—Che t'importa cotesto?—esclama donna Luisa, percuotendo impaziente di un piede la terra;—o uomo, o donna, o demonio, non cercare da cui ti venga la vita. Rispondi… rispondi;—e ripercuoteva co' piedi il pavimento.
Angiolina, come sotto la pressione di un sogno tormentoso, diceva:
—Sì, lo conosco…
Lo conosci, eh! sciagurata, e questo è il figliuolo dei vostri amori? E sì discorrendo caccia le mani nei capelli del fanciullino, che sentendosi far male si mette a guaire…
—Lasciatemelo stare… in che cosa cotesta povera creatura vi ha offeso?
E, come a proteggerlo, ella si spendolava fuori del letto.
—Questo è figlio del peccato, e tu lo hai avuto dal
Cènci…
—Dal Cènci? Signora, prosegue Angiolina prorompendo in pianto; conviene egli alle gentildonne straziare così la fama di una povera inferma? Io, sì, conosco un vecchio barone, che ha nome conte don Francesco Cènci; fu egli che beneficò il mio defunto marito, e questi mi condusse certa volta a ringraziarlo; egli volle donarmi danari, che io a male in cuore accettai, perchè, malgrado i suoi capelli bianchi e le parole benigne, qualche cosa gli traluceva negli occhi, che metteva spavento: da una volta in su io non l'ho più visto.
—Non di lui… non di lui ti domando, ma del suo figlio don Giacomo.
—Mi parve udire, che don Francesco avesse figliuoli; ma io non li vidi mai, nè so come si chiamino;—e questa risposta ella dette con tale una ingenua tranquillità, che le avrebbe creduto lo stesso apostolo del dubbio, San Tommaso.