato come fazione. — È intendimento elementare dei Governi Costituzionali, accogliere negl'impieghi persone di varii Partiti, onde l'uno all'altro non prevalga, e l'Autorità della Corona regga entrambi equilibrandoli. Maestro di cosiffatto equilibrio fu Luigi XVIII, e morì re. Carlo X e Luigi Filippo l'obbliarono, e morirono esuli. La storia rammenta come egregia arte di regno la promozione che fece Napoleone, ad ufficj supremi, degli stessi Convenzionali. Però, e l'Accusa lo prova, pochi furono dal Governo conferiti impieghi a cui parve procedere infesto al Principato, e con qual mira, e da quale necessità costretto, già esposi; e che il disegno non fallisse dimostrò il successo, dacchè tolto dal Circolo il Mordini, e dei più capaci alcuni amicati al Governo, altri espulsi, andò di giorno in giorno declinando, agitandosi alfine con rabbiosi, ma disperati conati. In breve vedremo come i Demagoghi contro me si sbracciassero, perchè alla mensa degl'impieghi non convitassi i puri Repubblicani; ed anche in questa parte mi trovo fra incudine e martello.