Circondato di nebbia, si scorgeva appena un punto nerastro.
—Sì, lo vediamo.
Ed egli, teso sempre il dito, aggiungeva: «A cui di voi si sente capace di portarmi i tre aquilotti…»
—O come sapete, io interruppi, che ci hanno tre aquilotti nel nido?
—Perchè gli scorgo distinti con le piume saure dorate.—
Io pensai: s'ei non è il Diavolo, come ha detto Candido, per lo meno ha da essere suo cugino; però che io ci vedessi allora, e veda sempre, mercè santa Lucia, come un cacciatore; e non pertanto non mi bastasse l'animo di scorgere altro, che una macchia cenerina grande come un pugno.
«Chi di voi, continuava costui, mi riporta i tre aquilotti si godrà dieci ducati di oro».
Dieci ducati di oro! E' ci era da comprare un reame. Volevamo andare tutti: per metterci d'accordo facemmo il conto, e toccò a me.—Sciogliemmo le corde, che noi altri cacciatori di montagna costumiamo tenere cinte a più doppii intorno alla vita, ed annodatele insieme ci parve potessero bastare per giungere laggiù: mi calarono; con la sinistra agguantava la corda, con la destra stringeva la coltella tagliente meglio di un rasoio: arrivo al nido, lo stacco, me lo assicuro fra il braccio, e il costato. Gli aquilotti strillano,—sono sordo; gli aquilotti beccano,—gli lascio beccare: agito la corda, mi tirano su, ed incomincio a salire piano piano come una secchia: ogni cosa cammina d'incanto. Giunto a due terzi, e forse saranno stati anche i tre quarti, della salita, mi percuote un rumore di aria rotta violentemente a modo di turbine, e m'intronano stridi disperati. Il giorno diventa buio, e al tempo stesso due punte m'investono, di cui l'una mi straccia la pelle del capo, e l'altra mi fora il cappello, e se lo porta via; perocchè le aquile fossero due, maschio e femmina, e a quanto pare, come Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi: per giunta poi, genitori degli aquilotti che portavo meco. Ambedue rivolsero il volo per piombarmi di nuovo a perpendicolo sul capo. Io non aveva mai visto aquile così sterminate. Santo Uberto mi aiuti! Quando mi vennero vicino menai colpi da disperato; ne giunsi una fra la spalla ed il collo, ma non la ferii bene; all'altra mozzai un quarto di ala: ma egli era nulla; si alzavano, si abbassavano, volteggiavano, mi ferivano nel petto, su le spalle, nei fianchi, si avventavano così ratte ad artigli spiegati contro i miei occhi, che davvero incominciai a pentirmi di essere disceso laggiù: però mi difendeva il molinello, che faceva stupendamente veloce con la coltella per tutta la persona. Pensate un po' voi se dovevano, o no, essere nuovi spettacoli un cristiano sospeso per l'aria, che girava girava come fuso che torce la canapa, col nido degli aquilotti in collo, giuocare di scherma incontro alle aquile, le quali con tutte le malizie loro s'ingegnavano lacerarmi, e lo abisso pieno di stridi degli uccelli, e di voci umane le mille volte ripetute dagli echi, di penne svolazzanti, di sangue grondante, e di furore. Nel voltare la faccia in su incontro la faccia dello sconosciuto sporgente dalla balza, che rideva mostrando i denti a guisa di lupo quando ha fame; mi si abbagliarono gli occhi, e un sudore diaccio mi corse lungo la spina… Santa Vergine! Quale orrore! Nel menare colpi io aveva per inavvertenza tagliata più che mezza la corda, già abbastanza sottile, la quale mi teneva sospeso… mi pareva che mi fosse, e certo mi era cresciuto il vedere; imperciocchè io distinguessi cedere, e disfarsi ad uno ad uno i fili della fune, e gli occhi taglienti dello sconosciuto segare con le pupille la parte rimasta salda. In quel punto sentii come darmi di un grosso picchio sul capo, rimpiccolire la statura, strizzarmi nelle costole, e diminuire di grossezza. Chiusi gli occhi, e vidi fuoco;—gli riapersi ben tosto, però che quattro graffi dolorosi nella fronte mi ammonissero che accorressi a difenderli, se non voleva che le aquile me li cacciassero di nido, come io aveva fatto agli aquilotti loro. I fratelli, temendo che io mi fossi abbandonato, non sapevano sovvenirmi in altra maniera, che gridando «coraggio, fratello! Orazio, da bravo!» e dando alla corda terribili squassi, per cui ogni momento più s'indeboliva…
Sono presso all'orlo dello abisso due… braccia… un braccio… tremendamente atterrito stendo una mano al ciglione, getto il nido, e con l'altra mi aggrappo convulso, e bene mi avvisai; imperciocchè i miei fratelli, appena ebbi mostrato il capo, lasciassero la fune, e fuggissero via urlando da spiritati: pure, come Dio volle, ne uscii a salvamento, e mi gettai avvilito sopra la neve. Lo sconosciuto con quei suoi occhi di vetro mi guardava curiosamente, e mi esaminava in silenzio il capo: strappommi tre o quattro capelli, se gli recò nel palmo della mano, sempre esaminando; li pose di contro alla luce, li tagliò, e finalmente ridendo mi disse «tu hai avuto paura». I fratelli intanto, riavuti dal primo stupore, si accostavano levando gli occhi al cielo, e a grande stento si persuadevano che io fossi quel desso di prima. I miei capelli, in uno istante di agonìa, di neri si erano mutati in bianchissimi[16].
Lo straniero con certi suoi argomenti ci dette ad intendere essere avvenuta naturalmente la cosa, che io non compresi allora; e molto meno saprei ridirvi adesso. Mentre favellava egli trasse di tasca un suo pugnaletto, e, senza punto cessare dalle parole, tagliò il capo agli aquilotti. Le aquile ferite, e spennacchiate non ardivano accostarsi a noi chè eravamo troppi, ed avevano già fiutata la polvere dei nostri archibugi[17]; però da lontano gittavano tali strida desolate, che fendevano il cuore. Colui, mozza ch'ebbe la testa all'ultimo aquilotto, ci disse: