Sanno i miei Giudici, che cosa operasse la reazione nel 1849 a Empoli, a Lucca, nell'Aretino e altrove? Certo prendevano a pretesto il nome del Principe, ma le case incendiavano, le strade rompevano, le imposte ricusavano, dalla patria difesa aborrivano, straniere dominazioni macchinavano, ruberie e ferimenti commettevano, terre e castelli di assaltare tentavano. — Io non ho gli Archivii, ma se giustizia vive nel mondo mi verranno finalmente concessi, e allora si conosceranno le mene delle Provincie, e chi le suscitasse, a qual fine tendessero, non meno che gli sforzi dei Giusdicenti a reprimerle. In tanta deficienza giovi non ostante favellare di alcuno.

«Nella sera del 12 febbraio, un piccolo pugno di scioperati, e avversi al Paese, non che al proprio interesse (non però dimoranti a S. Miniato, o appena 8 o 10), concepito il vandalico disegno di troncare e guastare la linea ferrata in quel tratto di pianura, che giace fra l'Arno e il posto della Scala, si recarono alla Parrocchia di S. Piero alle Fonti; ove di prepotenza vollero suonare la campana a martello, nella speranza che i contadini, ed altri popolani accorsi al suono, gli avrebbero secondati. Ma gl'intervenuti, comunque numerosi.... altamente biasimarono, e, protestando non volere dare mano a opera tanto nefanda, si dileguarono. I pochi facinorosi, vedutisi delusi, si dettero con forsennate grida, e con fiaccole, a fare proseliti lungo la strada nel punto che passa la parrocchia della Isolata, quando per l'unione di altri male intenzionati si lusingarono potere dare principio; gl'Isolani in numero di circa 60 si fanno loro incontro a passo di carica, e fatto alto al cancello della strada ferrata, esplodono in aria i fucili. Ciò bastò, perchè i perversi e i faziosi estinte le fiaccole si disperdessero, dandosi a fuggire per le vie traverse, temendo essere inseguiti. A S. Miniato appena ebbesi contezza dell'accaduto, la indignazione dei cittadini contra questi perturbatori dell'ordine, fu universale; e già molti volenterosi avevano preso le armi per discendere al piano ec.» — (Lettera del signor Carlo Taddei al prof. Giovacchino Taddei. — Vedi Monitore del 17 febbraio 1849.)

Tutti i Documenti dell'Accusa riportano lo incarceramento dei Parrochi, e di altra gente, ordinata dai signori Montanelli e Mazzoni in premio, essi dicono, della gioia che le popolazioni circostanti a Firenze, nella purezza dell'animo, mostrarono con innocenti e festive dimostrazioni allo annunzio del ritorno del Granduca. Di questo incarceramento io non so; ma so, che un Lally Tolendal viene celebrato per le storie, come quello che nelle prime commozioni di Francia ebbe il coraggio di proporre un proclama col quale esortavasi il Popolo a non insanguinare le mani, e lasciare libero il corso alla giustizia. Il Bailly intendendo a salvare la vita al Bertier, ordinava che lo trasportassero alla Badia, e quivi lo custodissero prigione; se non che fece tronco quel disegno la plebe, la quale avventandosi in Piazza della Greve contro cotesto sciagurato lo ridusse a morte. Assai più notabile è il caso del Foullon. Lafayette, di cui certamente non vorrà negare alcuno la nobiltà del carattere, e lo amore degli uomini, per sottrarre dalle mani del Popolo furibondo il Foullon, trovò il consiglio di mostrarglisi acerbamente crudele: «Ed io, diceva arringando la moltitudine, lodo il furor vostro; sempre ebbi in odio costui; lo reputo perdutissimo uomo, e non credo che possa immaginarsi pena che uguagli al suo fallire.... Però badate; egli ha da avere complici, e non pochi: importa conoscerli; intanto io farò trasportarlo alla Badia: quindi lo processeremo, e condanneremo alla morte infame che si è meritata pur troppo.» Il Popolo persuaso applaudiva, quando il Foullon, indovinando il segreto concetto del Lafayette, ebbe la inavvertenza di fare plauso anch'egli. Allora il Popolo si ravvisava, una voce sinistra sorse a gridare: «sono d'accordo!» e il pietoso trovato del Lafayette riuscì invano. — Inoltre, cosa nè singolare, nè inusitata presso i Governi, è schiudere la carcere come asilo supremo ai perseguitati... e me pure pretesero dal fiorentino Popolo.... Ma di questo più tardi. Che tale poi fosse lo scopo del Montanelli, me ne persuadono e la indole mite di lui, e il nessuno aumento, per quanto io sappia, del martirologio in Toscana.... e i successi che stiamo per esporre.

