Finalmente a Lucca la strada ferrata a furia di Popolo disfacevano.
Del contado di Arezzo più tardi. Dovevano dunque lasciarsi fare? Stare a vedere le genti sbranarsi, battere le mani agl'incendii, plaudire ai saccheggi, con sempiterna infamia assistere, neghittosi, al sobbissare del Paese? E queste cose con serena fronte profferiscono Magistrati toscani? E, nel pretenderle, il loro cuore nei loro petti sta saldo? Dunque, a mente di loro, la bandiera cuopre sempre comecchè perfidissimo il carico? La marca basta per garantire la merce falsata? Non così, per onore del nostro Paese, la intendono tutti i Magistrati toscani. La Corte Regia di Lucca, con Sentenza del 4 giugno 1850, decidendo intorno alla spedizione di Capannori e di Porcari, ha dichiarato che: «Essendo diretta a ricomporre in quiete e all'ordine la provincia.... di comprimere ogni reazione che minacciasse disorganizzare lo Stato, e di risparmiare, allontanandone il pericolo, le calamità di mutue stragi.... e non tendente a rafforzare il Governo nel male acquistato potere.... comparisca ragionevole ritenere che il Governo stesso non si allontanò da quella linea di condotta che la necessità della precauzione e le regole della prudenza consigliano, e che in pariforme caso un Governo, anche legale, avrebbe, senza esitazione, abbracciata.»
Perchè la Verità dorrebbe preferire le sponde del Serchio a quelle dell'Arno? — Così è: come a Lucca, accadeva da per tutto. Le agitazioni politiche già già destavano le furie socialistiche. Commosso da apprensioni terribili, oppresso da fatiche, a cui sembrava impossibile che uomo potesse durare, io mandava un grido di desolazione col Proclama del 16 febbraio 1849: «La nostra bella contrada si disfà, se quanti hanno cuore italiano non sorgono animosi a salvarla. Bande di facinorosi, col pretesto della fuga di Leopoldo II, ed anche senza pretesto, irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha represso gli scellerati, e saranno puniti.»
In cotesti tempi, per così vigile provvedere, persone onorevolissime mi levarono a cielo; nè fra queste mancavano parecchi membri del Municipio fiorentino, e il suo egregio Capo. Alle mie dichiarazioni che la mia natura, vinta dal travaglio, stava per soccombere, allibivano; e primi fra gli altri, gli antichi impiegati, gli stessi servi della granducale famiglia, a mani giunte, mi supplicavano a non gli abbandonare. Sapevano ben essi quali sorti gli aspettassero! Ahimè! Come mai tutte queste fatiche, cure e pericoli adesso, a un tratto, diventarono delitti?
Fra tante, e solennissime tutte, testimonianze, mi giovi allegare quella del signore Allegretti, e ciò per due ragioni; la prima, perchè, preposto allora, e credo anche adesso, nel Ministero dello Interno alla Sezione della Polizia, giudicava dei tempi con esattissima cognizione delle cose; la seconda, perchè dall'attuale Governo adoperato e promosso non può neanche dalla ombrosa Accusa reputarsi sospetto. Almeno così parrebbe che da costei si potesse sperare. Scrivendo pertanto il sig. Cav. Segretario Allegretti al sig. Biavati di Lucca lettera confidenziale sul principiare del marzo 1849 così si esprimeva: «essere io stanco di cotesto stato di cose, avere minacciato andarmene, e laddove questo avvenisse, grandi guai sarebbero caduti addosso alla Toscana.» Io poi non dubito nella onestà del signore Segretario Allegretti, che egli non sia per commentare largamente a voce quanto scrisse, e credo che come compiacenza all'animo, gliene verrà lode dai suoi Superiori, cui certo non può piacere la selvaggia e veramente smodata persecuzione dell'Accusa.
Nella lettera scritta al signor Prefetto di Arezzo si avverta, all'opposto, che non vi si parla di decadenza del Principe, nè di Repubblica; anzi, non vi si adopera espressione offensiva alla Corona; le quali cose stanno a dimostrare che io la dettai quando mi trovava abbastanza libero di me, nè mi si teneva accalcata e furiosa dintorno la fazione a impormi frase e concetto di quanto, prepotentissima, ella ordinava di poi. Che se fa amarezza la frase: «i Principi se ne vanno, il Popolo resta,» hassi a riflettere in prima, ch'ella suona piuttosto cruccio o dolore, che esultanza per la partita del Granduca; e poi, che essendo quel Dispaccio dettato, lo scrivente poteva avervi messo coteste parole che furono dette in quella notte, e ripetute il giorno successivo nel Parlamento; e in quanto a leggere prima di firmare, davvero, mancava il tempo e la voglia. — Però se l'Accusa intendeva a penetrare l'animo mio in cotesta occasione, sembra che avesse dovuto fondarsi in preferenza sopra gli autografi miei.
«Il Consiglio dei Ministri al Governatore di Livorno. — Il Granduca ha abbandonato Firenze e Siena. Non si sa dove si sia ritirato con la famiglia. Scrive non volere approvare la Legge della Costituente. Il Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si prevede la elezione di un Governo Provvisorio. Raddoppi le guardie alle porte. Chiami a sè gli Ufficiali della Civica e della Linea. Si assicuri delle Fortezze. Appello ai cittadini di stare uniti per prevenire qualunque avvenimento doloroso. Energia, attività, e si salvi ad ogni costo il Paese. — Guerrazzi.»
Al Maggiore Fortini nel giorno 8 febbraio 1849, ore 7 antimeridiane: «Soldato e Cittadino, come ella è, farà in modo che col Governatore e il Comandante la Piazza sieno religiosamente mantenuti tranquillità e ordine. — Guerrazzi.»
Altro Dispaccio parimente autografo:
«Il Consiglio dei Ministri al Prefetto di Pisa. — Il Granduca è fuggito da Siena; non si sa dove siasi ritirato con la sua famiglia. Scrive disapprovare quanto ha consentito circa alla Costituente italiana. Il Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si prevede la elezione del Governo Provvisorio. Chiami intorno a sè gli Ufficiali della Linea e della Civica. Appello dei cittadini di stare uniti onde prevenire qualunque catastrofe. Circondarsi dei migliori patriotti. Si salvi il Paese. — Guerrazzi.»