L'Accusa afferma avere goduto il Niccolini la mia confidenza, e avergli io pagato nel 13 febbraio dieci monete. Si è veduto se Niccolini potesse essermi amico: egli mi fu soverchiatore, esploratore, e nemico, ora coperto, ora palese. Quando potei lo bandii, nè egli si richiamò della offesa, come altrove esporrò con larghezza maggiore. In quanto alle dieci monete che ordinai pagassersi al Niccolini, e' fu appunto per non serbare obblighi seco, il quale per insinuarsi nell'animo del mio giovane nepote, o per altra causa che il muovesse, volle donargli una carabina, e questi vago di armi accettò. Io come prima lo vidi, instai a che, o si riprendesse la carabina, o ne accettasse il prezzo: dopo averlo rifiutato, egli alla fine accettollo; ed io, che non avevo la moneta addosso, gliela feci pagare in dieci francesconi dallo Adami, perchè convivendo meco egli mi andava debitore della sua quota di spese di casa. — La carabina deve essere stata rinvenuta nella stanza di Palazzo Vecchio abitata dal giovane. I conti col signore Adami nè anche adesso sono fatti, nè si fecero mai, onde io non potei accorgermi se mi avesse portato a debito, come doveva, le L. 66. 13. 4.

A confermare questa spiegazione agevole e piana, concorrono il modo confidenziale del biglietto: — Adami. Paga dieci scudi a Niccolini. Guerrazzi; — che dimostra come io m'indirizzassi all'amico, non al Ministro, e la omessa indicazione dello uso della moneta, il quale è costume specificare quando si tratta di pubbliche spese; e finalmente io credo, che non sieno mancate testimonianze validissime intorno alla verità del fatto: nonostante l'Accusa tiene in tutto e per tutto le pugna strette, quasi paurosa che schiudendole un poco si volino via le raccolte incolpazioni. Dieci scudi? E in questa somma l'Accusa presume vedere la giusta mercede di una rivoluzione? — Per amore del cielo, non faccia credere queste cose l'Accusa, imperciocchè se le rivoluzioni fossero a tanto buon mercato, correremmo pericolo pei tempi che volgono che se ne aumentasse prodigiosamente il numero dei consumatori!

§ 4. Lettera al Sig. Giovan-Batista Alberti Prefetto di Arezzo.

Questa lettera è riportata nel § 25 del Decreto del 7 gennaio 1851; e dice così: «Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia ridotto. Prima di partire ha dichiarato annullare la Legge intorno alla Costituente. Il Ministero convoca le Camere e dà la sua dimissione. Sarà instituito necessariamente un Governo Provvisorio. Si circondi dei Patriotti più caldi dello amore del Paese. Prenda i provvedimenti che in simili casi straordinarii persuade la necessità. Se avvengono reazioni, si comprimano ad ogni costo, sotto la sua personale responsabilità. Crei una Commissione di salute pubblica; energia, e vigore; viva la Patria. I Principi se ne vanno, ma i Popoli restano ec. — Firenze, 8 febbraio 1849, — 5 di mattina.»

Il Decreto afferma che per questa lettera si dichiara come per me si reputasse ormai la Monarchia cessata in Toscana. A me pare che questa lettera non dimostri altro, tranne la mia ansietà e la mia diligenza che in tanto sconvolgimento la Patria non s'infamasse con azioni scellerate. In che e come nuoce cotesta lettera? Forse, perchè porgevo avviso al Prefetto dell'operato della Corona? Ma la stessa Corona voleva si rendesse palese, e presto. Forse perchè presagivo la elezione del Governo Provvisorio? Ma questa ormai era diventata politica necessità; e il Giornale dei Conservatori Costituzionali annunziava essere nella mente di tutti. Forse per la notizia dello allontanamento della Corona? Ma se si era allontanata! Forse perchè non indicavo il luogo dove si era ridotto il Principe? Ma nè il Principe lo diceva, nè sembrava egli stesso saperlo. Forse per la raccomandazione di circondarsi di Patriotti caldi dello amore del Paese? O di chi doveva circondarsi? Di quelli che gli volevano male? E ci erano. Forse per le pressanti istanze onde i moti reazionarii non avvenissero, o avvenuti si comprimessero? — Qui giova fermarci alquanto, e chiarire per bene questa materia.

