—Un'ora!—Ma un'ora è un secolo, è una eternità per chi non può dormire, o mio… sta a vedere, che per poco non aggiungeva—Dio.—Dicono il sonno amico dei santi: se questo fosse, io avrei a dormire quanto i sette dormienti insieme! Che fare adesso? Ah! spendiamo questo avanzo di notte in qualche opera meritoria;—educhiamo Nerone.—

E ordinava a Marzio prendesse certo uomo di paglia, e lo portasse in sala dove mettevano capo le camere delle donne e del fanciullo: egli poi trasse Nerone in altra stanza, lo aizzò, lo inasprì, e poi, spalancato allo improvviso l'uscio, lo avventò contro l'uomo di paglia. Il cane, cieco di rabbia, si lancia a balzi contro il simulacro, e lo strazia latrando disperatamente. Il Conte traeva maraviglioso sollazzo a contemplare le prove di cotesta belva, e a Marzio, che gli si era accostato, così favellò:

—Questo è il figlio della mia predilezione, come disse la voce sul Giordano; e lo educo, a Dio piacendo, a difendermi dai nemici, ed anche dagli amici; in ispecial modo dai miei figli dilettissimi; dalla consorte più diletta ancora, ed anche un po' da te—e toccava la spalla al cameriere—mio lealissimo Marzio.

Così empita di spavento e di terrore la casa tornò alla stanza, dove la natura, vinta dalla spossatezza, lo costrinse a breve sonno e interrotto. Quando si alzò era torbido in vista.

—Ho fatto mal sonno, Marzio…. mi son sognato che stava a mangiare co' miei defunti. Questo denota morte vicina. Prima però ch'io vada a mangiare costà, bene altri, Marzio, bene altri mi avranno preceduto ad apparecchiarmi la tavola.

—Eccellenza, sono giunte lettere dal Regno per cavallari apposta….

Il Conte sporse la mano per riceverle. Marzio continuava:

—E di Spagna col corriere ordinario; le ho messe tutte sul banco dello studio.

—Bene: andiamo….

E sorretto da Marzio, accompagnato da Nerone, si avviava allo studio.