Intanto, è mestieri affermare apertamente, che le tinte, di cui l'Accusa colora il tumulto del 21 febbraio, sono false e smontano al sole. Se cotesto moto avesse presentato il carattere che immaginano, o come la città di Firenze sarebbesi tutta levata a reprimerlo? Nè il tumulto si rimase a così tenere dimostrazioni; però che io leggo, egli acclamasse ai nemici della nostra Patria, e seppi con certezza come gli ammotinati s'indirizzassero contro la città con urli di minaccia, e spari di schioppo. La Guardia Civica non pare che andasse persuasa troppo della purezza dell'animo di cotesti innocentissimi, dacchè accorse spontanea a ributtarli con le armi, e accorse ancora spontaneo e furibondo il Popolo fiorentino. L'azione del Governo non fu di eccitare, ma di risparmiare la effusione del sangue, trattenendo la moltitudine da mettere le mani violente nella vita altrui, ed ostando che gli arrestati a furia di Popolo si manomettessero.[241] Il Montanelli, comunque infermo, sorse dal letto e vi si adoperò, oltre quello che parevano consentirgli le forze. Funesta notte poteva essere quella, e madre di assai più terribile giorno: quando il sig. Montanelli non avesse altro merito, parmi che Firenze dovrebbe benedire il suo nome. Adesso corre il tempo della ingratitudine; ma i tempi non vanno sempre ad un modo; e chi ha bene operato può aspettare nella tranquillità dell'animo, che gli sia resa giustizia un giorno, e da tutti. — Ora, considerati i Rapporti di Polizia, il consenso spontaneo ed universale della Civica e del Popolo fiorentino, nello avventarsi contro i campagnoli tumultuanti, parmi che si possa concludere con una di queste due cose; o che il moto del 21 febbraio non presentava i caratteri attribuitigli dall'Accusa, o che nè i tempi erano quelli, nè i modi per operare la restaurazione del Principato Costituzionale.

E anche ad Empoli, negli avvenimenti del 12 febbraio, i facinorosi gridavano: Viva Leopoldo II! e intanto la Stazione bruciavano, e la strada ferrata rompevano. Ho sentito dire che si scusassero col timore che i Livornesi sopraggiungessero, ed hanno accettato la scusa; ma, in grazia, la Stazione con la strada come ci entrava ella? E nel 23 febbraio, quando gli Empolesi, minacciando rinnuovare gli attentati medesimi, vi fecero accorrere pronta e spontanea la brigata delle Guardie di Finanza di Firenze, avevano sempre paura dei Livornesi? No. La verità è che uomini avversi più che al Governo alle persone di quelli che lo tenevano, eccitarono le passioni delle moltitudini, e queste, fiduciose della impunità per la dissoluzione del Paese, non pure trascorsero al guasto della strada ferrata e allo incendio della Stazione, ma posero in compromesso la proprietà degli agitatori medesimi. Il Popolo di Empoli, dedito al commercio dei trasporti più di ogni altro, ebbe a patire danni per la costruzione della strada ferrata, e l'odiò allora, e forse l'odia anche adesso; solito effetto della nuova industria che disagia o rovina l'antica. — Tutte queste cose sapeva, e le dissi apertamente in faccia agli Empolesi; però nessuno si dolse di asprezze per parte mia, nè fu ricercato per negozii politici, e tutto a tutti rimisi, salvo delitti comuni; ed ecco come favellai ai Deputati di Empoli venuti a Firenze per condannare le grida non consentanee ai tempi levate dalla gente empolese, e per respingere da sè il fatto della strada ferrata:

«I fatti di Empoli commossero a dolore il Governo Provvisorio, a sdegno la Toscana tutta. L'essere usciti in parole non consentanee ai tempi, e in atti di ferocia contro le cose e le persone nella sera del decorso venerdì, affligge non solo quanti amano le istituzioni e i governi liberali, ma quanti hanno senso di umanità. Lo incendio della Stazione è siffatto eccesso, che parrebbe incredibile, se non fosse avvenuto alla distanza di poche miglia da noi. Ben fa il Paese a respingerlo da sè. Così si mette d'accordo con la pubblica opinione che lo ha fulminato con la sua disapprovazione.» E continuavo confidando che gli uomini più autorevoli di cotesta illustre terra «raccomanderanno al Popolo di quella e delle adiacenti campagne l'amore all'ordine, che ogni Partito dee rispettare; la tolleranza delle opinioni, che i soli illiberali possono respingere; la concordia, che i soli fautori degli Austriaci possono odiare; il rispetto alla proprietà, e soprattutto alla strada ferrata, che solo l'uomo nomade può guardare di mal occhio; la quiete e la sicurezza, che sole possono mantenere la floridezza di quel Paese ec.» — (Vedi Monitore, 16 febbraio 1849.)

A Castelfranco-di-sopra le turbolenze presentarono tale carattere da indurre il Gonfaloniere e la Guardia Civica a interporre le loro premure affinchè cessassero. Colà il Governo non mandò forza; i Cittadini stessi compresero la necessità di prevenire disordini, e vi si adoperarono con frutto. — (Monitore, del 26 febbraio 1849.)

A Castelfranco-di-sotto, nel 9 febbraio, successero moti così gravi che la Guardia Civica ebbe a impugnare le armi e combattere; alcuni Civici rimasero feriti. I Rapporti di Polizia autorizzarono il Governo a pubblicare la seguente notizia nel Monitore del 14 febbraio 1849: «In Castelfranco avvenne un movimento in senso retrogrado. La Guardia cittadina accorse numerosa a reprimere il disordine, sebbene ne patisse danno. — Il sangue uscito dalle vene dei Civici di Castelfranco è una offerta fatta alla causa della nazione e dell'ordine. Perchè i buoni cittadini non si affrettano a respingere questi movimenti? Qui non si tratta di quistione di forma governativa. Il nome di Leopoldo è un pretesto per violare la proprietà, per saccheggiare le case, e per uccidere i migliori cittadini! — Il movimento non è politico, ma anarchico: non si combatte per un Governo contro un altro, ma per non averne nessuno. Il Governo vuole l'ordine, perchè la Legge abbia forza e sia salva la Patria. I cittadini devono volere l'ordine per la sicurezza della Patria non solo, ma ancora per quella dei proprii giorni e delle proprie sostanze. — Vogliono i cittadini che la Toscana sia invasa da continui ladronecci? Vogliono che Austria speri nelle nostre contese le sue vittorie? — Morire per l'ordine è morire per la Patria. Ritenga i poveri dall'anarchia il pensiero che il Governo si adopera per diminuire la miseria; muova i ricchi a resistere alla reazione, il senso dell'onesto, l'amor patrio, il proprio interesse.»

In Prato si tentavano disordini contro la strada ferrata Maria Antonia, della specie di quelli di Empoli. Le Autorità e la Commissione Governativa seppero prevenirli con prontissimi e gagliardi provvedimenti. (Vedi Monitore, 16 febbraio 1849.)

A Cascina incendiavano la Stazione della strada ferrata. «Nel mio passare ho trovato la Stazione di Cascina in fiamme. Spegnere lo incendio era impossibile, perchè la Stazione era presso che distrutta. Io seguito il mio viaggio, appena avrò preso alcuni concerti col Pretore di Pontedera. — Al Ministro dello Interno. — Paoli.[242]»