I Documenti dell'Accusa, noi lo vedemmo, ritengono il Ministero nostro come uno di quei parti mostruosi a cui le balie devono lasciare sciolto il bellíco: egli ebbe prima il torto di vivere; poi subito quello di non farsi ammazzare di buona grazia, persuaso, come doveva essere, di nascere in peccato originale: però anche allora, agli occhi dell'Accusa, fu colpa opporsi ai moti reazionarii; bisognava non impedirli, anzi dar loro comodo di operare con sicurezza piena. Se l'Accusa così pensa di me mentre fui Ministro, immaginate un po' voi che cosa pensi quando mi vollero parte del Governo Provvisorio! Ed io apertamente dico all'Accusa, che pessimo argomentare è cotesto suo. — Non si dissimulino le cose, ch'è vano e non plausibile conato: la verità si ricerchi, e si dica. Il Principe parte da Siena, aborrendo reazioni e sanguinosi conflitti; e l'Accusa invece non vuole che le reazioni, i conflitti sanguinosi, nè la guerra civile s'impediscano; e perchè? Perchè crede che tutte queste cose la causa del Principato favorissero. Dio ci liberi dalle offese, — ma ed anche dalle difese dell'Accusa!

Dunque il Principe, a mente dell'Accusa, sta con la reazione? La Corona (e lo dovrebbero sapere i Magistrati) non istà con i reazionarii, nè con i Repubblicani; sta con la Costituzione. Ma i Giudici sanno eglino reazione che sia? Sanno eglino come proceda? La reazione è ripristinamento dell'odioso dispotismo, e del suo tristo corteggio, co' modi che la umanità aborrisce, e la morale condanna. Ora in Toscana, per la Dio grazia, non erano soltanto due Partiti estremi, ma prevaleva, mentre io vivea nel mondo, il terzo Partito degli amici delle Libertà Costituzionali più o meno largamente intese. Ricordano i Giudici come la reazione operasse nell'Aretino nei tempi passati? Forse lo hanno dimenticato; mi concedano che lo richiami loro alla memoria.

«Nella vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo (28 giugno 1799), allo incessante rimbombo dei colpi da fuoco e dei Viva Maria, il Popolo sanese accorre in folla; e si unisce co' suoi vendicatori aretini; nei suoi primi slanci si scaglia contro coloro che stimava non semplicemente avversi alla religione cattolica, ma occulti cospiratori per abbatterla, quali sono i giudei; pone quindi a sacco qualche bottega, e qualche casa di essa; alcuni ne uccide e gli aborriti cadaveri getta sul fuoco!....»

Sanno i miei Giudici, che fece la reazione nella inclita città di Siena nel medesimo tempo? A Siena furono gettati cinque ebrei vivi ad ardere sul rogo acceso su la piazza maggiore davanti alla immagine della Madonna, che sta a piè della Torre, e allo Arcivescovo Zondadari!! Questi fatti i Giudici possono ritenere per veri pur troppo, imperciocchè vengano narrati dal Canonico Giovanni Battista Chrisolino dei Conti di Valdoppio, parroco della Cattedrale aretina, a gloria (com'egli dice) di Maria Santissima del Conforto, stampati in Città di Castello nel 1799.

Cotesti immani uomini, siffatte nefandità commettendo, invocavano il nome della Consolatrice degli afflitti; sarebbesi dovuto lasciarli fare, nella fede che ciò operassero a maggiore gloria della Madre di Dio? — Anzi imparo, fremendo, come nell'Agro aretino fare Viva Maria! significhi portare le mani ladre nella roba altrui. Ora i ladri e i violenti sol perchè gridino Viva Maria, o Viva Leopoldo II, voglionsi venerare per santi, o lodare per leali?... Vergogna per tutti queste cose, non che dire, pensare; per Magistrati poi enormezza!