—Dio me lo ha dato, sospirò don Cirillo, Dio me lo ha tolto; sia fatta la volontà di Dio: pel peccato che ho commesso, la tua mano, o Signore, mi punisce soavemente.

Appena il buon curato aveva posto fine a coteste parole, come se la Giustizia divina soddisfatta volesse aprirgli di nuovo la fonte delle misericordie, ecco rimbombare dintorno per le valli e pei colli il raglio glorioso e trionfale, che pareva—o voluttà celeste!—ed era certo di Marco; e appena ebbero tempo di dirselo, che Marco, incoronato di verdi fronde la testa, scavalca secondo l'usato costume la siepe, e come saetta volante corre verso il padrone. O come incoronato? domanda il lettore, e aggiunge: queste le sono bizzarrie di romanziere. Sì signore, incoronato; e il come vi sarà detto poi. Intanto compiacetevi, signor lettore, meco di contemplare Marco incoronato; non dico di alloro perchè, voi lo sapete, di questo

…….rado se ne coglie Per coronare o Cesare o Poeta, Colpa, e vergogna delle umane voglie[8];

ma di varia maniera fronde corbezzolo, e quercia; e la quercia era pure nobile corona da stare a petto con l'alloro, imperciocchè nell'antica Roma si destinasse a colui che salvava in battaglia la vita a un cittadino romano, e si chiamasse civica. A questo pensa, lettore, e riponti in mente, che là dove si onora la virtù vera, supremo ufficio civico è salvare un cittadino in battaglia, e non tradirlo in pace.—Marco pertanto apparve con la corona civica, ed era un Asino.

Gli abbracciamenti, i baci, e i colpi lieti[9],

i risi, i pianti di tenerezza, i parlari confusi, e simultanei erano una pazza cosa. Marco anch'esso si sentiva commosso come gli altri; non affermerò che ancora egli piangesse e ridesse, quantunque con l'autorità di scrittori gravissimi io potrei sostenere anche questo, e la commozione interna egli manifestava con voce potente a superare ogni altro grido. Marco era il Lablache di cotesto coro. Don Cirillo lo liberò dalla sella e dalle bisacce, senza avvertire se fossero vuote, o piene. Giannicchio prima di tutto lo abbracciò e lo baciò; poi lo stregghiò, lo lavò, gli rinettò la coda dai pungitopi e dai pruni. Verdiana gli apparecchiò paglia fresca ed erbette; anzi volgendo gli occhi da un lato dell'orto vide un magnifico cavolo cappuccio, che pareva un senatore: stette fra due se lo dovesse serbare per una minestra di riso pel curato, o darlo a Marco; ma vinse amore per questo, e risolutamente lo svelse, lo lavò, e lo sminuzzò nella mangiatoia di Marco. Era il ritorno del figliuolo prodigo, ed ella uccideva la vitella grassa. Cotesto giorno, si può dire che l'Asino facesse pasqua.

E per Asino, bisogna aggiungere, che Marco ebbe in cotesta solennità convivale quasi gli stessi onori di papa Bonifazio VIII al banchetto della sua incoronazione; conciosiachè se lui servirono due re, l'Ungherese e il Siciliano, in regio ammanto, e la corona in capo, il Curato e Verdiana ministrassero a Marco. Vero è bene che il curato non vestiva il piviale; ma in compenso Giannicchio gli fece da coppiere, conducendolo alla pila dov'egli già bevve la luna. Sazio, non stanco, di mangiare, Marco sentì alfine il bisogno di riposarsi: egli veramente non disse: buona notte a nessuno; ma lo fece capire abbastanza stendendosi sopra la paglia, chiudendo gli occhi, e declinando il capo. Usciti dal presepio, il curato raccolse le bisacce; e questa volta essendo sgombro da passione, notò come pesassero gravissime, e v'immerse dentro la mano. Potere del mondo! Sognava, od era desto? Gli parve toccare moneta: le rovesciò per terra… scudi! ducati!—e quanti! Don Cirillo e Verdiana si stesero sul prato; e fatto cumulo del danaro, parve loro che fosse quattro e cinque volte tanto quello di prima. Oro, argento da mandare in visibilio ogni cervello sano: conta e riconta, vennero a capo di conoscere che dovevano essere circa quattrocento cinquanta ducati.

—Ora mi sembra, che c'incastri ogni cosa—disse don Cirillo; ma
Verdiana, alzando il dito, rispose:

—Egli è ben nostro questo tesoro? Badiamo, Reverendo, badiamo che Dio non ce lo abbia mandato per provarci una seconda volta.

—Verdiana, dapprima ho pensato come voi; ma poi mi sono persuaso che questo danaro ha da appartenere al ladro; egli non può essere qui del vicinato, ma sarà sicuramente qualcheduno dei banditi che bazzicano per la campagna. Ora voi capite, che renderlo a lui sarebbe peccato, e ai derubati impossibile. Io proporrei—e questo disse con esitanza—che per noi spendessimo un cento cinquanta di ducati, ed ogni rimanente per la chiesa, e pei poverelli di Dio;—sicchè faremmo restaurare ambedue i Crocifissi—quello di chiesa, e l'altro di canonica.