Addio, cascate di Tivoli; invano il vostro Genio tenta abbagliarmi coll'iride, che mandano gli zampilli dell'acqua rotta su gli orli dello abisso:—voi non avrete gli onori di altri canti.—Addio, flutti pallidi dell'Aniene, consapevoli dei riti arcani degli Aborigeni; scorrete in pace per la morta campagna: io non vi domanderò se le stirpi andate degli Enotrii, degli Ausonii e degl'Itali fossero più o meno infelici di noi sopra questa terra, dove la mèsse, alimento dell'uomo, cresce per solchi pieni di morte; la vigna, letizia del cuore, per la costa riarsa del vulcano; la intelligenza, fra i pruni della superstizione; la virtù, sotto il taglio della mannaia. Ahimè! ahimè! Il fegato di Prometeo non è favola in Italia.—
Ma se sarebbe vanità rammentare glorie vetuste, mi giova tratto tratto soffermarmi nella via che percorrono i miei personaggi, e raccogliere gli amari pensieri che desta la vista di luoghi famosi per ricordanze lugubri. Il dolore è della famiglia dei cancri, e intende essere alimentato di carne, e della più sensibile del cuore umano. E non sapete voi, che la creatura può trovarsi ridotta in tale stato da mettersi con piacere le dita nella piaga, e lacerarla, e vederne, esultando, stillare fino all'ultima goccia il suo sangue? Catone, quando altro non gli fu dato, si strappò le viscere, e le battè nel viso alla fortuna, come costumavasi fare ai traditori.
Ecco da questo lato il campo di Marte, che fu podere di Tarquinio il superbo. Il Popolo, nel giorno della vittoria ne svelse le spighe mature, e le gittò nel Tevere;—i manipoli resistendo al corso delle acque sceme mescolaronsi con la terra, e ne composero l'isola sacra dedicata ad Esculapio, dio della Salute[4]. Ma quante volte il Popolo seppe rammentare, che i doni del tiranno si convertono in arsenico dentro le sue viscere? Tutti si stringono—ed io l'ho veduto, e lo vedo—tutti si stringono intorno alla tirannide a succhiare, come intorno alle infinite mammelle di Cibele. Vi aggrada cotesto umore? Succhiate, maledetti! A stille, e per mercede, vi si rende quello che a largo sorso fu bevuto dalle vostre vene.
Ecco la via Appia, che da Roma, traversando le paludi pontine, andava a Brindisi, reliquia di paterna grandezza rimasta come scherno delle nostre opere di un giorno. Lì presso contristano più moderne rovine, quelle di Anagni, dove fece naufragio il superbo concetto del Papato[5]. La guanciata di Sciarra Colonna sopra la faccia di Bonifazio VIII infranse irreparabilmente il triregno. Non essendosi aperta in quel momento la terra sotto i sacrileghi, come a Datan e a Core[6], il mondo dubitò che Dio stesse davvero (come gli s'imponeva credere sotto pena della eterna dannazione) col suo Pontefice. I colli di Roma non imitavano ancora il monte di Gerusalemme, dove si annidano le volpi[7]; qualche volta vi ruggiva anche il lione; ma da quel giorno in poi le chiavi di San Pietro,—le chiavi della Città Celeste—dall'avara viltà dei Sacerdoti furono sovente presentate ai Potenti della terra come chiavi di vinta città.
Ecco Ferentino, là dove è fama che Manfredi, impaziente di regno, calpestasse come uno scaglione la testa del padre Federigo per salire sublime. O corona! quanto hanno ad essere infernali i tuoi splendori, se un cavaliere sì degno non rifuggì acquistarti a prezzo di un parricidio!
Più oltre apparisce San Germano, dove i Pugliesi furono bugiardi a Manfredi per Carlo di Angiò; antica usanza di schiavi, che immaginano mutare stato perchè mutano soma. Si abbiano l'abbominazione dello antico signore, e il disprezzo del nuovo; chè troppo bene meritarono ambedue.
Da questa parte giacciono i campi Palenti, dove la stella scintillante della casa Sveva tramontò per sempre dentro un lago di sangue. Stella imperiale, la tua aurora fu vermiglia; il tuo mezzogiorno purpureo; il tuo tramonto sanguigno: nè quel colore fu ricavato dal mollusco dei mari di Tiro, bensì dalle vene degli uomini, che non ne mancano mai.
Volgiti al Mediterraneo; là, là è un piccolo castello, infame pel tradimento del giovane falco degli Hohenstauffen. Infelice Corradino! quantunque cresciuto alla preda, ci commuove il tuo fato di fiore reciso su l'aurora della vita. Tu almeno saresti stato leggiadro, ed animoso tiranno!—[8] Tu avresti sbranato, non leccato il sangue… E che cosa altro di meglio concessero le Eumenidi di fare al tiranno?
Poco oltre sorgeva un giorno Minturna; e lì Mario, trepidante per la sua vita, si nascose nel fango fuggendo coloro che lo cercavano a morte; e lì egli fugava col terrore dello sguardo il Cimbro omicida… Dio del cielo! allora ai nostri padri per fugare i barbari bastava la virtù di uno sguardo!—O Mario, che valsero i tuoi trionfi contro i Cimbri e i Teutoni, e che cosa valsero quelli del tuo fiero avversario Silla contro Mitridate? Andate perpetuamente maledetti, però che voi foste la rovina di Roma. Le discordie della plebe co' patrizii avvantaggiarono la repubblica finchè terminarono in leggi; ma quando il sangue cittadino scorse a rivi per le strade, e toccò il limitare dei tempii a guisa di onda commossa dagli Dei infernali; ma quando per la prima volta furono viste le spoglie di romani trucidati portate in trionfo insieme alle spoglie dei barbari, allora incominciò l'agonìa di Roma, e l'ombra invendicata di Annibale rise fin su la foce di Averno[9].
Dentro i sepolcri della proscrizione si generano i serpenti della discordia; il sangue chiama sangue da Abele in poi; e la Vendetta, tolti in prestanza dal Tempo l'orologio a polvere e la falce, guarda quello, e arrota questa: quando l'ora sarà giunta, popoli e genti cadranno come fieno mietuto:—anche la Morte ha da avere i suoi saturnali; e lo vedrete.