—Ti credo… oh! ti credo, esclamava; e piegandosi sopra Angiolina, le prese con ambe le mani la testa, la baciò pei capelli, per la faccia, pel seno, senza avvertire punto come coteste scosse lei, non bene risanata, addolorassero. Angiolina, per istinto di virtù gentile, frenava appena i lamenti di angoscia che le cagionavano coteste procellose carezze.

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Anche del cervello si conosce la carta topografica. Gall e Spurzheim vi hanno tracciato sopra le strade maestre, le provinciali, e quelle di sbiado; anzi perfino i viottoli, onde non si smarrisca chiunque abbia vaghezza di viaggiarlo per lungo e per largo. Venite qua, lettore; considerate questo cranio segnato: gittate l'occhio sopra l'ordine delle facoltà affettive, genere primo; alla lettera B troverete lo amore della vita, cioè subito dopo la lettera A che distingue la cupidità del cibo. Da questo esame ne scendono due conseguenze, la prima delle quali ha che fare col mio racconto, la seconda no. E la prima è, che l'uomo possiede le facoltà principali perfettamente pari a quelle dello avvoltoio; divora per vivere: alcuni hanno sostenuto ch'egli vive per divorare, ma non è del tutto vero. L'altra poi, che ci vuole più coraggio a non mangiare che a morire, è maggiore violenza alla natura. Giacomo da più giorni non gustava alcuno alimento, e lo istinto della vita così taceva in lui, che lo aveva preso irresistibile il desiderio della morte.

Quando ciò avviene, occhio di donna non guardò mai così dolce come il foro del teschio, nè labbra di ranuncolo sorrisero così voluttuose come le scarne mascelle. Quelli, nei quali dura lo istinto della vita, reputano acerbo il fato di coloro che si dettero la morte; mentre se questi potessero continuare ad appassionarsi per cosa terrena, sentirebbero immensa pietà per coloro che sono vivi. Rovesciato l'appetito delle cose, tutto quanto piace a cui vive rincresce ai consacrati alla morte: tutti i motivi che i primi trovano per restare, i secondi li trovano per partire: niente è mutato nell'ordine delle funzioni organiche; soltanto l'ago della bussola ha mutato polo: il sentimento si affaccenda a mandar fuori della esistenza desiderii ed affetti, come chi muta casa sgombra le sue masserizie; e quando il letto è in casa nuova, e il riposo delle lunghe tribolazioni nella fossa, noi ci andiamo con voluttuoso conforto a dormire.

Giacomo Cènci, quietato il primo impeto che gli fece abbandonare con tanta passione la famiglia, prese a camminare lento perchè egli fosse venuto nel proponimento di distruggersi non mica per impeto, sibbene per discorso d'intelletto, e quasi sommando le ragioni del vivere e del morire. Importa conoscere come Giacomo pervenisse alla medesima conseguenza per una via diversa da quella di Beatrice.

—Quantunque, ei discorreva fra se, io abbia fatto mille volte questo conto, pure, adesso che mi avvicino al momento di saldarlo, ripassiamolo per vedere se torna. L'uomo ha da considerarsi in tre maniere: riguardo al suo Creatore, riguardo alla città, e riguardo alla famiglia. Incomincio dalla famiglia, e in questa parte la ricerca ha da farsi così—per la famiglia propria, e per la famiglia dei parenti. In quanto a me la famiglia dei congiunti si riduce alla paterna, imperciocchè in quanto agli altri poco curano me, ed io niente loro. Ora è chiaro che mio padre mi odia con tutti i sentimenti dell'anima e del corpo, ed io per necessità mi trovo condotto a dargli frutto corrispondente al seme. Posto che le cose rimanessero a questo punto… oh quanto è incomportabile affanno dovere odiare il proprio genitore! Ma qui non si fermano: egli mi perseguita, m'infama, e mi travolge nella disperazione della miseria. Se la mia anima si accomodasse a questo carico, un giorno mi avverrebbe di contrastare ai cani le immondezze che gettano per le strade, o morire di fame sotto il portico di una chiesa. Se, all'opposto, l'anima deliberasse sferzare il destino, ecco mi trovo attraverso la strada la vita di mio padre, io la calpesto, e passo; che cosa mi aspetta dall'altra parte? Forse il patibolo, certo il rimorso, e la eterna dannazione. Luisa ha inchiodato il mio nome su la gogna, e vivere e soffrire sarebbe un prestare la marca del mio casato ai figliuoli che non nascono da me. Bel mestiere, per dio! I fanciulli m'inseguirebbero con gl'improperii per le vie; gli adulti mi tentennerebbero il capo dietro come a miserabile ribaldo. Potrei vendicarmi;—sì, alzare la mia vergogna come un gonfalone perchè possano vederla anche i più lontani. I tempi non somministrano campo ad atti generosi, nè a studii onesti. La Inquisizione aborre gente che sappia; ella vuole gente che creda: or via, da bravo; consuma qualche rubbio di grano; divora qualche quarto di bove; per uno che sei popola il mondo di quattro, o cinque, od otto infelici; accendi parecchi moccoli ai santi, recita alcune dozzine di rosarii, e muori. Ma no… ti si apre il cammino per farti degno di fama; con che? Con le armi forse? Ingiuria partorisce ingiuria; la maladizione scrive, e la vendetta legge. Con gli studii? Oh! questa è una via, che dalla ignoranza conduce diritto allo errore. Se ti mantieni ignorante, e tu cammini pel buio; se ti erudisci, l'anima si circonda col cilizio del dubbio. E poi, che cosa avvertirà i posteri del tuo sentiero nella vita? La lapide finchè le grappe la terranno su per la parete, o finchè i piedi non l'avranno logorata sul pavimento della chiesa. E ai posteri che cosa importerà di te? Importa a te dei tuoi avi? Non li conosci. Pei tempi che corrono, però, tu puoi scegliere tra la stupidità e la ferocia:—e se io non volessi essere stupido, nè feroce? Se io gitterò via questa vita, che mi tribola, Dio mi condannerà? Perchè?… Egli mi aveva concessa una tazza colma di esistenza, e grazie gli sieno; parte ne ho bevuta, e parte io rovescio a terra—facendone libazione agli Dei. La vittima quanto più cara, tanto più riesce gradita nell'alto; ora, che cosa a noi può essere più caro di noi stessi?—Così fantasticando egli giunse alle sponde del Tevere.

