Il primo, dietro ingiunzioni scritte autografe mie. Il secondo, sopra asserte traccie verbali.

Ancora: prima delle ore tre pomeridiane del giorno 8 era nominato il nuovo Ministero, e per via telegrafica venne annunziato al Governatore di Livorno alle ore 5 e 10 minuti pom. del giorno stesso:[247] quindi la firma del Dispaccio in discorso, secondo le attribuzioni ordinarie del Ministro dello Interno, a lui propriamente apparteneva, e non a me.

Di più, gli Ufficiali del mio Ministero avevano sempre liberamente accesso, anche non chiamati, a me. Il sig. Segretario Allegretti pieno di riguardi soleva aspettare fuori; ma io spesso ne lo riprendeva, confortandolo a entrare senza esitazione alcuna nella mia stanza.

Inoltre, o io aveva ordinato che i Dispacci senza la mia firma si mandassero, o no; se ordinai, che senza la firma mia si spedissero, e allora che cosa importava, che io fossi inaccessibile? Non mi dovevano venire a cercare. Se tale non ordinai, perchè stabilirono spedire senza la mia firma i Dispacci? E quando si asserisce, che le traccie verbali somministrai nelle ore pomeridiane, come poteva io indovinare, che sarei stato impedito al punto di dovere firmare?

Finalmente, tra le ore 5 e le 6 pomeridiane del giorno 8, apprendevo, e mi era forza annunziare, che, per notizia datami dal Ministro Inglese, il Granduca era andato con la sua famiglia a Portoferraio:[248] come avrei patito io che più tardi (poichè la Posta pel Ministero, credo non andare errato se affermo, che nell'8 febbraio 1849 partì più tardi delle ore 6), si spedissero informazioni declarative lo abbandono assoluto della Toscana per la parte del Principe? Quando pure avessi di cotesto tenore ordinati Dispacci, io gli avrei fatti abolire.

Anzi (singolare riscontro!) trovo, che il Prefetto di Firenze diramava il giorno 9 febbraio la Circolare compilata dal Segretario Allegretti, mentre io pubblicava notizie, e tutto il mondo le sapeva contrarie al tenore di quella.

Per le quali considerazioni si farà manifesto, in primo luogo, quale e quanta fosse la perturbazione in quel giorno, e con quale confusa e disordinata ansietà procedessimo tutti così nei più umili come nei più alti ufficj; e secondariamente, che, salvo il debito onore che alla probità del sig. Allegretti sempre mi piacque professare e piace, dubito non del tutto esatte le sue reminiscenze.

Non ostante però queste avvertenze, rimane provato, che rispetto a me l'Accusa non vuol leggere, avvegnadio ponessi cura d'informare fino dalle prime ore del giorno 8 la massima parte della Toscana del vero stato delle cose, voglio dire il funesto caso della partenza del Granduca da Siena, noi ignoranti del luogo dove si fosse diretto, nè egli consapevole troppo per le cose altra volta discorse.

§ 6. Ordine per abbassare gli stemmi.

Altrove toccai di questo addebito, sicchè mi occorre adesso spendervi più poche parole dintorno. Il Decreto del 10 giugno 1850 somministra di questo fatto tale difesa, che io non saprei desiderare nè addurre migliore: «La furia dei faziosi esigeva violentemente lo abbassamento degli stemmi, e l'ottemperare in ciò a un ordine del Popolo non può non apprendersi che come lo effetto di un desiderio di evitare i danni alle cose e alle persone, e così animato dalla veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico.» (Attesochè 84.)