—Sciagurato!—Tra commiserando, e rimproverando proseguiva monsignore
Guerra; e i vostri figliuoli?

Giacomo scosse le spalle, e non rispose verbo; lasciò condursi rifinito di forze come uomo senza volontà; solo quando si accorse mettere il piede sopra la soglia di casa sua, volto a monsignore Guerra gli favellò:

—Amico, se voi credete che io debba ringraziarvi, v'ingannate. A questa ora, voi non impedendo, io aveva letto il laus Deo della vita, chiuso il libro, e conosciuto com'era andata a finire: non bene, per dio, non bene; ma siccome potrebbe andare a concludere anche peggio, così mi contentava. A rischio di passare per ingrato, no, io non vi ringrazio.

Nello entrare in casa gli si presentò una vista assai strana.

«Temistocle, narra Plutarco, vedendosi perseguitato dagli Ateniesi e dai Lacedemoni, si gittò in seno a speranze dubbiose e difficili rifuggendosi ad Admeto re dei Molossi, dal quale era avuto in odio per certa repulsa superba fatta alle istanze di lui mentr'egli teneva la suprema magistratura in Atene. Pure Temistocle, temendo adesso più la nuova invidia dei suoi nemici che lo antico sdegno del re, determinò implorarne l'aita con modo singolare; imperciocchè presone il pargoletto figliuolo nelle braccia, si prostese supplicando davanti l'ara domestica; la quale maniera di pregare si reputava presso i Molossi solenne, e la sola che non potesse rifiutarsi»[13].

Così un uomo di sembianza sinistra, membruto a modo dell'Ercole
Farnese, tenendo nelle braccia il minore dei figliuoli di Giacomo
Cènci, verso di questo lo sporgeva supplichevole.

Cotesta squisitezza di affetto era facile che si dimostrasse da donna Luisa amante, e madre; ma come fosse caduta nell'animo ad Olimpio, natura tristamente salvatica davvero, non si saprebbe immaginare. Talora le api posero il favo del mele nella gola della fiera; ma ella è cosa tanto straordinaria, che Sansone ne fece argomento di enimma pei Filistei[14].

Ma il partito giovò ad Olimpio; che tenendo il fanciullo come il corno dell'altare, confessò pianamente a Giacomo tutte le sue colpe commesse per ordine del Conte Cènci al fine di distruggergli la pace domestica. Intanto il pargolo sollevava di tratto in tratto le sue manine, e tutto vezzoso rideva, sicchè Giacomo non seppe sdegnarsi contro Olimpio; il quale, colto il destro, posto nelle braccia del padre il fantolino, soggiunse:

—Ora, poichè col figlio vi ho portato la pace, in grazia di questa innocente creatura, che per me intercede, io vi supplico, signore, che mi vogliate perdonare.

Giacomo tacque, e girò gli occhi attorno torbido sempre, e sospettoso; se non che Luisa, indovinando quel muto linguaggio, trasse da parte Olimpio; e postasi genuflessa davanti al marito, così gli disse: