—Mio sposo, e signore; noi abbiamo scambievolmente dubitato della nostra fede. A me valga per iscusa considerare che dalla perfida lingua del serpente non seppe guardarsi neppure Eva, la quale, come uscita dalle mani stesse del Creatore, deve supporsi che fosse composta con perfezione maggiore di noi. Avendo conosciuto lo scellerato fine a cui mirava Francesco Cènci, e considerando gl'ipocriti non meno che tristi argomenti posti in opera da lui, io mi credo sciolta da ogni promessa giurata, e vi faccio manifesto come, mossa dalla disperazione, io me ne andassi dal suocero, gli esponessi lo stato della nostra famiglia, e lo supplicassi a soccorrere i miei figli desolati, che pure erano suo sangue. Di padre amoroso le parole furono e gli atti: a me, credula per passione, narrò una lunga storia dei vostri amori, e di danari profusi in lascivie, e negati ai figli, e mi sovvenne benignamente di trecento scudi, a patto che non vi palesassi da cui mi venissero: così, con perfido consiglio, a me dava ad intendere voi perduto dietro adultera pratica; a voi, che io a prezzo di vergogna procurassi agiato vivere a me, e ai nostri figli…
La donna con tanta veemenza, e prestezza aveva favellato fino a questo punto, che Giacomo non la potè interrompere. Qui però le troncava la voce dicendo:
—Cotesta posizione male conviene alla moglie di Giacomo Cènci. S'ella meritasse che il suo marito la rilevasse da terra, egli non le potrebbe dire: Luisa, il tuo posto è qui sul cuore del tuo Giacomo, che ti ha amata, e che ti ama tanto…
Si abbracciarono, e piansero lacrime di tenerezza. Lasciamo che sgorghino copiose, e soavi; forse chi sa se la fortuna appresterà più loro la occasione di versarne di piacere.
I figli, comunque fanciulletti si fossero, che il maggiore non arrivava ai sette anni, piangevano anch'essi di allegrezza, ed esultavano aggruppati in atti dolcissimi quali intorno al padre, e quali intorno alla madre. Monsignor Guerra e Marzio, quantunque li premesse urgente il bisogno di mandare ad esecuzione certo loro disegno, non ardivano turbare la santità degli affetti domestici. Olimpio, postosi a sedere in terra con le spalle appoggiate alla parete, quasi di soppiatto erasi di nuovo impadronito del fanciullino, e, ora sollevandolo ora abbassandolo, lo faceva ridere.
Davvero egli era oltre ogni credere vezzoso: rassomigliava al bambino Gesù dipinto dallo Albano, che dorme sopra una croce; e il figliuolo di Giacomo Cènci rendeva la pittura dello Albano anche per un altro motivo, imperciocchè la fortuna lo stendesse appena nato sopra una croce senza fine amara, come conosceranno coloro che vorranno proseguire la lettura di questa storia dolente.
Il bandito considerando cotesta fronte purissima richiamava invano col desiderio i giorni nei quali, egli fanciullo, forse destò nell'anima di cui lo guardava un simile affetto.—Quando glielo tolsero per rimetterlo nella culla gli parve sentirsi uscire di mano la ultima tavola, sopra la quale aveva confidato salvarsi dal naufragio.
NOTE
[1] Nello intento di adulare Ottaviano Augusto, gl'inviati di Tarragona gli referirono, un giorno, come sopra la sua ara fosse cresciuto un alloro (altri dicono una palma). Augusto, sdegnando essere tolto a compare di questa goffa piaggerìa, rispose: «Questo è segno espresso, che voi non vi curate sagrificare vittime in onor mio.» Vita di Ottavio Augusto, attribuita a Plutarco.
[2] «Poi vidi nella destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori, suggellato con sette sigilli». Apoc. Cap. V. n. 1.