Presto furono in ordine i muli. Orazio, così ordinando Marzio, si tinse il viso e le mani di carbone; tolse la vesta di un carbonaro, e insieme col garzone menò le bestie alla Ferrata.
I banditi levarono il campo, e seguitando Marzio si ridussero al luogo predisposto alle insidie.
Arrivati i muli alla osteria don Francesco comandava li caricassero, e quando fossero in ordine lo avvertissero per partire. Non passò bene un'ora, che ogni cosa era in punto; ond'egli discese per esaminare se tutto fosse a dovere. Mentre da un luogo ad un altro si affaticava, un pipistrello investì con l'ale la lanterna che gli portavano davanti, sicchè l'uccello sbalordito gli cascò in mano; egli la scosse prontamente con un senso di ribrezzo gittando via la trista bestia, e notò:
—Cattivo augurio è questo, e prudenza vorrebbe sospendessi il partire… Qui l'oste, mostrando un viso di sasso—dove rompeva qualunque vergogna—soggiunse:
—Non vi faccia specie, Eccellenza, perchè il cattivo presagio viene compensato, anzi superato con uno buono…
—E quale?
—Caricando i fusti del vino, poco anzi, se n'è rotto uno… e siccome il vino sparso è allegria…
—Per avventura la fiasca dello keres, dove si leggeva il numero tinto di bianco?
—Non vi si leggeva nulla; state tranquillo, e fiasca non
era.
—Andiamo a vedere un po' dove si è rotto…