Quindi io non ricorderò per quante guise questi stemmi fossero, in molte parti della Toscana, vilipesi ed arsi. — Non era meglio risparmiarli all'onta? Poteva e doveva patire io che venissero strascinati per le strade, come a Fiesole avvenne? Infatti, dove l'azione del Governo si estese, furono risparmiati e custoditi; e fu lodata la prudenza del Vice-Prefetto Zannetti, il quale, informando il Governo, così scriveva il 10 febbraio: «Nella perduta sera volevansi atterrare e distruggere tutte le armi granducali. Bastò qualche rilievo a trattenere le dimostrazioni che a colto e ben civilizzato Popolo non si addicessero. E le armi furono, a sera inoltrata, scese e calate dai posti e depositate in una stanza del Municipio.»[249] Vuolsi avvertire che in taluni luoghi, non solo di onta, diventavano eziandio materia di furore e di offesa. «Ma la prudenza è al colmo, la licenza dei retrogradi e dei tristi sfrenata, il contegno nostro moderato, ma già diventa furore vedendo fra noi esistere il monumento di derisione, l'arme di quel Principe.»[250] Non era meglio remuovere il motivo di furore, che permettere lo spargimento del sangue? Certo era meglio; i Giudici lo dicono, e in questa parte siamo d'accordo. E badate che non solo gli stemmi granducali lorenesi, ma eziandio i medicei vollero remossi, perchè quando s'innalza l'Albero della Repubblica debbono cadere i monumenti della oppressione.[251] Invano però fu scissa dall'Accusa la mia dalla causa dei signori Guidi ed Adami, onorandissimi amici; o fummo violentati tutti, o nessuno. Se da me emanò copia maggiore di ordini, questo naturalmente vuolsi attribuire agli ufficj diversi che occupavo. Nella loro carica avrei dovuto fare quanto essi fecero; nella mia avrebbero fatto quanto feci io.

Ma le parole riferite che proruppero dalle labbra dei Giudici meritano esame profondo. Ecco, per esse, vengono a stabilirsi due fatti ed un principio importantissimi.

Primo Fatto. Furia di Faziosi.

Secondo Fatto. Azione violenta e imperante del Popolo.

3. Principio. Adesione a cotesti ordini violenti persuasa dal consiglio di proteggere la pubblica e privata sicurezza.

Ora questi fatti e principio di propria loro natura non ponno limitarsi a un caso, ma devono, per necessità, estendersi al periodo del tempo percorso ed alla serie dei casi avvenuti sotto la impressione delle condizioni medesime; non possono restringersi ad uno o due individui, ma referirsi a tutti coloro che negli stessi accidenti versarono: sintomi permanenti sono eglino della infermità, che travagliava tutto il corpo sociale; e comparisce insania, o perfidia, che le medesime cause non abbiano virtù per partorire i medesimi effetti per tutti. Se, pertanto, questa furia di Faziosi esercitò la sua violenza contro il Prefetto, perchè avrebbe rispettato il Presidente del Governo Provvisorio? Se la forza si confessa tale da imporre al Prefetto, ragion vuole che più intensa si adoperasse sopra di me, avvegnadio troppo più gravi fossero le cause che la spingevano contro il Presidente del Governo Provvisorio, che contro il Prefetto, e di molto maggiore importanza i resultati che attendeva estorcere da lui: e se valse, nella coscienza dei Giudici, a scusare il Prefetto, davvero rimane arduo a comprendersi come e perchè la reputassero pel Presidente inefficace. Se questa furia premeva, e lo dicono i Giudici, così irresistibile a cagione de' segni delle cose, ma certo più gagliarda (e mi basta uguale) deve essersi razionalmente avventata per volere eseguito il Decreto risoluto sotto le Logge dell'Orgagna, che le cose aboliva. Se alla furia dei Faziosi e' fu forza cedere in un punto, per evitare danni alle sostanze e alle persone dei cittadini, e nella veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico (e i Giudici approvano, ma non per me!), pari concetto ebbe a muovermi sopra altri punti, nei quali concentrandosi principalmente le loro antiche mire, i diuturni conati e le attuali necessità, è troppo naturale che con prepotenza maggiore li pretendessero. — I Giudici dunque hanno rasentato la verità, anzi si erano posti sul cammino di conoscerla intera: pochi più passi sopra la via ch'eglino stessi tracciarono, e la luce si sarebbe fatta loro manifesta.

Ma giunti a me, essi tornarono a calarsi la benda su gli occhi, che si erano in tanto buon punto sollevata: per me non bagna la pioggia, il fuoco non brucia; per me non fa buio la notte, la luce non illumina; per me il sale le cose sciocche non sala; queste, ed altre più strane sentenze dicono coloro che giù la benda su gli occhi si calano.

E se l'Accusa, invece di rovistare gli Archivii per ricavarne soltanto armi da offendere, vi avesse avuto ricorso per trarne luce a illuminare la verità, quivi avrebbe trovato documento di bene altra importanza, ed io lo ricordo, sicuro di non rimanere smentito. — Certo giusdicente del Granducato chiese ordini precisi per la esecuzione del Decreto intorno allo abbassamento delle armi granducali, avvisando che il Popolo nella sua giurisdizione sarebbe per avventura sceso alla violenza per impedirlo: io, per l'organo del sig. Segretario Cav. Allegretti, feci rispondere: la misura presa dal Governo circa l'abbassamento delle armi essere stata appunto diretta a risparmiare loro sfregi plebei e ad impedire luttuosi conflitti: se il Popolo costà desiderava le armi, lasciassersi stare, avvegnachè il Granduca non avesse perduto i suoi diritti su la Toscana.

Non sarebbe stato di qualche utilità riporre in Processo un simile documento? Ahimè! Gli esaminatori degli Archivii carte siffatte hanno guardato con l'occhio cieco del Bano di Croazia. E poichè l'Accusa incominciò a interrogare i Segretarii del Ministero, non poteva e doveva udire tutto quanto essi avrebbero saputo deporre in proposito? L'Accusa ha ascoltato i temuti testimoni del vero con l'orecchio sordo del Bano di Croazia.

XXIII.
Dichiarazioni in Senato ostili al Granduca.