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Il mormorio delle acque, per l'uomo che sta in procinto di annegarsi, percuote i sensi sublimati dalla morte imminente; vario, distinto, moltiplice a guisa degli effluvii che si spandono dalla famiglia infinita dei fiori. Su la cima delle onde gli si affacciano forme aeree che guizzano, scivolano, si tuffano, tornano a galla, si baciano abbracciandosi, o prendendosi per mano menano balli voluttuosi;—accolte nel cavo delle mani le chiare acque, gliele spruzzano in volto invitandolo con sorrisi e con cenni. È questa illusione di mente inferma, o gli elementi vanno abitati da spiriti misteriosi, che camminandoci al fianco ci sussurrano alle orecchie le buone, o le cattive determinazioni? Omero ci rappresenta dee e numi, invisibili consiglieri degli eroi. A Socrate sapientissimo pareva sentirsi un demone nel seno. Nelle sacre carte occorrono e pitonesse, e larve, e genii malefici, e angioli amorosi. Il Tasso porgeva ascolto al suo genio familiare. Sacrobosco insegnò le sfere sotto la luna andare popolate di spiriti, e Cecco di Ascoli, ai tempi dell'Alighieri, propagò siffatta dottrina. Milton favella di voci arcane, che si odono fra il cielo e la terra; al fato e ai genii prestarono fede Mozart, Napoleone, Byron ed altri infiniti, così antichi come moderni. Nella Irlanda, paese cattolico per eccellenza, non vi ha famiglia che non possieda una Bauskie, o spirito, di cui lo ufficio si assomiglia a quello della Nonna sanguinosa, e di Meleusina. Meleusina era una larva, che compariva sopra i torrioni del castello dei Lusignano, quando alcuno di cotesta casata doveva morire. Follìe!—Io non vi parlerò dei Mesmerismo, dello Illuminismo, e di altre cose siffatte, alle quali i nostri padri, dopo Voltaire e la Enciclopedia, posero piena credenza. Vi narrerò la cena di Cazotte, attestata da testimoni gravissimi. La rivoluzione di Francia si approssimava, e gli uomini destinati a sostenere in quella una parte distinta raccolti a mensa parlavano del regno della ragione, e della felicità universale. Cazotte torbido taceva. Interrogato circa alla causa della sua mestizia, rispose: «con gli occhi della mente prevedere orribili fatti»; e siccome il marchese di Còndorcet lo scherniva, egli gli disse: «voi, Còndorcet, vi avvelenerete per sottrarvi al carnefice». Scoppiano risa, e gridi giocondi. Cazotte continuando predice a Chamfort, che si taglierebbe le vene; a Bailly, a Malesherbes, a Boucher, che morirebbero sul patibolo.—Ma almeno saranno risparmiate le donne?—esclamò allegramente la duchessa di Grammont. «Le donne? Voi, signora, e bene altre dame con voi saranno condotte alla piazza della Giustizia con le mani legate dietro il dorso».—Per modo che voi non mi lasciate nemmeno il conforto di un confessore?—«Confessore! L'ultimo condannato che lo avrà, sarà—e dopo avere esitato un momento—sarà il Re di Francia». I convitati compresi da terrore si levarono; e, quasi per provocare presagi meno tristi, a lui, in procinto di partire, domandò la duchessa:—E a voi, profeta, qual destino riserbano i cieli?—Piegò la testa, e, meditato alquanto, rispose: «Nello assedio di Gerusalemme un uomo per sette giorni di seguito fece il giro delle mura gridando con voce di terrore: sventura a Gerusalemme, sventura! Il settimo giorno gridò: sventura a me! E al punto stesso un sasso enorme briccolato dalle baliste romane lo colse, e lo stritolò». Ciò detto salutava, e partiva; e come disse avvenne[10].

Non vi basta? Ebbene; eccovi uno esempio di caso recentissimo, accaduto durante la mia prigionia. Nel 17 maggio 1850 il Giornale dei Dibattimenti, dopo avere narrato che una larva bianca compariva alla casa degli Hohenzollen quando stava per succedere a qualche membro di cotesta famiglia alcuna sventura, assicurava correre voce, che nella notte del 10 aprile 1850 la dama bianca era comparsa nel castello di Berlino. La sentinella del reggimento imperatore Alessandro dei Granatieri gridò tre volte: «chi viva?» Non ottenendo risposta, insegue il fantasma con l'arme di contro al muro, dove ella sparisce. Nel 22 maggio successivo Sefeloge trasse una pistolettata al re Federigo Guglielmo mentre stava per partire alla volta di Posdam![11]

La ragione condanna simili fantasticherìe;—ma se la ragione condanna, la coscienza approva; e la ragione in balìa del sentimento è straccio di carta legato al piè di una rondine.